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	<title>CURIOSITÀ - LIFESTYLE | TViWeb</title>
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		<title>Grappa, la riserva della biosfera &#8220;chiede&#8221; idee al territorio</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Sep 2026 13:52:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[biosfera]]></category>
		<category><![CDATA[concorso]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph">MONTE GRAPPA 30 SETTEMBRE 20260 &#8211; Un festival con settanta appuntamenti tra malghe, piazze e boschi, una scuola itinerante che insegna a leggere il paesaggio ed un Festival dedicato al protagonismo giovanile. Sono alcuni dei 196 progetti che oggi compongono il Piano d&#8217;azione della Riserva della Biosfera Monte Grappa. Ora la lista si riapre: il Comitato di gestione &#8211; che riunisce 33 componenti in rappresentanza di enti pubblici, organizzazioni miste e realtà private del Trevigiano, del Bellunese e del Vicentino, dalle Unioni montane alle associazioni di categoria, dalle Pro Loco agli istituti scolastici -, riunitosi ieri, ha dato il via alla raccolta annuale di nuove idee. Da giovedì 1° ottobre al 20 dicembre Comuni, associazioni, imprese, scuole e gruppi di volontariato così come privati cittadini potranno candidare i propri progetti con un modulo online. L&#8217;unica condizione è che guardino ad almeno una delle tre funzioni che l&#8217;Unesco assegna alle Riserve della Biosfera: tutela dell&#8217;ambiente, sviluppo sostenibile, ricerca e formazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Obbligatorio per tutte le Riserve del programma MAB, il Piano d’azione e va aggiornato ogni anno. Più che un documento calato dall’alto, è una raccolta di iniziative proposte da chi vive e lavora sul Grappa. Oggi ne conta 196. Nell’ultimo aggiornamento sono arrivate 33 nuove proposte e 15 sono state accolte, dopo la verifica della loro coerenza con gli obiettivi di sostenibilità; oltre 120 progetti già inseriti sono stati aggiornati insieme ai rispettivi referenti, mentre 41 sono stati archiviati perché rimasti allo stadio di idea o senza le condizioni per partire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Entrare nella “Banca progetti” ha anche dei vantaggi pratici. Le iniziative possono contare sulla visibilità della rete internazionale delle Riserve Unesco, usare il marchio della Riserva previa valutazione della governance, avere la precedenza in eventuali finanziamenti statali e regionali destinati alle Riserve della Biosfera e presentarsi con un biglietto da visita in più quando si partecipa a un bando o si cerca uno sponsor.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Il Piano d’Azione funziona solo se la comunità ci mette le mani, se costruito dal basso”, sottolinea&nbsp;<strong>Fabio</strong>&nbsp;<strong>Marin</strong>, presidente dell’Ipa Terre di Asolo e Monte Grappa, che coordina la Riserva. “Molti dei progetti che oggi raccontiamo sono nati da un’associazione, da una scuola, da un Comune che ha deciso di mettersi in rete. Il riconoscimento Unesco è un’occasione, ma resta sulla carta se il territorio non la riempie di contenuti. Per questo chiediamo a tutti, anche a chi non ha mai avuto a che fare con la Riserva, di farsi avanti: non servono progetti enormi, servono idee e persone disposte a portarle avanti”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ieri il Comitato ha fatto il punto anche sui progetti in corso. Tra questi,&nbsp;<strong>“Il Grappa sopra le nuvole”,</strong>&nbsp;il festival diffuso che da giugno a ottobre ha messo in calendario 71 eventi, oltre a una ventina di appuntamenti minori: 18 concerti, 20 iniziative su tradizioni e cultura, 11 esperienze in natura, 9 eventi sportivi, 7 pensati per le famiglie e 5 dedicati all’enogastronomia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fronte del&nbsp;<strong>territorio</strong>&nbsp;e della&nbsp;<strong>formazione</strong>, molto si gioca nelle scuole. In queste settimane si è tenuta la terza edizione, la Scuola itinerante di educazione al paesaggio; a novembre tocca alla seconda edizione del laboratorio narrativo “Il pane di ieri è buono oggi, domani”, e prosegue il concorso “Cittadini del sito Unesco”, quest’anno dedicato all’impatto dei cambiamenti climatici. Per il turismo, assieme agli enti di gestione del settore dell’area vicentina, trevigiana e bellunese si stanno coordinando le varie proposte su sport, cultura ed enogastronomia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“La forza della Riserva sta proprio nella capacità di mettere in relazione esperienze, territori e generazioni diverse”, conclude&nbsp;<strong>Fabio</strong>&nbsp;<strong>Marin</strong>. “Il Piano d’Azione, i progetti con le scuole, il coinvolgimento dei giovani fanno parte di uno stesso percorso, ovverossia rendere il riconoscimento Mab Unesco qualcosa di utile per chi vive il Monte Grappa. L’impegno è pertanto rivolto a far crescere questa rete, favorendo collaborazioni e nuove progettualità capaci di coniugare tutela, sviluppo e valorizzazione del territorio”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>COME PARTECIPARE</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi: enti, associazioni, imprese, istituzioni e altre realtà attive sul territorio della Riserva<br>Quando: dal 1° ottobre al 20 dicembre 2026<br>Come: compilando la scheda nel&nbsp;<a href="https://forms.gle/DswFuTB4XA78sMKB9" target="_blank" rel="noopener">modulo online</a><br>Documenti: il Piano d’azione 2021-2031 e l’aggiornamento 2025 sono consultabili sul sito della Riserva.</p>
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		<title>Ecco la Barbie Pig! La creatura rosa che vive a 5mila metri di profondità nel Pacifico</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 10:20:14 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph">Ha un colore rosa acceso, un corpo morbido e un aspetto così insolito da essersi guadagnata un soprannome immediatamente diventato virale: “Barbie Pig”. La curiosa creatura degli abissi è uno dei protagonisti di <em>How Deep Is Your Love</em>, il nuovo documentario dedicato alla vita sul fondo dell’Oceano Pacifico raccontato in questi giorni dal <strong>Guardian</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si tratta di un cetriolo di mare appartenente alla famiglia degli Elpidiidae, animali adattati a vivere nelle condizioni estreme delle grandi profondità oceaniche. L’esemplare è stato osservato nella <strong>Clarion-Clipperton Zone</strong>, una vastissima area del Pacifico situata tra le Hawaii e il Messico, a circa <strong>5.000 metri sotto la superficie del mare</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quelle profondità la luce del Sole non arriva e le temperature sono vicine allo zero. Eppure il fondale ospita una sorprendente biodiversità, ancora in gran parte sconosciuta. Il “Barbie Pig”, con il suo caratteristico colore rosa, si muove lentamente sul fondo oceanico alla ricerca del materiale organico che precipita dagli strati superiori del mare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi cetrioli di mare svolgono infatti un ruolo importante nell’ecosistema: ingerendo detriti e sedimenti contribuiscono al riciclo della materia organica sui fondali. Alcune specie della stessa famiglia hanno sviluppato robuste appendici che permettono loro di “camminare” sul terreno abissale e strutture allungate attorno alla bocca per raccogliere il cibo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le immagini sono state raccolte durante le missioni scientifiche nella Clarion-Clipperton Zone, dove i ricercatori del <strong>Natural History Museum di Londra</strong> studiano organismi che in molti casi potrebbero essere ancora sconosciuti alla scienza. Il robot sottomarino Isis impiega circa cinque ore per raggiungere il fondale a cinque chilometri di profondità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è l’unico animale dall’aspetto bizzarro incontrato dagli scienziati. Nelle profondità del Pacifico sono stati osservati anche organismi soprannominati “Headless Chicken Monster”, mostro pollo senza testa, e “Psychedelic Elvis Worm”, nomi informali utilizzati dai ricercatori per descrivere creature dalle forme e dai colori particolarmente insoliti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dietro la curiosità suscitata dal “Barbie Pig” c’è però anche una questione ambientale molto seria. La Clarion-Clipperton Zone è ricca di <strong>noduli polimetallici</strong>, formazioni minerali che contengono metalli di grande interesse industriale. L’area è quindi al centro del dibattito internazionale sulla possibilità di avviare attività minerarie nei fondali oceanici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo gli scienziati, molte delle specie che abitano questi ecosistemi potrebbero essere particolarmente vulnerabili alle alterazioni provocate dall’estrazione mineraria. I noduli, inoltre, crescono con estrema lentezza: possono essere necessari milioni di anni perché raggiungano dimensioni di pochi centimetri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il documentario <em>How Deep Is Your Love</em>, diretto da Eleanor Mortimer, segue una squadra di ricercatori impegnata proprio nello studio di questo ambiente remoto e dovrebbe arrivare in alcuni cinema britannici il <strong>2 ottobre 2026</strong>. L’obiettivo è mostrare un mondo quasi completamente invisibile all’uomo: secondo quanto riportato dal Guardian, soltanto una minuscola parte delle profondità oceaniche è stata finora osservata direttamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio una creatura apparentemente buffa come il “Barbie Pig” a ricordare quanto poco sappiamo ancora della vita che popola il pianeta a migliaia di metri sotto la superficie del mare.</p>
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		<title>Auto senza autoradio, l’allarme parte dalla Francia: il rischio riguarda anche l’Italia</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 08:32:24 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">La radio potrebbe non essere più una presenza scontata nelle automobili del futuro. In Francia il settore radiofonico ha lanciato l’allarme dopo la comparsa sul mercato di vetture prive di ricevitori FM e DAB+ o nelle quali l’accesso alla radio viene proposto come optional. Radio France, le emittenti private dell’Alliance de la Radio e le radio associative de Les Locales hanno chiesto al Governo francese di garantire per legge la possibilità di ascoltare gratuitamente la radio via etere su tutte le auto nuove.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione nasce dall’evoluzione dei sistemi di infotainment. Su alcune vetture il tradizionale sintonizzatore viene sostituito da un sistema multimediale che permette di ascoltare musica e programmi attraverso applicazioni e piattaforme in streaming. In questo caso, però, la ricezione dipende da una connessione dati, da uno smartphone o dai servizi messi a disposizione dal costruttore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per le emittenti francesi non si tratta soltanto di tutelare il proprio mercato. Il settore richiama anche il ruolo della radio nelle emergenze, quando le reti mobili o Internet possono essere indisponibili. Nel comunicato del 21 settembre viene ricordato, tra gli altri casi, il blackout che colpì la Spagna nell’aprile 2025: secondo le radio francesi, mentre una parte delle infrastrutture mobili aveva smesso di funzionare, la diffusione radiofonica terrestre aveva continuato a consentire l’accesso alle informazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La battaglia si sta giocando sia a Parigi sia a Bruxelles. In Francia una proposta di legge sulla modernizzazione della radio, presentata dal senatore Laurent Lafon, è attesa in Aula al Senato il 13 ottobre 2026. Il testo punta anche a rafforzare la presenza della radio negli autoveicoli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma una situazione simile potrebbe verificarsi anche in Italia? La risposta è sì, almeno sulla base dell’attuale formulazione delle norme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La direttiva europea che disciplina la materia stabilisce infatti che, dal 21 dicembre 2020, ogni autoradio integrata in un nuovo veicolo di categoria M immesso sul mercato europeo debba essere in grado di ricevere e riprodurre almeno i servizi radio trasmessi attraverso la radiodiffusione digitale terrestre. Il punto decisivo è però proprio la presenza dell’“autoradio”: la norma stabilisce quali caratteristiche debba avere un ricevitore quando viene installato, ma non impone espressamente che tutte le automobili ne siano dotate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia il Codice delle comunicazioni elettroniche prevede analogamente che le autoradio vendute singolarmente o integrate nei nuovi veicoli delle categorie M e N siano dotate di un ricevitore capace di ricevere i servizi radio digitali terrestri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio qui che emerge la stessa possibile “scappatoia” denunciata in Francia. La documentazione ufficiale trasmessa dall’Italia alla Commissione europea riconosce esplicitamente che l’obbligo del DAB+ riguarda i veicoli già equipaggiati con un’autoradio. Se il costruttore elimina completamente il ricevitore tradizionale e propone soltanto un sistema di infotainment collegato a Internet o allo smartphone, il veicolo non rientra formalmente nell’attuale obbligo di installare un ricevitore DAB+.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema era già stato segnalato anche in Parlamento. Nei documenti del Senato viene evidenziata la presenza di modelli recenti nei quali l’autoradio tradizionale può essere sostituita da un infotainment collegato via Bluetooth allo smartphone, con la radio ascoltabile esclusivamente attraverso una connessione Internet.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Italia, tuttavia, si è già mossa per cercare di chiudere questa lacuna. Il progetto notificato a Bruxelles nell’ottobre 2025 prevede di estendere l’obbligo anche ai dispositivi connessi a Internet o capaci di riprodurre contenuti audio installati sui nuovi veicoli delle categorie M e N e su alcuni quadricicli, imponendo la possibilità di ricevere la radiodiffusione analogica e digitale terrestre DAB+.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo alcuni rilievi iniziali della Commissione europea, nel maggio 2026 Bruxelles ha giudicato soddisfacente la risposta fornita dalle autorità italiane. A giugno, però, una commissione del Senato sottolineava ancora la necessità che il legislatore nazionale procedesse all’adozione definitiva delle modifiche normative concordate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul mercato italiano, peraltro, la diffusione del DAB+ è già molto elevata: WorldDAB indica che, a luglio 2026, il 100% delle nuove automobili vendute in Italia risulta equipaggiato di serie con DAB+. La questione riguarda quindi soprattutto la possibilità che in futuro aumentino i modelli progettati senza un vero ricevitore radio terrestre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche a livello europeo la partita resta aperta. Il Digital Networks Act proposto dalla Commissione nel gennaio 2026 dovrebbe sostituire il vigente Codice europeo delle comunicazioni elettroniche. Nella formulazione attuale, però, il testo continua a riferirsi alle autoradio “integrate” nelle nuove vetture, imponendo loro la capacità di ricevere la radio digitale terrestre: una formulazione che, da sola, non rende necessariamente obbligatorio installare un ricevitore su ogni automobile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso francese, dunque, riguarda direttamente anche l’Italia. Oggi il DAB+ è praticamente uno standard sulle nuove vetture vendute nel nostro Paese, ma dal punto di vista normativo resta una questione aperta: impedire che l’autoradio venga completamente eliminata e sostituita da servizi che funzionano esclusivamente attraverso Internet.</p>



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		<title>La scienza secondo l&#8217;algoritmo: piccolo bestiario del nutrizionista fai-da-te</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 07:24:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di Alessandro Cammarano C&#8217;è una nuova figura professionale che nessuna università ha mai formato, che nessun ordine ha mai iscritto nei propri albi, e che pure oggi conta più seguaci di un primario di endocrinologia. Non ha fatto tirocinio, non<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Di Alessandro Cammarano</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una nuova figura professionale che nessuna università ha mai formato, che nessun ordine ha mai iscritto nei propri albi, e che pure oggi conta più seguaci di un primario di endocrinologia. Non ha fatto tirocinio, non ha sostenuto un esame di Stato, non risponde a nessuna commissione disciplinare. Ha fatto, questo sì, ventitré video in una settimana, e agli occhi di due milioni di persone questo pesa più di una laurea appesa al muro di uno studio medico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proviamo a censirli, questi apostoli del benessere spontaneo, con lo spirito paziente dell&#8217;entomologo che non giudica l&#8217;insetto ma lo classifica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Apre la rassegna il chimico pentito, quello che si firma «ex farmacista» o «biologo nutrizionista» con un tono da confessione, come se avesse lasciato la scienza ufficiale per amore della verità. Parla di «industria che nasconde», di «quello che i medici non ti dicono», canovaccio retorico vecchio quanto la piazza medievale del ciarlatano, oggi semplicemente verticale e in formato video breve. Il suo prodotto non è mai la conoscenza, è sempre in vendita: un integratore, un protocollo, un corso a pagamento spacciato per rivelazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli succede, per affinità di metodo, il banditore dell&#8217;ultimo pezzo, che non vende mai un prodotto ma una scadenza: il conto alla rovescia in sovrimpressione, la promozione «valida solo per le prossime tre ore», gli «ultimi cinque posti disponibili» che restano misteriosamente disponibili anche il mese seguente, con il medesimo conto alla rovescia ripartito da capo. È la tecnica di vendita più antica del mercato rionale, quella del banco che sta per chiudere, applicata a un negozio che in realtà non chiude mai: lo sconto è perenne, cambia solo il pretesto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Più temibile per reputazione e fatturato è il guerriero del cortisolo, quello che ha trasformato un ormone dello stress – utile, misurabile solo con prelievi seriati e in contesti clinici precisi – in un mostro domestico responsabile di ogni pancia, ogni insonnia, ogni fallimento sentimentale. Vende gocce, tisane, pastiglie «anticortisolo» senza che nessuno, mai, abbia dosato il cortisolo di chi acquista. La diagnosi arriva prima dell&#8217;esame: è la medicina che ha rovesciato il metodo scientifico e lo ha rivenduto come rivoluzione del benessere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non manca all&#8217;appello il fabbricante di trasformazioni, quello delle metamorfosi in dodici settimane, prima e dopo illuminati diversamente, pancia rientrata con un filtro e non con una dieta. Promette lo stesso risultato a chiunque abbia una carta di credito e ignori che la genetica, il sonno, il cortisolo autentico – quello reale, misurato – e il tempo libero per allenarsi non sono distribuiti in modo uguale tra gli esseri umani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di segno opposto, ma di identica sicurezza, il naturalista militante: per lui ogni sostanza sintetizzata in laboratorio è sospetta e ogni erba è benedetta a prescindere dal dosaggio, come se dimenticasse che la cicuta è naturalissima e la penicillina no. Predica il ritorno alla natura dallo smartphone di ultima generazione, con la connessione di ultima velocità e il microfono professionale comprato online.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Percorre invece il supermercato con la telecamera accesa il decodificatore di etichette, che grida all&#8217;additivo come un tempo si gridava all&#8217;untore, senza mai spiegare la dose, che in tossicologia è tutto, e senza mai citare un&#8217;autorità sanitaria che non sia se stesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Officia poi il rito del digiuno il guru intermittente, sacerdote della colazione saltata come panacea universale: risolverebbe simultaneamente il metabolismo, la concentrazione, l&#8217;umore e, nei video più audaci, anche l&#8217;autostima, senza distinguere mai tra chi può trarne beneficio sotto controllo medico e chi ha già un rapporto complicato con il cibo, categoria verso cui questi contenuti sono tutt&#8217;altro che innocui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiude la carrellata, ultimo arrivato ma già affollatissimo, l&#8217;oracolo del microbiota, che ha scoperto l&#8217;intestino come i naviganti scoprirono le Americhe e ora vende probiotici miracolosi basati su studi che, letti per intero e non nel titolo, dicono molto meno di quanto il video lasci intendere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tratto comune, più del contenuto, è la grammatica: l&#8217;autorità sostituita dalla sicurezza espositiva, la citazione scientifica ridotta a parola-chiave, il «gli studi dimostrano» senza nome, autore, rivista, anno. È una medicina orale nel senso più antico, quella dei racconti tramandati, solo che qui il tramando dura quindici secondi ed è costruito per trattenere l&#8217;attenzione, non per curare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è un fenomeno marginale: le autorità sanitarie europee e italiane segnalano da tempo la crescita di contenuti nutrizionali non verificati sui social, e diversi ordini dei medici e dei biologi nutrizionisti hanno più volte richiamato l&#8217;attenzione sul rischio di consigli alimentari o integrativi impartiti senza alcuna valutazione clinica individuale. Non servono cifre roboanti per dirlo: basta aprire l&#8217;applicazione e contare quanti, tra i primi dieci risultati per «cortisolo», indossano un camice che nessun ordine professionale ha mai firmato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Verrebbe da chiedersi come si esca da questo assedio gentile di consigli non richiesti. La risposta più onesta, e meno virale, è la più antica del mondo: un dietologo reale, un esame del sangue autentico, un dubbio coltivato più a lungo di un colpo di pollice sullo schermo. Nel frattempo, l&#8217;algoritmo continuerà a proporci il prossimo salvatore, con lo stesso ritmo e la stessa fiducia con cui un tempo il banditore di piazza proponeva l&#8217;elisir buono per tutto. Cambia il palco, non cambia la commedia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/la-scienza-secondo-lalgoritmo-piccolo-bestiario-del-nutrizionista-fai-da-te/">La scienza secondo l&#8217;algoritmo: piccolo bestiario del nutrizionista fai-da-te</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Vicenza è una città per giovani? Il centro divide: «Eventi pieni, poi per mesi non c’è più nulla da fare»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2026 09:02:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[MUSICA & SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Anita Guelfi Il centro torna sotto i riflettori Dopo il clamoroso successo della Notte Bianca di Vicenza, un weekend che ha animato le piazze della città dal 18 al 20 settembre, il tema del ‘Centro’ torna a far discutere.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">di Anita Guelfi</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il centro torna sotto i riflettori</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo il clamoroso successo della Notte Bianca di Vicenza, un weekend che ha animato le piazze della città dal 18 al 20 settembre, il tema del ‘Centro’ torna a far discutere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tema, sentito, soprattutto dai giovani vicentini che abitano e vivono la città. Ne abbiamo sentito alcuni, che ne hanno delineato punti di forza e carenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tra eventi e piazze vuote</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Vicenza non è morta, ma è ferita», racconta Elia, 26 anni, lavoratore. Una definizione che racchiude una sensazione ambivalente: da una parte la difficoltà di trovare occasioni di incontro, dall’altra la convinzione che la città abbia ancora le potenzialità per ripartire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, secondo il 26enne, riguarda innanzitutto la scarsità di iniziative durante l’anno. L’estate porta con sé alcuni appuntamenti, ma, terminati questi eventi, il centro sembra tornare a svuotarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Abbiamo sempre quell’evento che aspettiamo, che è il Lumen. Da lì c’è sempre un mese in cui non c’è più nulla da fare, se non andare alle sagre vicine, mentre in centro c’è poco o niente».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma organizzare nuovi eventi non è necessariamente semplice. «È facile dire “organizzate più eventi”, ma bisogna capire perché non si fanno», osserva Elia. Permessi, musica, burocrazia e organizzazione possono rappresentare ostacoli che, secondo il giovane, meriterebbero di essere approfonditi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="827" height="1024" src="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.38-1-827x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-375176" srcset="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.38-1-827x1024.jpeg 827w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.38-1-337x417.jpeg 337w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.38-1-100x124.jpeg 100w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.38-1-846x1047.jpeg 846w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.38-1.jpeg 1170w" sizes="(max-width: 827px) 100vw, 827px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La fila che racconta una città</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un esempio, però, dimostra come la domanda di socialità sia ancora forte. È quello del Pellegrino, aperto eccezionalmente per qualche sera con l&#8217;evento di Selzato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’affluenza è stata sorprendente: «Ho fatto un’ora di coda. Il posto era molto grande, ma c’era comunque una fila che arrivava quasi fino a Monte Berico: c’era tantissima gente».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il successo dell’iniziativa porta a una riflessione: forse non servono sempre nuovi luoghi, ma un modo diverso di utilizzare quelli già esistenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Basta rivalutare le zone che abbiamo», prosegue Elia. Lo stesso discorso potrebbe riguardare Piazza Matteotti, dove l’ipotesi di eliminare il parcheggio potrebbe creare un nuovo spazio per attività e iniziative.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche l’apertura di nuovi locali sembra dimostrare che la voglia di stare insieme non sia scomparsa. Elia cita, ad esempio, un bar recentemente ristrutturato in via Giuriolo: durante un DJ set, racconta, «il locale era pieno, ma pieno davvero».</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.39-768x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-375177" srcset="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.39-768x1024.jpeg 768w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.39-313x417.jpeg 313w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.39-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.39-100x133.jpeg 100w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.39-846x1128.jpeg 846w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.39-1184x1579.jpeg 1184w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.39.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>«Padova o Verona per fare serata»</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, però, non riguarderebbe soltanto la quantità di eventi. Fabio, lavoratore 29enne, descrive infatti Vicenza come una città che non è riuscita a sviluppare una vera offerta per i giovani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Vicenza è una città morta in generale, non solo per i giovani», sostiene, sottolineando come molti siano «quasi costretti a dover andare verso Padova o Verona a fare serata».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo Fabio, il centro cittadino si è progressivamente svuotato e mancano soprattutto luoghi di aggregazione che offrano alternative ai classici bar e locali notturni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Abbiamo bisogno di luoghi dove aggregarsi che non siano i soliti club o bar aperti solo venerdì e sabato».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’inverno senza alternative</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">A pesare sarebbe anche la mancanza di iniziative durante l’inverno. Secondo il 29enne, la scarsità di alternative rischia di lasciare i più giovani senza spazi in cui incontrarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Abbiamo i giovanissimi allo sbando più totale per il semplice fatto che, siccome non hanno nulla da fare durante l’inverno, vanno in giro per le strade a divertirsi».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rapporto tra generazioni rappresenta un altro elemento della discussione. Sembra che, quando si cerca di animare la città, non manchino le proteste dei residenti più anziani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Ogni volta che si prova a fare qualcosa per animare la città, le persone più anziane portano lamentele continue ed insistenti».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una situazione che, nella sua lettura, finirebbe per scoraggiare le iniziative rivolte ai giovani.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;università come possibile svolta</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo si aggiunge la dimensione universitaria. Rispetto a Padova e Verona, Vicenza avrebbe una presenza studentesca più limitata e meno capace di generare una vera vita serale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Non c’è vita. Non c’è scambio culturale, non c’è interazione tra diverse culture e persone», afferma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La stessa questione viene affrontata anche da Davide, 23 anni, lavoratore, che mette al centro proprio il rapporto tra università, spazi e mobilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Vicenza non è morta per i giovani, ma perché in qualche modo non è mai nata», sostiene. Durante l’estate, secondo lui, la situazione cambia: festival ed eventi riescono a richiamare molte persone, ma «poi, durante la stagione invernale, muore tutto».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una movida che non fa il salto</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo motivo, una delle possibili strade per rilanciare la città sarebbe proprio quella di rafforzare la vita universitaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Bisogna spingere quella e lì riprende vita la movida vicentina», spiega. Vicenza, secondo Davide, avrebbe già alcune delle caratteristiche necessarie: «È una bella città, è piena di locali. I giovani potenzialmente li avrebbe anche, è che vanno fidelizzati alla città».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non tutti, però, ritengono che in passato la situazione fosse migliore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Una volta non era meglio, non è mai cambiato nulla, è identica, sempre», afferma. Il problema, quindi, non sarebbe soltanto un recente declino, ma una difficoltà strutturale che la città si porta dietro da tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche l’offerta dei locali viene messa in discussione. Secondo il 23enne, le poche discoteche presenti non riescono sempre a soddisfare la domanda dei ragazzi, sia per la proposta musicale sia per i costi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato sarebbe una sorta di «limbo di mezza movida»: un movimento che esiste, ma che non riesce a trasformarsi in qualcosa di stabile e realmente attrattivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«A livello di numeri è oggettivo che c’è», sostiene il giovane, spiegando che, lavorando nel settore, vede quotidianamente la presenza di persone e attività.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Però non riusciamo a dare un punto di svolta».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una città da raggiungere in macchina</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro problema riguarda la conformazione stessa della città. Secondo Leonardo, lavoratore 26enne, Vicenza è piccola ma allo stesso tempo dispersiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Non è una città a misura d’uomo. È piccola, però frastagliata».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molte attività sono concentrate in zone difficili da raggiungere senza automobile e questo limita le possibilità di movimento soprattutto per i più giovani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il riferimento è anche a locali come il Pinocchio, raggiungibili principalmente in macchina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Bisogna prendere la macchina», spiega, sottolineando come l’offerta sia spesso concentrata in pochi punti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Non hai alternative perché o vai là o&#8230;?».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il modello delle città universitarie</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza con città come Padova e Verona, secondo questa lettura, emerge soprattutto nelle zone universitarie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Portello di Padova, ad esempio, viene indicato come un&#8217;area capace di trasformarsi la sera in un punto di ritrovo per gli studenti. A Vicenza, invece, mancherebbero zone analoghe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Mi viene da pensare, per esempio, alla zona di Piazza Matteotti. Se fosse piena di bar e locali, se ci fosse più vita, anche la percezione della città sarebbe diversa».</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione non riguarda però esclusivamente il centro. Anche i quartieri, secondo il 26enne, avrebbero bisogno di maggiori occasioni di aggregazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Non c’è troppo da fare, neanche in estate in alcuni quartieri», osserva. La conseguenza è che molti giovani finiscono per spostarsi in macchina verso altri paesi o altre città.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il rischio di un centro senza investimenti</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, durante l’estate, il quadro cambia. Festival ed eventi riescono a creare movimento e a dimostrare che una domanda esiste. Il problema arriva quando la stagione degli eventi termina e il centro torna a svuotarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A frenare la nascita di nuove attività, secondo Leonardo, ci sarebbero anche le difficoltà legate agli orari e alle regole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«A me non verrebbe da dire: “Ok, apro un locale in centro”».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ragionamento è quello di un possibile investimento che rischia di non essere sufficientemente redditizio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si crea così, secondo questa interpretazione, un circolo vizioso: «Gente che non investe nel centro, persone che non vanno in centro, il centro che è vuoto e rende tutto desolato».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La questione sicurezza</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La sicurezza rappresenta infine un altro elemento da considerare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo Elia e Leonardo, il fatto che in centro si percepisca una maggiore presenza della criminalità contribuisce a rendere alcune persone meno propense a frequentarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Si sa che c’è sempre più malavita e che non ci si sente sempre al sicuro», afferma Elia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una percezione che, per essere valutata sul piano oggettivo, richiederebbe però un confronto con i dati ufficiali sulla criminalità.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le iniziative che partono dal basso</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante le difficoltà, le testimonianze restituiscono anche alcuni segnali positivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra questi viene citato il movimento “Rimerie Vicentine Freestyle Cypher”, indicato come una realtà capace di creare occasioni di incontro e di dare nuova vita alla città.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Sta dando una grossa mano a ridare vita alla città», racconta Fabio, secondo cui però «è un lavoro che dovrebbero fare le istituzioni comunali».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La sfida per il futuro</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il quadro che emerge è quindi quello di una città che sembra avere una domanda di socialità, ma che fatica a trasformarla in una presenza costante durante tutto l’anno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da una parte ci sono festival, nuovi locali e iniziative nate dal basso; dall’altra un centro che molti giovani percepiscono come vuoto, poche alternative e una forte dipendenza dagli spostamenti verso altre città.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse, allora, il problema non è soltanto capire se Vicenza sia una città “morta”, ma chiedersi perché, quando vengono create occasioni e spazi di aggregazione, le persone tornino a riempirli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La fila davanti al Pellegrino, i locali pieni durante gli eventi e le iniziative organizzate dai giovani sembrano suggerire che una domanda esiste.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sfida resta trasformare quei momenti occasionali in una presenza stabile, capace di attraversare tutte le stagioni e tutte le generazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Più vecchi, meno giovani, più sanità: un giorno in una sala pre-ricovero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2026 06:42:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;è una cosa che ho imparato ormai da parecchio tempo, e che vale per quasi tutto nella vita: le&#160;cose viste con i propri occhi sono diverse da quelle che ci vengono raccontate. Puoi&#160;leggere cento articoli su un terremoto,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Umberto Baldo</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una cosa che ho imparato ormai da parecchio tempo, e che vale per quasi tutto nella vita: le&nbsp;cose viste con i propri occhi sono diverse da quelle che ci vengono raccontate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Puoi&nbsp;leggere cento articoli su un terremoto, vedere fotografie delle macerie, ascoltare i servizi televisivi e conoscere perfino il numero delle vittime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi vai sul posto.&nbsp;&nbsp;&nbsp;E improvvisamente capisci che non avevi capito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso vale per le alluvioni, per le guerre, per la povertà, per il degrado delle città.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E, nel mio piccolo, anche per la sanità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per capire davvero qualcosa della sanità italiana, infatti, non occorre necessariamente andare in un Pronto Soccorso.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quelli, sempre più spesso, sembrano diventati una specie di terra di nessuno dove arrivano malati, parenti esasperati, personale stremato e, qualche volta, persino la violenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Basta accompagnare qualcuno in una clinica nella fase del&nbsp;<strong>pre-ricovero</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella fase in cui, prima di un intervento chirurgico, si fanno esami, accertamenti e visite per verificare che il paziente sia nelle condizioni di affrontare l&#8217;operazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualsiasi operazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E lì ho avuto una sorpresa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io, che ho superato i settanta, mi sono sentito quasi giovane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sto scherzando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tolti alcuni rari pazienti più giovani, quei circa 150 pazienti ammassati in quello che, più che una sala d’attesa, sembrava un corridoio, erano in gran parte della mia generazione. E parecchi appartenevano già alla generazione successiva: quella dei più anziani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad un certo punto ho avuto quasi la sensazione di essere finito nella sala d&#8217;attesa di un Paese che non avevo mai visto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi ho capito che quel Paese era semplicemente&nbsp;<strong>l&#8217;Italia di domani.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora conviene distogliere per un momento gli occhi dalla sala d&#8217;attesa e puntarli sui numeri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al 1° gennaio 2026 gli italiani con almeno 65 anni sono 14,8 milioni: il 25,1% della popolazione. Gli ultraottantacinquenni sono già 2,5 milioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il dato veramente impressionante è quello che arriva dopo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo le più recenti proiezioni dell&#8217;Istat, entro il 2050 gli over 65 potrebbero rappresentare il 34,5% della popolazione.&nbsp;&nbsp;In altre parole,&nbsp;<strong>un italiano su tre.</strong><strong>&nbsp;&nbsp;</strong>E gli over 85 supereranno il 7%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è una previsione sulla temperatura fra trent&#8217;anni.<br>È una trasformazione demografica che, in buona parte, è già scritta nella struttura della popolazione. E contro la demografia, per fortuna o purtroppo, non servono opinioni: servono numeri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non riguarda soltanto gli anziani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2050 la popolazione tra i 15 e i 64 anni potrebbe scendere al 55,3% del totale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avremo quindi contemporaneamente&nbsp;<strong>più persone che avranno bisogno della sanità, e meno persone in età lavorativa per finanziarla e per farla funzionare.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui comincia il problema vero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il nostro sistema sanitario è stato costruito negli anni ‘70 quando la medicina doveva soprattutto affrontare malattie acute: l&#8217;infezione, il trauma, l&#8217;intervento chirurgico, il problema da risolvere, ed il paziente da rimandare a casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi il paziente anziano che arriva per un intervento anche banale, di quelli di routine, porta spesso con sé un piccolo condominio di patologie: ipertensione, diabete, problemi cardiovascolari, terapie diverse da coordinare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;operazione all&#8217;anca od alla cataratta può quindi riguardare una persona che, dal punto di vista sanitario, è tutt&#8217;altro che «sana».</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo significa più controlli, più accertamenti, più assistenza, più riabilitazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma,&nbsp;<strong>più sanità.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma attenzione: invecchiare non significa necessariamente ammalarsi di più. La vera sfida sarà riuscire ad allungare non soltanto la vita, ma anche gli anni vissuti in buona salute. Prevenzione, stili di vita, diagnosi precoci e assistenza territoriale diventano quindi parte della stessa partita<strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E c&#8217;è un altro problema: anche i medici e gli infermieri invecchiano.&nbsp;&nbsp;Non vengono prodotti in laboratorio, almeno per ora.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quindi pensionamenti, dimissioni, mobilità verso il privato o verso l&#8217;estero, e ricambio generazionale insufficiente, rischiano di rendere sempre più difficile trovare le persone necessarie per far funzionare il sistema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vi sembra normale che una parte consistente dei medici continui a lavorare anche dopo l&#8217;età della pensione?&nbsp;&nbsp;&nbsp;Forse dovremmo chiederci perché.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c&#8217;è la famiglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per decenni ha rappresentato una specie di ammortizzatore sociale gratuito: genitori, figli, fratelli, nipoti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando qualcuno stava male, in qualche modo si trovava una soluzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quella famiglia è diventata sempre più piccola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sempre secondo le proiezioni dell&#8217;Istat, nel 2050 gli ultrasessantacinquenni che vivranno soli potrebbero arrivare a 6,5 milioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, non avremo soltanto&nbsp;<strong>più anziani; a</strong>vremo anche&nbsp;<strong>più anziani soli.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo cambia completamente il problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché un conto è avere un ottantenne che, dopo un intervento, torna a casa dove lo aspettano moglie, figli e magari nipoti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro conto è avere un ottantenne che torna in un appartamento vuoto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il bisturi può aver lavorato perfettamente; ma poi qualcuno deve accompagnarlo a casa, preparargli da mangiare, ricordargli le medicine, aiutarlo a lavarsi, portarlo ai controlli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E già oggi, ogni tanto, leggiamo di anziani trovati morti in casa dopo giorni, quando qualcuno si accorge che non rispondono più al telefono o che non hanno ritirato la posta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non occorre avere poteri divinatori per immaginare che, in un Paese con milioni di anziani soli, con una spesa sanitaria che esploderà, quelle che oggi ci sembrano notizie drammaticamente eccezionali rischiano di diventare una parte quasi ordinaria della cronaca quotidiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sanità, insomma, finisce per incontrare il welfare.&nbsp;&nbsp;E il welfare finisce per incontrare la demografia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto, però, arriva la domanda che in politica compare quasi sempre per ultima.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Con quali soldi?</strong><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong>Perché le risorse pubbliche non sono infinite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E se nei prossimi decenni avremo più anziani, più malattie croniche, più bisogno di assistenza, e contemporaneamente meno persone in età lavorativa, qualcuno dovrà pur pagare il conto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le strade, alla fine, non sono poi moltissime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si può recuperare una parte molto più consistente dell&#8217;evasione fiscale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si può chiedere un contributo maggiore a quella metà di italiani che vivono sulle spalle dell’altra.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oppure si può avere il coraggio di dire che, se vogliamo destinare più risorse alla sanità, qualche altra voce della spesa sociale dovrà necessariamente crescere meno, o persino essere ridimensionata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui comincia il difficile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché in Italia siamo bravissimi a dire che una prestazione pubblica è indispensabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molto meno bravi a spiegare&nbsp;<strong>quale altra prestazione siamo disposti a sacrificare per pagarla.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo capaci di discutere per ore su come aumentare la spesa sanitaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molto meno su quale spesa ridurre per poterla aumentare. E, personalmente, comincerei proprio dalla giungla dei bonus distribuiti negli anni per raccogliere consenso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che la politica dovrebbe smettere per un momento di inseguire l&#8217;emergenza del giorno e cominciare a fare una cosa piuttosto desueta: programmare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la politica italiana ha una straordinaria capacità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riesce a discutere per mesi di un problema quando è già esploso, e poi a chiamarlo «emergenza», come se fosse comparso la sera prima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La demografia, invece, non ha fretta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non fa conferenze stampa, non lancia slogan, e soprattutto non va a votare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma alla fine presenta il conto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Possiamo discutere per anni di pubblico contro privato, ticket, convenzioni, liste d&#8217;attesa, medici di famiglia, case di comunità ed assunzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono tutte questioni importanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma fanno parte della stessa storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una storia che si chiama&nbsp;<strong>invecchiamento della popolazione.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E quindi la domanda fondamentale non è soltanto come sarà la sanità italiana quando un italiano su tre avrà più di 65 anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È soprattutto questa:&nbsp;<strong>chi la farà funzionare, e con quali risorse?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché oggi, in quella sala d&#8217;attesa, mi è capitato un piccolo paradosso; a più di settant&#8217;anni mi sono sentito più giovane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una sensazione gratificante, per carità.&nbsp;&nbsp;Ma non sono sicuro che sia una buona notizia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella sala d&#8217;attesa non era soltanto piena di vecchi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era una&nbsp;<strong>fotografia del futuro.</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed il futuro, come sempre, arriverà prima che la politica abbia finito di discuterne.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I numeri, del resto, ce lo stanno dicendo da parecchio tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>
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		<title>Amanda Lear farà causa a Miley Cyrus per plagio?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 14:13:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[MUSICA & SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Amanda Lear punta il dito contro Miley Cyrus (foto generata da AI) e accende un caso musicale destinato a far discutere. La cantante e icona della disco, 79 anni, sostiene che “Redlights”, uno dei brani contenuti nel nuovo album della<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p class="wp-block-paragraph">Amanda Lear punta il dito contro Miley Cyrus (foto generata da AI) e accende un caso musicale destinato a far discutere. La cantante e icona della disco, 79 anni, sostiene che <strong>“Redlights”</strong>, uno dei brani contenuti nel nuovo album della popstar americana, <em>Bass Persuades</em>, ricordi in modo fin troppo evidente <strong>“The Sphinx”</strong>, canzone pubblicata da Lear nel 1978 nell’album <em>Never Trust a Pretty Face</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A sollevare la questione è stata la stessa Amanda Lear con un messaggio pubblicato domenica su Instagram. Il tono era ironico: «Sono lusingata», ha scritto riferendosi al nuovo pezzo di Miley Cyrus.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il confronto tra le due canzoni ha immediatamente attirato l’attenzione dei fan. Secondo Lear, non si tratterebbe soltanto di una vaga somiglianza: il fraseggio vocale e la struttura melodica di “Redlights” richiamerebbero molto da vicino quelli di “The Sphinx”, anche se nel brano di Miley Cyrus il ritmo appare decisamente più veloce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione riguarda anche i crediti della nuova canzone. Tra gli autori di “Redlights”, infatti, non figurerebbero né Amanda Lear né <strong>Anthony Monn</strong>, cantante e compositore tedesco che collaborò con lei alla realizzazione di “The Sphinx”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intervistata dal quotidiano francese <em>Le Parisien</em>, Lear ha spiegato di aver già coinvolto produttore e casa discografica. «Sappiamo che è una mia fan», ha detto riferendosi a Miley Cyrus. Secondo quanto raccontato dalla cantante, i suoi collaboratori avrebbero confrontato nel dettaglio le due composizioni e sarebbero convinti dell’esistenza di una forte sovrapposizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lear ha parlato di «stessa melodia» e «stessa ritmica», pur riconoscendo che il testo è stato cambiato. In un primo momento non aveva escluso neppure la possibilità di arrivare a una lunga controversia giudiziaria, nel caso in cui non fosse stato trovato un accordo tra le parti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Successivamente, però, la cantante ha abbassato i toni. Contattata lunedì mattina, ha precisato che la vicenda è ormai nelle mani dei produttori e degli editori titolari dei diritti della sua canzone e che lei si sarebbe limitata a segnalare la somiglianza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lear ha inoltre negato di aver minacciato direttamente Miley Cyrus di azioni legali o ritorsioni, raccontando però di essere stata presa di mira sui social da alcuni fan della popstar americana. «Ci sono cose più gravi nella vita», ha commentato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è la prima volta che una canzone di Miley Cyrus viene accostata a un brano precedente. Nel 2023 il suo enorme successo <strong>“Flowers”</strong> era stato messo in relazione con <strong>“When I Was Your Man”</strong> di Bruno Mars, soprattutto per alcuni richiami nel testo del ritornello. In quel caso non era nata un’azione giudiziaria, mentre gli ascolti del pezzo di Mars erano aumentati sensibilmente sulle piattaforme di streaming.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora resta da capire se la polemica tra Amanda Lear e Miley Cyrus avrà conseguenze legali o se finirà per trasformarsi, paradossalmente, in una nuova ondata di popolarità per “The Sphinx”, quasi cinquant’anni dopo la sua pubblicazione.</p>
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		<title>Chef due stelle Michelin mette 50 mila formiche nei dessert: scoperto dalle foto dei clienti, ristorante chiuso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 08:37:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[FOOD & DRINK]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le utilizzava per aggiungere una nota acida ai dolci del ristorante Evett. A scoprire la pratica sono state le autorità sudcoreane osservando le fotografie pubblicate online dai clienti. Il locale è stato chiuso e sono scattate pesanti sanzioni. Per sorprendere<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le utilizzava per aggiungere una nota acida ai dolci del ristorante Evett. A scoprire la pratica sono state le autorità sudcoreane osservando le fotografie pubblicate online dai clienti. Il locale è stato chiuso e sono scattate pesanti sanzioni.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per sorprendere i clienti e trovare sapori sempre nuovi, gli chef stellati sono spesso disposti a sperimentare ingredienti decisamente insoliti. A Seul, in Corea del Sud, uno di questi esperimenti è però costato caro allo chef dell’<strong>Evett</strong>, ristorante premiato con <strong>due stelle Michelin</strong>, che utilizzava <strong>formiche essiccate come guarnizione per alcuni dessert</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In particolare, piccoli insetti venivano cosparsi sopra i sorbetti con l’obiettivo di conferire ai dolci una particolare <strong>nota acida</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pratica è stata scoperta dagli agenti del <strong>Ministero sudcoreano per la Sicurezza alimentare e farmaceutica</strong>, che si sono imbattuti nelle formiche esaminando alcune fotografie pubblicate su Internet dai clienti del ristorante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da quelle immagini sono partiti gli accertamenti, che hanno portato alla scoperta di una consuetudine che, secondo quanto riportato dai media locali e dalla BBC, sarebbe andata avanti per <strong>quasi quattro anni</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il conto degli insetti utilizzati è sorprendente: nel corso di quel periodo sarebbero finite sui dessert del ristorante <strong>circa 50 mila formiche</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, però, non riguardava soltanto il gusto particolarmente originale dei piatti. In <strong>Corea del Sud l’utilizzo delle formiche negli alimenti non è consentito</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo il titolare del ristorante è stato condannato e il locale ha dovuto <strong>chiudere</strong>. Allo chef è stata inoltre inflitta una multa di <strong>15 milioni di won</strong>, equivalenti a circa <strong>9.500 euro</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sanzionata anche la società che gestiva il ristorante, condannata a pagare altri <strong>10 milioni di won</strong>, circa <strong>6.350 euro</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La contestazione formulata dalle autorità riguarda la <strong>violazione della normativa sull’igiene alimentare</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una trovata culinaria certamente capace di sorprendere i clienti, dunque, ma che alla fine si è rivelata decisamente indigesta per il ristorante.</p>
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		<title>Dall’Olanda alla Spagna, l’invasione degli ortaggi da serra, perfetti e senz’anima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 09:35:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il pomodoro che non sapeva di esserlo Di Alessandro Cammarano C&#8217;è un momento, davanti al banco ortofrutta di un supermercato qualunque, in cui l&#8217;Italia intera dovrebbe fermarsi e chiedersi come sia potuto succedere. Il momento è quello in cui si<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il pomodoro che non sapeva di esserlo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Di Alessandro Cammarano</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è un momento, davanti al banco ortofrutta di un supermercato qualunque, in cui l&#8217;Italia intera dovrebbe fermarsi e chiedersi come sia potuto succedere. Il momento è quello in cui si prende in mano un pomodoro rosso, sodo, lucido come una mela di plastica da vetrina natalizia, e lo si morde aspettandosi il sapore dell&#8217;estate. Quello che arriva in bocca, invece, è acqua tiepida con un vago sentore di erba tagliata. È il pomodoro olandese, orgoglio ingegneristico di un paese che ha trasformato l&#8217;agricoltura in informatica applicata: piante che non toccano terra, cresciute su lana di roccia, nutrite con soluzioni idroponiche dosate al millilitro, illuminate a comando quando il sole del Mare del Nord decide di scioperare. Il risultato è un frutto perfetto in ogni cosa tranne che nell&#8217;unica cosa per cui un pomodoro dovrebbe esistere. Un agronomo dell&#8217;Università di Bologna, interpellato tempo fa sull&#8217;argomento, ha spiegato la faccenda con un candore quasi commovente: i pomodori olandesi non sanno di nulla perché il mercato non chiede loro di sapere di qualcosa, chiede che siano tutti identici, tutti lucidi, tutti pronti a sopravvivere a un viaggio in camion refrigerato senza un&#8217;ammaccatura. È la fotografia perfetta del nostro tempo: non ci siamo accorti che il pomodoro fosse diventato brutto, ce ne siamo accorti quando è diventato muto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui viene il primo motivo di orgoglio nazionale mortificato: l&#8217;Italia, patria del pomodoro San Marzano, del Piennolo del Vesuvio, del Pachino che profuma ancora di salsedine, importa ogni anno decine di migliaia di tonnellate di questi cloni olandesi color sangue finto, e li mette negli stessi scaffali dove un tempo regnava il pomodoro vero, quello che ti macchiava la camicia e ti restituiva il favore con il sapore. Abbiamo il sole, abbiamo la terra, abbiamo tremila anni di pratica agricola, e compriamo lo stesso il pomodoro cresciuto sotto una lampada a led in una serra di Rotterdam. C&#8217;è qualcosa di masochistico, quasi liturgico, in questa scelta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Accanto al pomodoro senza voce, sugli stessi banchi, si allineano gli asparagi, altra categoria di ortaggio ridotta a comparsa muta del proprio nome. Fuori stagione, coltivati a ritmi forzati in serre che li spingono a crescere prima che abbiano deciso di avere un sapore, oppure fatti arrivare da lontano con voli cargo che li portano a destinazione ancora convinti di essere germogli, gli asparagi da banco moderno sono lunghi, dritti, calibrati con la precisione di un pezzo meccanico, e amarissimamente anonimi al palato. Chi ha la fortuna di assaggiare un asparago selvatico raccolto a marzo lungo un fosso di campagna sa che quella pianta ha un carattere, quasi un temperamento. Quello del supermercato ha solo una scheda tecnica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il capitolo più clamoroso di questa commedia della finzione alimentare arriva da più lontano, dal Sud America e dall&#8217;Africa, dove nascono l&#8217;avocado, il mango, buona parte della frutta esotica che oggi troneggia nei nostri carrelli come simbolo di benessere cosmopolita. Questi frutti vengono raccolti volutamente acerbi, duri come pietre, perché un frutto maturo non sopravvivrebbe alle tre o quattro settimane di navigazione in container refrigerato che li separano dal Mediterraneo. Arrivano nei porti ancora verdi, vengono chiusi in celle sature di etilene, il gas che il frutto stesso produrrebbe naturalmente sulla pianta, e lì vengono costretti a una maturazione artificiale, un&#8217;iniezione ormonale di massa che nel giro di pochi giorni li rende commestibili senza mai renderli davvero maturi. Il risultato lo conosce chiunque abbia comprato un avocado al supermercato sperando nella cremosità e trovandosi tra le mani o un sasso o una poltiglia bruna, senza vie di mezzo, perché la via di mezzo esisteva solo sulla pianta, quella pianta che nessuno ha aspettato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si potrebbe continuare per pagine, con le fragole spagnole gonfiate ad acqua, con i peperoni marocchini cresciuti sotto teli di plastica lunghi chilometri, con le zucchine turche che arrivano già rassegnate al proprio destino di contorno insapore. Ma il punto, in fondo, non è la lista della spesa. Il punto è che abbiamo costruito una filiera alimentare globale ottimizzata per tutto tranne che per il gusto: per la resistenza agli urti, per l&#8217;uniformità estetica, per la lunga conservazione, per il margine di profitto della grande distribuzione, che preferisce un prodotto prevedibile a un prodotto buono perché il prevedibile non genera resi. Il sapore, in questa equazione, è diventato una variabile trascurabile, un lusso da nicchia riservato a chi ha un orto, un mercato contadino sotto casa o la pazienza di aspettare la stagione giusta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è nostalgia contadina, è aritmetica. Un pomodoro che viaggia meno vive meno tempo sotto plastica e più tempo sotto sole, e il sole, per quanto la Olanda si ostini a negarlo, resta l&#8217;unico ingrediente che nessun laboratorio è ancora riuscito a imbottigliare. Nel frattempo continuiamo a riempire i carrelli di ortaggi che sembrano usciti da un catalogo di arredamento, belli, lucidi, muti come comparse di un film in cui nessuno ha scritto le loro battute. Mangiamo immagini di verdura. Il sapore, quello vero, lo abbiamo lasciato al porto, in attesa di una nave che non arriverà mai in tempo.</p>
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		<title>Vista una, viste tutte. Tette, algoritmi e istinti: perché continuiamo a guardare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 07:37:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;è una cosa che mi incuriosisce sempre di più quando apro i Social, e Facebook in particolare.&#160; Non sono le guerre. Non è la politica.&#160;&#160;Non sono nemmeno quelli che spiegano all&#8217;Universo mondo come dovrebbe essere governata l&#8217;Italia dopo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una cosa che mi incuriosisce sempre di più quando apro i Social, e Facebook in particolare.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sono le guerre. Non è la politica.&nbsp;&nbsp;Non sono nemmeno quelli che spiegano all&#8217;Universo mondo come dovrebbe essere governata l&#8217;Italia dopo aver letto tre post su Google.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono le fotografie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Più precisamente, le fotografie di ragazze e donne sempre più discinte, con una particolare predilezione per le generose esposizioni della parte superiore del corpo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un vero e proprio&nbsp;<strong>“festival delle tette”</strong><strong>,</strong>&nbsp;per la più parte di grossa taglia, spesso visibilmente rifatte,&nbsp;<strong>esibite con l&#8217;atteggiamento di chi non soltanto le possiede, ma sembra addirittura averle inventate.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui mi sorge spontanea una domanda:&nbsp;<strong>ma è business o esibizionismo?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché, a guardare certi profili, non è sempre facilissimo capirlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da una parte c&#8217;è chi evidentemente ha trasformato il proprio corpo in uno strumento di marketing: più visualizzazioni, più follower, più attenzione e, prima o poi, qualche euro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dall&#8217;altra c&#8217;è sicuramente chi semplicemente ama essere guardata.&nbsp;&nbsp;E magari le due cose convivono perfettamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D&#8217;altra parte, che differenza c&#8217;è fra una persona che ama essere ammirata e una che ha scoperto che essere guardata può diventare un&#8217;attività redditizia?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una volta si sarebbe chiamato esibizionismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi si chiama&nbsp;<strong>personal branding</strong><strong>.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong>Dite la verità; in inglese fa tutta un&#8217;altra figura eh!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la questione interessante non è nemmeno questa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera domanda è:&nbsp;<strong>perché gli uomini sono così attratti dalla nudità femminile?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E sia chiaro: anche le donne guardano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è che l&#8217;universo femminile abbia ricevuto alla nascita un certificato di immunità dall&#8217;attrazione fisica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Però, mediamente, nella sessualità maschile la componente visiva sembra avere un peso particolarmente importante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui bisogna fare un salto indietro.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Un salto piuttosto lungo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché l&#8217;uomo è un animale sessuale decisamente curioso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molti mammiferi utilizzano in maniera importantissima l&#8217;olfatto per individuare il partner e raccogliere informazioni sulla disponibilità sessuale. Odori, segnali chimici, feromoni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una specie di “Tinder biologico”, insomma.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Solo che non serve lo smartphone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi, invece, siamo diventati nel corso dell&#8217;evoluzione animali fortemente visivi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole negli ultimi tempi sembriamo aver sviluppato una forma tutta nostra di sessualità: il “sesso oftalmico”.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Invece di toccare, guardiamo. E a giudicare dai social, la specialità sembra essere parecchio praticata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tornando seri, abbiamo perso progressivamente gran parte della pelliccia corporea che caratterizza gli altri primati. Abbiamo conquistato la posizione eretta. Siamo diventati bipedi. E il corpo umano, liberato dalla pelliccia, è diventato probabilmente molto più leggibile attraverso la vista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dimorfismo sessuale, le proporzioni corporee, la distribuzione del grasso, il volto, la pelle, il modo di muoversi: una quantità enorme di informazioni che il nostro cervello può raccogliere semplicemente guardando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sappiamo se il nostro antenato preistorico, davanti a una bella donna, pensasse:&nbsp;<strong>&#8220;Accidenti, che bella f…..&#8221;.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è ragionevole pensare che il suo cervello facesse già qualcosa di molto simile.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c&#8217;è un particolare sul quale possiamo anche smettere per un momento di fare gli antropologi ed ammettere semplicemente l&#8217;evidenza.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il corpo femminile piace.</strong><strong>&nbsp;</strong>Agli uomini, mediamente, parecchio. E non credo ci sia bisogno di costruirci sopra una teoria sociologica di 400 pagine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un seno intravisto sotto una camicetta leggermente sbottonata, una schiena nuda, una gamba scoperta, una scollatura che lascia lavorare più l&#8217;immaginazione della stoffa: sono segnali capaci di catturare lo sguardo maschile con una rapidità che probabilmente precede di molto la nascita della nostra specie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse c&#8217;è un motivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;erotismo non è nella nudità in sé. È nella distanza fra ciò che si vede e ciò che si immagina.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un corpo completamente nudo può mostrare tutto. Una scollatura, invece, può suggerire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed il cervello umano, quando gli lasci un piccolo spazio vuoto da riempire, ci mette dentro tutto quello che serve.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È per questo che nella storia dell&#8217;erotismo la stoffa ha spesso avuto un ruolo curioso: può nascondere, ma contemporaneamente può attirare l&#8217;attenzione proprio su ciò che nasconde.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non serve necessariamente mostrare tutto. Anzi, spesso è proprio il contrario.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il desiderio ama gli spazi vuoti.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui forse Facebook ha combinato un piccolo disastro estetico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché quando l&#8217;obiettivo diventa catturare il clic, l&#8217;allusione rischia di essere sostituita dall&#8217;esibizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il mistero lascia il posto alla fotocopia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al riguardo&nbsp;&nbsp;riprenderei un vecchia battuta:&nbsp;<strong>vista una, viste tutte (anche se a dirla tutta è riferita ad una parte anatomica ben precisa).</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Con una differenza, però.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella che cinquant&#8217;anni fa poteva essere una fotografia provocante su una rivista, oggi viene riproposta cento volte al giorno, da cento persone diverse, in cento pose diverse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è che persino l&#8217;erotismo rischia di diventare industriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando l&#8217;erotismo diventa industriale, perde una delle cose che lo rendevano erotico:&nbsp;<strong>l&#8217;attesa.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il desiderio, dopotutto, ha bisogno anche di tempo, di immaginazione, di distanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di quella piccola porzione di corpo che resta ancora nascosta e che il cervello, con la sua solita sfacciata fantasia, provvede immediatamente a completare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tornando al nostro uomo preistorico, lui aveva qualche problema logistico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Niente Facebook. Niente Instagram. Niente influencer. E soprattutto niente algoritmo capace di proporgli un&#8217;altra donna tre secondi dopo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio qui che arriva la parte interessante della nostra modernità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La tecnologia ha preso una pulsione biologica vecchia di centinaia di migliaia di anni e l&#8217;ha inserita dentro una macchina progettata per catturare la nostra attenzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il meccanismo è semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una fotografia attira lo sguardo. Lo sguardo produce attenzione. L&#8217;attenzione produce clic. I clic producono follower.&nbsp;&nbsp;I follower possono produrre denaro. Ed il denaro, come abbiamo imparato nella storia dell&#8217;umanità, possiede una straordinaria capacità di rendere rispettabile quasi qualsiasi cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così la ragazza che una volta &#8220;si metteva in mostra&#8221; oggi sta facendo “<strong>content creation”</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella che cercava attenzione oggi sta &#8220;costruendo una community&#8221;.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella che mostrava il proprio corpo oggi sta &#8220;valorizzando la propria immagine&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le parole cambiano.&nbsp;&nbsp;Il meccanismo molto meno. E qui arriva anche un&#8217;altra curiosità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La nudità dovrebbe perdere il suo potere quando diventa onnipresente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non sembra funzionare esattamente così. Perché il cervello umano non cerca soltanto la bellezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cerca anche la&nbsp;<strong>novità</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed i social sono una macchina praticamente perfetta per alimentare questa ricerca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una fotografia. Poi un&#8217;altra. Poi un&#8217;altra ancora. Cambiano la luce, la posa, il trucco, il filtro, l&#8217;angolazione, lo sfondo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma, diciamocelo con una certa brutalità:&nbsp;<strong>“</strong><strong>vista una, viste tutte</strong><strong>”.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">O quasi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il corpo umano, nonostante gli sforzi dell&#8217;industria della moda, della chirurgia estetica e dei filtri digitali, dispone ancora di un inventario abbastanza limitato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando hai mostrato le tette e fatto intravedere anche l’inguine, il campionario dovrebbe esser esaurito.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli algoritmi però hanno scoperto il trucco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non devono inventare continuamente qualcosa di nuovo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Devono soltanto cambiare abbastanza il contesto da convincere il nostro cervello che la prossima immagine meriti ancora un&#8217;occhiata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così quella che era una pulsione diventa un comportamento ripetitivo. E il comportamento ripetitivo diventa traffico. E il traffico diventa denaro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui, secondo me, c&#8217;è la vera rivoluzione.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non nel fatto che gli uomini guardino.&nbsp;&nbsp;Gli uomini guardano da quando esistono gli uomini. La rivoluzione consiste nel fatto che&nbsp;<strong>qualcuno ha imparato a monetizzare il loro guardare</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E naturalmente non sono soltanto gli uomini a essere coinvolti.&nbsp;&nbsp;Anche chi si mostra riceve una ricompensa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un like. Un commento. Un messaggio. Un aumento dei follower. Una conferma.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>&#8220;Piaccio!&#8221;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E quel &#8220;piaccio&#8221; può avere un valore psicologico enorme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché forse dietro certe fotografie non c&#8217;è soltanto il desiderio di sedurre. C&#8217;è anche il bisogno, molto umano, di sentirsi belli, desiderati, considerati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui arriviamo a qualcosa che riguarda tutti noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I social hanno trasformato il bisogno umano di approvazione in una specie di contabilità quotidiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quanti like? Quanti follower? Quante visualizzazioni? Quanti commenti?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo arrivati al punto in cui perfino l&#8217;autostima può essere misurata con un numeretto sotto una fotografia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una follia?&nbsp;&nbsp;Probabilmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma una follia estremamente redditizia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora forse dovremmo smettere di scandalizzarci troppo davanti alle ragazze discinte che compaiono sui nostri schermi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non perché tutto sia necessariamente innocuo od elegante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma perché il fenomeno racconta qualcosa di molto più profondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Racconta quanto poco sia cambiata la nostra natura sotto la superficie della modernità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo inventato l&#8217;intelligenza artificiale; mandiamo sonde su Marte; abbiamo costruito computer capaci di fare in pochi secondi calcoli che avrebbero richiesto una vita ad un matematico dell&#8217;Ottocento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi basta una bella fotografia, ed il nostro cervello torna immediatamente a occuparsi di una faccenda vecchia come l&#8217;umanità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Guardare, desiderare, commentare, magari pesantemente, essere desiderati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è proprio questo il paradosso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pensiamo di vivere nell&#8217;epoca più tecnologica della storia, ma dentro il nostro cervello continuano a vivere uomini e donne del Paleolitico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che adesso il cacciatore-raccoglitore ha lo smartphone in mano. E davanti non ha una foresta. Ha Facebook.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E dietro Facebook c&#8217;è un algoritmo che lo conosce probabilmente meglio di quanto lui conosca se stesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo, alla fine, la domanda non è tanto:&nbsp;<strong>&#8220;Perché gli uomini sono ossessionati dalla nudità?&#8221;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda vera è:&nbsp;<strong>&#8220;Che cosa succede quando una pulsione biologica primordiale incontra una tecnologia capace di moltiplicarla all&#8217;infinito, e di trasformarla in denaro?&#8221;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta la vediamo ogni giorno sul nostro schermo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E magari, la prossima volta che Facebook ci proporrà l&#8217;ennesima fotografia ammiccante, prima di chiederci perché quella signora abbia deciso di mostrarsi così generosamente, potremmo porci una domanda ancora più scomoda.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Chi sta guardando chi?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché forse noi pensiamo di stare guardando lei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma intanto l&#8217;algoritmo sta guardando noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Meno di 10 mila abitanti, quasi 269 mila cyberattacchi in sette giorni: il misterioso assedio a Joigny</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 14:26:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un piccolo Comune francese con meno di 10 mila abitanti finisce improvvisamente nel mirino di un esercito di hacker. È quanto accaduto a Joigny, nel dipartimento della Yonne, dove in appena una settimana sono state registrate 268.795 tentate intrusioni informatiche<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p class="wp-block-paragraph">Un piccolo Comune francese con meno di 10 mila abitanti finisce improvvisamente nel mirino di un esercito di hacker. È quanto accaduto a <strong>Joigny</strong>, nel dipartimento della Yonne, dove in appena una settimana sono state registrate <strong>268.795 tentate intrusioni informatiche</strong> contro i sistemi della città e della Comunità dei Comuni del Jovinien.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A rendere pubblico il caso venerdì 11 settembre è stato il sindaco socialista <strong>Nicolas Soret</strong>, che ha parlato apertamente di un attacco informatico di vasta portata. Secondo i dati diffusi dall’amministrazione, l’offensiva sarebbe partita da <strong>97.376 indirizzi malevoli</strong>, utilizzati da <strong>1.901 aggressori distinti</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A incuriosire è soprattutto la provenienza dei server coinvolti. Ben <strong>1.039 sono stati localizzati in Russia</strong>, mentre una parte più limitata è risultata riconducibile a <strong>Taiwan e Romania</strong>. Un singolo aggressore si sarebbe distinto per una perseveranza impressionante, effettuando da solo <strong>109.232 tentativi di accesso</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rimane ancora da comprendere perché una cittadina di queste dimensioni sia stata bersagliata con tanta insistenza. Il dato certo, però, è che l’assalto non ha prodotto conseguenze: i sistemi di sicurezza hanno individuato e bloccato gli attacchi senza interruzioni dei servizi. Nessuna apparecchiatura è stata danneggiata e, secondo il sindaco, <strong>non sono stati sottratti dati personali</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A evitare danni sarebbe stata la preparazione avviata negli ultimi anni dall’amministrazione, che aveva rafforzato le proprie difese informatiche proprio per affrontare episodi di questo genere. Soret ha tuttavia lanciato un avvertimento: per gli enti locali i tentativi di intrusione non rappresentano più eventi eccezionali, ma una minaccia diventata ormai quasi permanente.</p>
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		<title>Scatta, posta e dimentica: la vita che non viviamo più</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 10:13:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sete di scattidi Alessandro Cammarano L&#8217;umanità ha smesso di vivere il presente per dedicarsi anima e batteria alla sua compilation postuma. Un tempo si guardava un tramonto e basta, gesto primitivo, quasi imbarazzante a ripensarci oggi. Ora lo si<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>La sete di scatti<br>di Alessandro Cammarano</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;umanità ha smesso di vivere il presente per dedicarsi anima e batteria alla sua compilation postuma. Un tempo si guardava un tramonto e basta, gesto primitivo, quasi imbarazzante a ripensarci oggi. Ora lo si inquadra, lo si ritaglia, gli si affibbia un filtro che lo rende più arancione di quanto la natura avesse in programma, e solo dopo, spedito l&#8217;algoritmo al giudizio popolare, ci si concede il lusso di chiedersi se valesse davvero la pena guardarlo. È la sete di scatti: patologia democratica, trasversale, che non risparmia età né ceto e che ha reclutato ogni proprietario di smartphone come cronista ossessivo del proprio, quasi sempre modesto, quotidiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo esemplare da catalogare è il fotografo del piatto. Lo si riconosce dal gesto rituale: prima lo smartphone, poi la forchetta, mai il contrario, pena l&#8217;anatema social. Il risotto si raffredda mentre viene ritoccata la luminosità, il commensale di fronte aspetta paziente come si aspetta un sacramento, e il piatto, ormai tiepido, verrà mangiato distrattamente mentre già si controllano i primi like. Il cibo, va detto, non ha mai chiesto di essere immortalato. Lo subisce con la stessa rassegnazione con cui subisce il sale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma l&#8217;esemplare che merita il disprezzo più meditato è il documentarista da concerto, specie particolarmente odiosa per chi scrive di musica da una vita. Si presenta in platea armato di telefono, braccio teso come un&#8217;antenna, e filma trenta secondi di un&#8217;aria che ne dura sette, convinto che quei trenta secondi valgano più dell&#8217;esperienza intera, quando in realtà non varranno mai nulla: non li riguarderà nessuno, nemmeno lui. Il problema non è solo la sua sordità elettiva, la sua incapacità di stare fermo davanti a qualcosa di bello senza doverlo processare in file. Il problema è che si porta dietro tutta la platea. Chi ha pagato il biglietto per ascoltare si ritrova a fissare una selva di rettangoli luminosi che si alza puntuale a ogni acuto, schermi accesi che rubano il buio necessario alla musica, teste che si spostano per inquadrare meglio invece di restare ferme ad ascoltare. Non si gode il concerto, e con perfetta indifferenza verso il prossimo, si assicura che non lo goda nessun altro. È l&#8217;unico crimine, tra quelli qui elencati, che non resta confinato al proprio schermo: si allarga, contagia, rovina la serata a chi aveva solo chiesto silenzio e buio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non manca il cronista della prole, categoria delicata e diffusissima: il bambino che soffia sulla torta, il bambino al primo giorno di scuola, il bambino che dorme, tutto pubblicato con dovizia di dettagli su profili aperti al mondo intero, senza che l&#8217;interessato abbia mai firmato nulla. Chi scrive non si permette lezioni di genitorialità, ma un dubbio, sommesso, resta: forse certe immagini andrebbero custodite in un cassetto, non consegnate a un pubblico che il bambino non ha scelto e che un giorno, cresciuto, potrebbe non ringraziare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Merita un capitolo a parte la categoria della cinquantenne in crisi esistenziale che si traveste da Ariana Grande o da Miley Cyrus per un pomeriggio, coda alta, ombretto di scena, labbra rifatte apposta per l&#8217;occasione, e si fotografa in salotto discount con lo sguardo languido rivolto altrove, mentre sullo sfondo, incurante della finzione, la pentola del brodo continua a bollire allegra sul fuoco. È forse l&#8217;esemplare più struggente dell&#8217;intero catalogo: un desiderio di gioventù travestito da estetica pop, immortalato proprio nella cucina che quella gioventù l&#8217;ha consumata giorno dopo giorno, tra una spesa e un compito da controllare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è poi il turista da monumento, che raggiunge la meta dei sogni e le volta subito le spalle per un autoscatto, lasciando che il Colosseo o la Torre Eiffel facciano da sfondo a un primo piano di se stesso; il collezionista di tramonti, che ne possiede ormai centinaia, tutti identici, tutti intitolati &#8220;magia&#8221;; il testimone del brindisi, che filma il calzare dei bicchieri invece di alzare il proprio; e infine il paparazzo di se stesso, specie in costante espansione, che documenta ogni istante della propria giornata come se il mondo attendesse con ansia il resoconto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il filo che lega questi esemplari è sempre lo stesso: la convinzione, mai dichiarata ma agita in ogni gesto, che un&#8217;esperienza non vissuta attraverso uno schermo sia un&#8217;esperienza sprecata. Si è passati dal carpe diem al carpe pixel, e la differenza non è solo lessicale. Il primo presuppone che l&#8217;attimo vada afferrato per essere vissuto; il secondo lo afferra solo per depositarlo altrove, rimandandone il godimento a un momento che, puntualmente, non arriva mai. Si scorre, non si guarda. Si archivia, non si ricorda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è nostalgia per un&#8217;epoca priva di telefoni, sarebbe ipocrita fingerlo da chi scrive su uno schermo. È piuttosto la constatazione, un po&#8217; amara e un po&#8217; divertita, che la tecnologia promessa come strumento per condividere la vita finisca spesso per sottrarla a chi dovrebbe viverla per primo. Il piatto si raffredda, la musica sfuma, il tramonto tramonta comunque, con o senza filtro. E chi lo ha vissuto solo attraverso l&#8217;obiettivo, alla fine, non ha in tasca un ricordo, ma soltanto un file.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Maldive, tramonti e Dengue. Il nuovo souvenir delle vacanze</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 09:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un tempo dalle Maldive si tornava con la pelle color rame, qualche fotografia da far vedere agli amici, il ricordo di un tramonto da cartolina e, per i più intraprendenti, un po&#8217; di sabbia rimasta ostinatamente incastrata nei costumi. Oggi<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un tempo dalle Maldive si tornava con la pelle color rame, qualche fotografia da far vedere agli amici, il ricordo di un tramonto da cartolina e, per i più intraprendenti, un po&#8217; di sabbia rimasta ostinatamente incastrata nei costumi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi si può tornare con qualcosa di più esotico: la Dengue.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È il magnifico effetto collaterale della globalizzazione, combinata con il cambiamento climatico: abbiamo finalmente costruito un mondo senza confini e, insieme alle persone, alle merci, agli aerei low cost ed ai container, abbiamo deciso di far viaggiare anche virus, zanzare e malattie tropicali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza è che il virus non deve neppure pagare il supplemento bagaglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo i dati riportati dall&#8217;Istituto Superiore di Sanità, nel 2026 in Italia sono stati registrati poco meno di 200 casi di Dengue importata.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Circa il 70 per cento riguarda persone rientrate dalle Maldive, dove è stato segnalato un focolaio epidemico significativo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lombardia ed Emilia-Romagna hanno superato i trenta casi ciascuna, seguite da Toscana e Lazio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fin qui, niente di particolarmente sorprendente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se vai alle Maldive, puoi incontrare una zanzara infetta.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È uno dei rischi; non esattamente quello che compare nelle brochure delle agenzie di viaggio sotto la voce &#8220;servizi inclusi&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema comincia quando la Maldive non servono più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché a Sanremo, quest&#8217;anno, è stato registrato un caso autoctono di Dengue.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Autoctono”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una di quelle parole che fino a qualche tempo fa sembravano appartenere ai libri di medicina tropicale, e che adesso rischiamo di utilizzare parlando della Riviera ligure.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Significa semplicemente che il paziente non era tornato da un viaggio ai tropici, non aveva preso un aereo per l&#8217;Oceano Indiano, non aveva fatto il giro del mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era sempre stato in Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui arriva la parte interessante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La zanzara tigre (tipica del Sud Est asiatico&nbsp;&nbsp;e arrivata in Italia nel 1990), quella che abbiamo imparato a conoscere perché ci massacra le caviglie mentre annaffiamo i gerani, non è più soltanto una seccatura estiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un vettore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Può trasmettere Dengue, Chikungunya e Zika.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La West Nile, intanto, è ormai presente stabilmente in Italia, con casi autoctoni praticamente in tutto il Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E sullo sfondo c&#8217;è anche la possibilità che arrivi e si stabilizzi da noi l’ Aedes aegypti, la zanzara associata alla febbre gialla, già stabilmente presente a Cipro e a Madeira e sulle coste orientali del Mar Nero.&nbsp;&nbsp;Tanto che l’ European Centre for Disease Prevention and Control considera&nbsp;<strong>il trasporto marittimo da Madeira verso l&#8217;Europa occidentale una delle principali vie di possibile introduzione</strong>&nbsp;di&nbsp;<em>Aedes aegypti</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, il catalogo delle malattie tropicali sta diventando sorprendentemente europeo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un tempo per incontrarle bisognava andare in Africa, in Asia od in America Latina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso potrebbe bastare un balcone di casa nostra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente non significa che ogni zanzara italiana sia diventata improvvisamente un killer tropicale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non significa nemmeno che dobbiamo trascorrere l&#8217;estate vestiti da apicoltori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Significa però che il problema della prevenzione sta cambiando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui, inevitabilmente, arriviamo alla politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché l&#8217;Italia è il Paese dei bonus.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo avuto il bonus mobili, il bonus frigoriferi, il bonus animali domestici, il bonus tende da sole, ed un&#8217;intera enciclopedia di incentivi, detrazioni, condoni, contributi ed agevolazioni che nel corso degli anni hanno trasformato il bilancio pubblico in una specie di supermercato della generosità politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Manca però un bonus: il&nbsp;<strong>Bonus Zanzariere</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Che, francamente, non sarebbe neppure una cattiva idea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una zanzariera non risolve il problema delle zanzare. Non sostituisce la disinfestazione. Non sostituisce la lotta ai ristagni d&#8217;acqua. Non sostituisce la prevenzione fatta da Comuni e Regioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma una zanzariera è una barriera fisica, e soprattutto è una barriera relativamente semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pensiamo soprattutto agli anziani, alle persone fragili, ed a quelle famiglie che magari non hanno centinaia di euro da spendere per proteggere tutte le finestre di casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potremmo aiutarle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non stiamo parlando di finanziare una piscina, cambiare il divano o comprare l&#8217;ennesimo elettrodomestico incentivato dalla benevolenza del legislatore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Stiamo parlando di una retina.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Una semplice retina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una di quelle invenzioni dell&#8217;umanità che non richiedono né intelligenza artificiale, né un algoritmo europeo, né una cabina di regia interministeriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure potrebbe contribuire a ridurre il rischio che una zanzara infetta entri in casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradosso è che persino chi si occupa di malattie infettive ha indicato proprio gli incentivi alle zanzariere tra le possibili misure di prevenzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non è difficile capire perché.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prevenzione sanitaria è fatta di tante piccole cose: disinfestazione, eliminazione dei ristagni d&#8217;acqua, informazione, repellenti, attenzione agli orari di maggiore attività degli insetti e, appunto, protezione delle abitazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che la prevenzione ha un difetto imperdonabile per la politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si vede.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un ospedale pieno di pazienti si vede.&nbsp;&nbsp;Un&#8217;ambulanza si vede. Una conferenza stampa dell&#8217;assessore alla sanità si vede. Una squadra che arriva con gli atomizzatori dopo che è scoppiato un focolaio si vede benissimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una zanzariera installata tre mesi prima, invece, non produce fotografie, e quindi non è adatta a produrre “voti”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così continuiamo a comportarci secondo l&#8217;antico principio italiano: prima aspettiamo che succeda qualcosa, poi nominiamo una task force.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia della Dengue ci sta dicendo invece che sarebbe meglio cominciare a ragionare prima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la globalizzazione ha cancellato molti confini.&nbsp;&nbsp;Ed il cambiamento climatico ne sta spostando altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le zanzare, naturalmente, non leggono i decreti ministeriali e non rispettano le competenze tra Stato, Regioni e Comuni.&nbsp;&nbsp;Non sanno neppure cosa sia una conferenza Stato-Regioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Volano.&nbsp;&nbsp;Pungono.&nbsp;&nbsp;E trasmettono quello che possono trasmettere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi, invece, continuiamo a discutere su chi debba fare cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E chissà, magari il prossimo bonus sarà proprio quello giusto: il Bonus Zanzariere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non farà crescere il PIL, non rilancerà i consumi, e probabilmente non farà vincere nessuna elezione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Però potrebbe avere un vantaggio enorme; quando arriva la zanzara, almeno la finestra è sbarrata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E per una volta, sarebbe bello che la politica arrivasse prima dell&#8217;insetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">PS: le zanzare non sono né di destra né di sinistra. E neanche di centro!</p>
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		<title>Bandiera inglese vietata a Birmingham? La decisione scatena la polemica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 13:59:22 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non si tratta di un divieto generale di esporre la bandiera inglese a Birmingham, come riportato da numerosi messaggi circolati sui social. Il Comune ha chiesto all’Alta Corte un’ingiunzione per impedire l’installazione senza autorizzazione della croce di San Giorgio, della<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p class="wp-block-paragraph">Non si tratta di un divieto generale di esporre la bandiera inglese a Birmingham, come riportato da numerosi messaggi circolati sui social. Il Comune ha chiesto all’Alta Corte un’ingiunzione per impedire l’installazione senza autorizzazione della croce di San Giorgio, della Union Jack e di qualsiasi altro vessillo, striscione o cartello su lampioni, ponti, ringhiere e infrastrutture stradali pubbliche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La richiesta comprende anche un’ingiunzione provvisoria e la possibilità di arrestare chi dovesse violarne alcune disposizioni. La prima udienza è stata fissata per martedì 8 settembre alle 10.30 davanti all’Alta Corte di Birmingham.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il provvedimento non riguarda quindi le bandiere esposte nelle abitazioni o nelle proprietà private con il consenso dei titolari. Lo stesso Comune continua a far sventolare ogni giorno la Union Jack davanti alla Council House e ha dichiarato di voler collaborare con le comunità locali per individuare spazi nei quali organizzare esposizioni autorizzate.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La campagna “Raise the Colours”</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Lo scontro nasce dall’iniziativa “Raise the Colours”, partita nell’estate 2025 nei quartieri di Weoley Castle e Northfield e successivamente diffusasi in altre zone di Birmingham e del Regno Unito. Migliaia di bandiere inglesi e britanniche sono state legate a lampioni, collocate sulle rotatorie o dipinte lungo le strade.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I promotori definiscono l’iniziativa una campagna popolare per riempire il Paese di simboli di unità e patriottismo. Alcuni residenti la considerano una legittima espressione di orgoglio nazionale; altri accusano il movimento di diffondere messaggi contro l’immigrazione e di intimidire le minoranze etniche. “Raise the Colours” respinge le accuse di razzismo e sostiene di agire legalmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La richiesta presentata dal Comune indica tra i destinatari il cofondatore del movimento Ryan Bridge, altre sette persone e soggetti non ancora identificati. L’ingiunzione punta a vietare l’installazione non autorizzata di oggetti sulle infrastrutture pubbliche, l’ostruzione delle strade e le interferenze con dipendenti e aziende incaricati della rimozione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sicurezza o censura?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’amministrazione laburista sostiene che la questione non riguardi il contenuto o la nazionalità delle bandiere, ma la sicurezza e l’utilizzo degli spazi pubblici. Gli oggetti legati ai lampioni possono ostacolare la visibilità, creare rischi elettrici, indebolire le strutture e mettere in pericolo chi li installa, gli automobilisti e i pedoni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Comune afferma inoltre di aver raccolto testimonianze relative a episodi di molestie, intimidazioni e ostacoli nei confronti degli addetti incaricati di rimuovere le bandiere. Alcuni residenti contrari alle installazioni avrebbero segnalato pressioni e comportamenti aggressivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La polemica era cominciata già nel 2025, quando circa 200 tra bandiere, manifesti e altri oggetti erano stati rimossi dai lampioni durante i lavori per la sostituzione dell’illuminazione con apparecchi a Led. Il Comune aveva spiegato che le strutture dovevano essere liberate per permettere ai tecnici di lavorare in sicurezza e aveva precisato di applicare la stessa regola a bandiere di qualsiasi Paese, festoni e pubblicità abusive.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La destra insorge: «È la nostra bandiera»</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Reform UK e i Conservatori hanno attaccato la decisione, accusando l’amministrazione di trasformare una questione di sicurezza in una battaglia contro i simboli nazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il gruppo conservatore sostiene che le croci di San Giorgio e le Union Jack rappresentino una forza capace di unire la popolazione e celebrare cultura, storia e patrimonio condivisi. Il capogruppo Robert Alden ha chiesto al Comune di aiutare i quartieri che desiderano ospitare esposizioni ufficiali, invece di ricorrere ai tribunali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli oppositori contestano anche quella che considerano una disparità di trattamento: a loro giudizio, negli anni precedenti sarebbero state tollerate bandiere di altri Paesi, mentre quelle inglesi e britanniche verrebbero rimosse rapidamente. Il Comune respinge l’accusa e ribadisce che la regola riguarda tutti gli oggetti collocati senza permesso sulle infrastrutture stradali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Particolari timori sono stati espressi per l’inserimento nell’istanza di “persone sconosciute”, formula che consentirebbe di applicare l’eventuale ingiunzione anche a soggetti non nominati individualmente. La violazione di un ordine dell’Alta Corte potrebbe configurare oltraggio alla corte, con conseguenze che possono arrivare a una multa senza limite prestabilito o, nei casi più gravi, alla reclusione fino a due anni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il precedente dell’Oxfordshire</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La scelta di Birmingham segue quella dell’Oxfordshire, dove l’Alta Corte ha già concesso un’ingiunzione contro l’installazione non autorizzata di bandiere sulle infrastrutture stradali e contro le intimidazioni rivolte agli addetti alla rimozione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In quel procedimento alcuni dipendenti e appaltatori avevano denunciato di essere stati seguiti, ostacolati e minacciati. Il tribunale ha vietato di appendere o dipingere bandiere sulle strutture stradali, impedire il lavoro degli operatori e provocare molestie o allarme nei confronti del personale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso di Birmingham è così diventato una nuova “guerra delle bandiere”: per una parte della città la croce di San Giorgio rappresenta appartenenza e orgoglio nazionale; per altri la sua diffusione organizzata, nel contesto delle proteste contro l’immigrazione, assume un significato intimidatorio. Sul piano formale, tuttavia, l’azione giudiziaria non mira a proibire il simbolo inglese, ma a stabilire dove e in quali condizioni possa essere esposto sugli spazi pubblici.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Quando la tv “finiva” davvero: le cose che i nativi digitali non capiranno mai</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 10:14:15 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi ha spento la sigla di chiusura? Breve elogio degli analogici, con affetto e imbarazzo Di Alessandro Cammarano C&#8217;è una linea di confine invisibile che attraversa le famiglie italiane più di qualunque conflitto generazionale sulla musica o sui vestiti: la<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Chi ha spento la sigla di chiusura? Breve elogio degli analogici, con affetto e imbarazzo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Di Alessandro Cammarano</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una linea di confine invisibile che attraversa le famiglie italiane più di qualunque conflitto generazionale sulla musica o sui vestiti: la linea tra chi ha dovuto imparare il digitale e chi ci è semplicemente nato dentro, come si nasce con gli occhi di un certo colore. Da una parte ci sono i boomer e, sorpresa per molti di loro, anche i millennial: gente che ha visto il mondo passare dall&#8217;analogico al digitale sotto i propri occhi, spesso con la sensazione di essere stata scaraventata a bordo di un treno in corsa senza biglietto né istruzioni; dall&#8217;altra ci sono la generazione Z e, ancora più marcatamente, la generazione Alpha, nativi digitali nel senso più letterale del termine, per i quali il touchscreen non è una tecnologia ma una legge di natura, al pari della gravità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una differenza che non riguarda solo gli strumenti, ma il modo stesso di stare al mondo: e come ogni buona differenza generazionale, è una miniera inesauribile di equivoci comici, di incomprensioni tenere e, va detto, anche di una malinconia sottile che vale la pena raccontare prima che la memoria stessa dell&#8217;analogico si affievolisca del tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cominciamo dalla televisione, perché è lì che il salto si vede meglio. La televisione analogica non era un elettrodomestico, era un rito domestico con le sue liturgie precise: c&#8217;erano solo poche reti, la sera si negoziava in famiglia chi decidesse il programma, e cambiare canale significava alzarsi dal divano, avvicinarsi a quella manopola pesante che scattava con un rumore secco e soddisfacente, girarla fino a trovare il segnale giusto, magari con un po&#8217; di neve elettronica di sottofondo se l&#8217;antenna non era orientata a dovere. Il telecomando, quando arrivò, sembrava quasi un oggetto magico; i più anziani ricordano ancora la diffidenza iniziale, il sospetto che fosse un capriccio inutile rispetto al gesto concreto di alzarsi e girare la manopola con le proprie mani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi c&#8217;era l&#8217;attesa, che oggi appare quasi archeologica: la programmazione televisiva era un evento collettivo scandito da orari fissi, e se ti perdevi un episodio, te lo perdevi, punto e basta. Non esisteva il recupero, non esisteva l&#8217;on demand; esisteva solo la sigla di chiusura che annunciava la fine delle trasmissioni, seguita dal fischio prolungato della linea che tornava muta e da quella scacchiera colorata che restava sullo schermo fino a notte fonda, come un piccolo monumento al silenzio elettronico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi un ragazzino della generazione Alpha, messo davanti a un vecchio televisore a tubo catodico con manopole meccaniche, si comporta più o meno come un archeologo di fronte a un reperto sumero: gira la testa, cerca uno schermo touch che non c&#8217;è, prova a &#8220;strisciare&#8221; con il dito sul vetro convesso sperando che qualcosa si muova, e alla fine chiede, con genuino sconcerto, dove sia il telecomando vocale. Quando gli si spiega che bisognava alzarsi fisicamente, ti guarda come se gli avessi appena raccontato che un tempo l&#8217;acqua calda si portava su dal pozzo con un secchio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La radio analogica era, se possibile, ancora più capricciosa: trovare una stazione significava girare lentamente una manopola, avanti e indietro, tra fruscii e voci spezzate, finché la frequenza non si &#8220;agganciava&#8221; con un piccolo scatto di soddisfazione. C&#8217;era chi la sintonizzava di sera, sotto le coperte, per ascoltare programmi che a scuola l&#8217;indomani non avrebbe mai ammesso di aver seguito; e c&#8217;era, soprattutto, un&#8217;intimità fisica con l&#8217;apparecchio, perché si conosceva a memoria il punto esatto della manopola in cui compariva l&#8217;emittente preferita, un po&#8217; come si conosce il gradino scricchiolante di una scala di casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ai ragazzi di oggi, abituati a dire &#8220;metti la playlist&#8221; a un assistente vocale che riconosce persino gli accenti dialettali più improbabili, il concetto di cercare fisicamente un segnale radiofonico risulta semplicemente incomprensibile: perché cercare, quando tutto è già lì, pronto, indicizzato, richiamabile con un comando vocale o due tocchi sullo schermo? La radio a transistor con l&#8217;antenna telescopica che si tirava fuori e si orientava come un rabdomante è, per loro, un oggetto tanto misterioso quanto un sestante lo sarebbe per un ragazzino cresciuto con il GPS.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il cinema ha vissuto questa frattura silenziosa. Andare al cinema, un tempo, significava affidarsi a una pellicola fisica che scorreva in un proiettore rumoroso, con tutte le sue imperfezioni: i graffi, gli sbalzi di colore, quel caratteristico sfarfallio che oggi chiameremmo &#8220;estetica vintage&#8221; ma che allora era semplicemente il cinema, senza aggettivi. Se la pellicola si spezzava, la sala restava al buio tra i fischi del pubblico, e il proiezionista, figura quasi sacerdotale nascosta nella sua cabina, doveva intervenire fisicamente per far ripartire lo spettacolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cinema digitale, con la sua nitidezza perfetta e la sua immunità dai guasti meccanici, ha reso tutto questo un ricordo da raccontare ai nipoti con l&#8217;aria di chi ha vissuto un&#8217;epoca eroica; e infatti c&#8217;è qualcosa di irresistibilmente comico nel vedere un adulto di una certa età, davanti a un proiettore casalingo moderno, cercare istintivamente una fessura per inserire una bobina che non esiste più, oppure chiedersi dove sia il pulsante fisico dello zoom mentre tutto, ormai, si gestisce con un&#8217;app sullo smartphone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se c&#8217;è un campo di battaglia quotidiano tra analogici e digitali, però, è proprio quello degli elettrodomestici. La lavatrice di una volta aveva una manopola con scritte chiare, &#8220;cotone&#8221;, &#8220;lana&#8221;, &#8220;centrifuga forte&#8221;: bastava girarla, premere un tasto, e via. La lavatrice di oggi ha invece un display touch con dodici programmi identificati da icone criptiche che sembrano geroglifici, un&#8217;app da scaricare per il controllo remoto e la capacità di inviare notifiche sul telefono quando il bucato è pronto; cosa che a molti analogici pare tanto superflua quanto inquietante, perché mai un elettrodomestico dovrebbe scrivere messaggi?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso vale per il forno, per il frigorifero &#8220;intelligente&#8221; che segnala quando il latte sta per scadere, per la caffettiera che si collega al Wi-Fi di casa: c&#8217;è un tipo particolare di rassegnazione negli sguardi di chi, cresciuto con manopole meccaniche affidabili, si trova davanti a un pannello touch che non risponde bene alle dita bagnate e che richiede, per essere spento del tutto, una combinazione di tocchi prolungati che sembra più adatta a disinnescare un ordigno che a interrompere la cottura della pasta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è forse nell&#8217;automobile che il divario si manifesta con più drammaticità comica. L&#8217;auto di un tempo era un oggetto meccanico e comprensibile: chiave che gira, motore che si accende, manopole per la radio, leve per gli indicatori, e uno specchietto che si regolava con la mano, fisicamente, sporgendosi dal finestrino se necessario. Oggi l&#8217;abitacolo di un&#8217;auto moderna assomiglia più alla plancia di un&#8217;astronave che a un mezzo di trasporto: schermi touch multipli, assistenti vocali che accendono i fari o regolano il clima, sensori che frenano al posto tuo, telecamere che parcheggiano al posto tuo, aggiornamenti software che arrivano via etere come se l&#8217;automobile fosse, in fondo, uno smartphone con le ruote.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è raro vedere un guidatore di una certa generazione cercare disperatamente una manopola fisica per il volume della radio, trovare solo superfici lisce e touch-sensitive, e finire per alzare involontariamente il riscaldamento dei sedili mentre tenta soltanto di abbassare la musica: è una piccola commedia degli equivoci che si ripete ogni giorno in migliaia di parcheggi italiani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la comicità, va detto per equità, funziona benissimo anche al contrario. Mettete un bambino della generazione Alpha davanti a un vecchio telefono a disco, di quelli con la rotella da girare per comporre il numero, e osservate la scena: il bambino guarda l&#8217;oggetto, lo gira tra le mani, cerca uno schermo che non c&#8217;è, prova a premere sui numeri come fossero tasti e, alla fine, sconsolato, chiede come si accenda. Quando gli si spiega che bisognava infilare un dito nel foro corrispondente alla cifra e far girare la rotella fino al fermo, aspettando che tornasse indietro da sola prima di comporre la cifra successiva, la reazione tipica è un misto di incredulità e ammirazione, come se gli si stesse raccontando un&#8217;impresa alpinistica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso vale per i libri illustrati privi di animazioni: capita che un bambino cresciuto con i tablet, davanti a un albo illustrato tradizionale, dia una &#8220;strisciata&#8221; con il dito sulla pagina aspettandosi che l&#8217;immagine si muova o cambi, restando poi perplesso di fronte all&#8217;immobilità ostinata della carta stampata. O ancora, di fronte a un orologio analogico con le lancette, molti ragazzi della generazione Z faticano genuinamente a leggere l&#8217;ora, abituati come sono ai numeri digitali che non richiedono alcuna interpretazione geometrica del quadrante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c&#8217;è la macchina fotografica a pellicola, oggetto oggi quasi esotico: niente schermo per vedere subito lo scatto, bisogna aspettare lo sviluppo, e ogni fotografia costa qualcosa, quindi va scelta con cura. Per chi è cresciuto scattando centinaia di foto al giorno, cancellabili all&#8217;istante e senza alcun costo percepito, l&#8217;idea di dover aspettare per sapere se una foto sia venuta bene suona come una forma di tortura raffinata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è però qualcosa di più profondo, sotto tutta questa comicità di superficie. Gli analogici non rimpiangono davvero la fatica di sintonizzare la radio o l&#8217;incertezza della pellicola che si spezza: rimpiangono, semmai, la lentezza che quegli strumenti imponevano, il tempo dell&#8217;attesa, la scarsità che rendeva ogni cosa più preziosa. Un film visto una sola volta al cinema restava impresso proprio perché non lo si poteva rivedere a comando; una canzone sentita per caso alla radio, senza sapere il titolo, si cercava per settimane, e quando finalmente la si ritrovava era una piccola vittoria personale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I nativi digitali, dal canto loro, non hanno nulla da rimpiangere di un mondo che non hanno mai conosciuto: per loro tutto è sempre stato immediato, disponibile, interattivo. Non è pigrizia, è semplicemente la loro normalità, così come per gli analogici la manopola e l&#8217;attesa erano la normalità di allora.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse la verità, sotto l&#8217;ironia, è che ogni generazione costruisce i propri riti attorno agli strumenti che trova, e che tra qualche decennio anche gli attuali nativi digitali racconteranno ai loro nipoti, con la stessa aria stupita e leggermente nostalgica, di quando bisognava ancora toccare uno schermo con le dita invece di limitarsi a pensare un comando, o di quando le automobili avevano ancora bisogno, ogni tanto, di un essere umano al volante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, tra chi cerca ancora la manopola del volume e chi striscia il dito su un libro di carta sperando che si animi, resta una certezza consolatoria: nessuna delle due generazioni ha davvero capito l&#8217;altra, e probabilmente va benissimo così.</p>



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		<title>Babylon Berlin: arriva la quinta stagione, che chiude una delle serie più belle di sempre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2026 09:55:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA - SERIE TV]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il ballo sta per finire. Dopo avere raccontato il fascino febbrile, la libertà e le contraddizioni della Repubblica di Weimar, Babylon Berlin si prepara a congedarsi con la quinta e ultima stagione. Otto episodi destinati a condurre Gereon Rath e<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p class="wp-block-paragraph">Il ballo sta per finire. Dopo avere raccontato il fascino febbrile, la libertà e le contraddizioni della Repubblica di Weimar, <em>Babylon Berlin</em> si prepara a congedarsi con la quinta e ultima stagione. Otto episodi destinati a condurre Gereon Rath e Charlotte Ritter nel punto esatto in cui la festa si spegne e comincia il capitolo più oscuro della storia tedesca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La stagione finale sarà disponibile dal 10 settembre 2026 nella mediateca della televisione pubblica tedesca ARD. La trasmissione televisiva su Das Erste è prevista il 19 e il 25 settembre, con quattro episodi per ciascuna serata. Per l’Italia non risultano ancora annunciati ufficialmente una data di uscita e il servizio che distribuirà le nuove puntate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La serie riprenderà il 30 gennaio 1933, giorno in cui il presidente Paul von Hindenburg nominò Adolf Hitler cancelliere. Il racconto arriverà fino all’incendio del Reichstag, avvenuto nella notte del 27 febbraio e utilizzato dal regime per sospendere le libertà costituzionali, perseguitare gli oppositori e accelerare la trasformazione della Germania in una dittatura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Non stiamo più ballando sul bordo del vulcano. Siamo dentro il vulcano», ha spiegato Liv Lisa Fries, interprete di Charlotte Ritter, nell’articolo con il quale il <a href="https://www.theguardian.com/tv-and-radio/2026/aug/31/goodbye-to-babylon-berlin-the-1920s-tv-drama-that-has-eerily-foreshadowed-real-life-politics">Guardian</a> ha salutato una delle produzioni europee più ambiziose degli ultimi anni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gereon scompare, Charlotte indaga</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La quinta stagione è liberamente ispirata a <em>Märzgefallene</em>, il quinto romanzo della saga letteraria di Volker Kutscher. Al centro della vicenda ci sarà una serie di omicidi ai danni di ex soldati della Prima guerra mondiale. Le indagini condotte da Charlotte porteranno alla ricerca di una cartella clinica scomparsa, contenente informazioni potenzialmente esplosive sul periodo trascorso da Hitler come militare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le persone interessate a recuperare il documento sembrano disposte a tutto, anche a uccidere. Intanto Gereon Rath scompare improvvisamente e Charlotte non sa se riuscirà a rivederlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il mistero poliziesco continuerà quindi a essere il motore della narrazione, ma attorno ai protagonisti il mondo cambierà a una velocità spaventosa. Le SA penetrano nell’apparato statale, gli oppositori vengono arrestati, le istituzioni cedono e la polizia nella quale Charlotte aveva faticosamente conquistato il proprio posto viene progressivamente piegata al nuovo potere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il viaggio toccherà anche Colonia e Parigi, per poi tornare inevitabilmente a Berlino. Saranno gli ultimi balli, le ultime notti nei locali e gli ultimi tentativi dei personaggi di difendere lo spazio di libertà nel quale hanno vissuto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il ritorno di Gereon e Charlotte</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Volker Bruch tornerà nel ruolo di Gereon Rath, ispettore tormentato dai traumi della Prima guerra mondiale, mentre Liv Lisa Fries vestirà ancora una volta i panni di Charlotte Ritter, giovane di origine proletaria entrata nella polizia dopo avere attraversato gli ambienti più poveri e pericolosi della capitale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel cast rivedremo Lars Eidinger, Hannah Herzsprung, Christian Friedel, Karl Markovics, Benno Fürmann, Fritzi Haberlandt, Mišel Matičević, Udo Samel e Jens Harzer. Clemens Schick interpreterà Hitler, mentre Devid Striesow sarà Hermann Göring. Tra le apparizioni speciali è prevista anche quella di Brian Ferry, cantante dei Roxy Music e già legato all’inconfondibile universo musicale della serie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli otto episodi, della durata di circa 45 minuti ciascuno, sono stati scritti e diretti ancora una volta da Tom Tykwer, Achim von Borries e Henk Handloegten. La produzione è di X Filme Creative Pool, in coproduzione con ARD Degeto, WDR, SWR, HR e Beta Film. Le informazioni ufficiali e le anticipazioni delle puntate sono disponibili nella scheda pubblicata da <a href="https://www.degeto.de/film/babylon-berlin-die-fuenfte-staffel/">ARD Degeto</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una serie che ha cambiato la televisione europea</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Debuttata nel 2017, <em>Babylon Berlin</em> ha mostrato che anche l’industria televisiva europea poteva competere con le grandi produzioni statunitensi e britanniche. Attraverso scenografie monumentali, costumi, musica, effetti visivi e migliaia di comparse, la serie ha ricostruito una Berlino viva, sensuale, violenta e irripetibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il progetto ha richiesto tredici anni di lavoro e ha raggiunto il pubblico di circa 140 Paesi. Con la conclusione della quinta stagione gli episodi complessivi saranno 48.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la sua forza non è mai dipesa soltanto dallo spettacolo. Dietro i locali notturni, la cocaina, il jazz, il cinema, la criminalità e gli intrighi politici, <em>Babylon Berlin</em> ha raccontato la fragilità di una democrazia giovane. Una società creativa e modernissima, nella quale donne, omosessuali, artisti e nuovi immigrati stavano conquistando libertà impensabili, mentre intorno crescevano povertà, rancore, violenza politica e desiderio di autorità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando gli autori cominciarono a sviluppare la serie, non potevano prevedere quanto quel racconto avrebbe finito per dialogare con il presente. Il Guardian sottolinea le inquietanti risonanze con la Germania del 2026 e con la crescita dell’estrema destra, pur evitando equivalenze storiche semplicistiche. Come osserva Volker Bruch, la storia non si ripete esattamente: «fa rima».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una coincidenza particolarmente impressionante riguarda Villa Adlon, utilizzata come set nella terza stagione. Nel novembre 2023 lo stesso edificio ospitò realmente un incontro segreto tra esponenti dell’AfD e ambienti neonazisti, durante il quale venne discusso un progetto di “remigrazione” e deportazione di massa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le ultime canzoni prima del buio</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Anche nel finale la musica conserverà un ruolo fondamentale. Zaho de Sagazan interpreterà sullo schermo una nuova versione di <em>Zu Asche, zu Staub</em>, il brano diventato il simbolo della serie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tornerà inoltre <em>Das Lila Lied</em>, storico inno omosessuale nato nella Berlino del 1920. La canzone verrà eseguita in un locale frequentato da travestiti e da ufficiali delle SA omosessuali, prima della brutale repressione nazista contro la comunità LGBTQ+.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È proprio in questi contrasti che <em>Babylon Berlin</em> ha trovato la propria grandezza: la luce abbagliante dei locali e l’ombra già visibile nelle strade, il desiderio di vivere e la certezza dello spettatore che tutto sta per essere distrutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per anni abbiamo seguito Gereon e Charlotte sapendo come sarebbe finita la storia della Germania, ma continuando a sperare che per loro potesse esistere una via d’uscita. La quinta stagione arriverà nel momento in cui quell’illusione non sarà più possibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Berlino danzerà ancora per otto episodi. Poi le luci si spegneranno, la musica cesserà e della sua Babilonia resteranno soltanto cenere e polvere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Mini Cooper e A112 Abarth. Quando eravamo noi ad avere tutta la strada</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Aug 2026 07:20:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Qualche giorno fa, commentando un mio pezzo intitolato “Automobili, una 500 per amica è per sempre”, un lettore mi ha scritto una cosa semplicissima:&#160;“Menzione ancheper la Mini”. Nonposso che dargli ragione. Fra le tante automobili che hanno scritto<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualche giorno fa, commentando un mio pezzo intitolato “Automobili, una 500 per amica è per sempre”, un lettore mi ha scritto una cosa semplicissima:&nbsp;<strong>“Menzione anche</strong>per la Mini”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonposso che dargli ragione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fra le tante automobili che hanno scritto la storia dell’automobile, la Mini merita senz’altro un posto in prima fila.<strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma poiché stiamo parlando di automobili che appartengono ormai alla storia, e soprattutto di modelli che hanno avuto il loro momento di gloria mezzo secolo fa, in realtà stiamo parlando di&nbsp;Amarcord.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E nell’Amarcord ciascuno mette quello che vuole.<strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">I propri ricordi, le proprie passioni, le persone che ha amato, le strade percorse, magari perfino qualche sciocchezza che oggi farebbe sorridere.<strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora, Amarcord per Amarcord, se parliamo di Mini io non posso non ricordare anche la sua rivale italiana:&nbsp;l’Autobianchi A112 Abarth.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Due macchine piccole, due miti, due modi molto diversi di intendere l’automobile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E, almeno per la mia generazione, due sogni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Mini vide la luce per prima.&nbsp;&nbsp;Nata nel 1959 da un progetto geniale dell’ingegnere britannico Alec Issigonis, aveva una concezione rivoluzionaria per l’epoca: motore trasversale, trazione anteriore, dimensioni ridottissime e uno sfruttamento dello spazio interno che ancora oggi lascia stupefatti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era piccola fuori e sorprendentemente grande dentro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche se, a guardarla oggi accanto alle moderne utilitarie, viene spontanea una domanda:&nbsp;ma come diavolo facevamo a starci in quattro o addirittura in cinque?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Probabilmente eravamo noi più piccoli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">O forse erano le automobili ad essere più intelligenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Mini arrivò anche in Italia attraverso la Innocenti, ma il modello che entrò nell’immaginario collettivo fu soprattutto la&nbsp;Mini Cooper, la versione sportiva nata dalla collaborazione fra Issigonis e John Cooper.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui comincia il mito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei miei ricordi, la Mini è sempre stata l’automobile dei&nbsp;“figli di papà”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella del giovanotto che arrivava davanti al bar con i capelli rigorosamente fuori posto, oppure della signora benestante che la utilizzava per andare in centro a fare la spesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non era necessariamente vero, naturalmente. Eppure, nell’immaginario di un ragazzo degli anni Settanta, la percezione era quella.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Mini Cooper aveva qualcosa di elegante ed anticonformista contemporaneamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quelle ruote piccole, quella tenuta di strada, e poi&nbsp;&nbsp;quel cruscotto con il contachilometri e gli altri indicatori.&nbsp;&nbsp;Cinque strumenti rotondi, di misura decrescente, allineati al centro, che sembravano quasi voler ricordare al guidatore che dentro quella scatoletta britannica c’era comunque un’automobile vera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un dettaglio che, a distanza di decenni, continua ad affascinarmi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E noi italiani, evidentemente, non potevamo limitarci a guardare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1971, al Salone dell’Automobile di Torino, arrivò la risposta italiana alla Mini Cooper:&nbsp;l’Autobianchi A112 Abarth.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Piccola, compatta, cattiva.&nbsp;&nbsp;O almeno così appariva a noi ragazzi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La A112 “normale” era già una vetturetta intelligente e piacevole da guidare. Ma bastava aggiungere quella parola magica,&nbsp;Abarth, e tutto cambiava.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo Scorpione sul fascione posteriore era sufficiente a far battere il cuore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima Abarth era rossa, con cofano e particolari neri, cerchi e dettagli che le davano un’aria decisamente più aggressiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non aveva bisogno di esagerare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era già una piccola sportiva italiana in miniatura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Mini mi sembrava più sofisticata, più inglese, più “figlia di papà”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La A112 Abarth era più&nbsp;dura e pura.&nbsp;Più spartana.&nbsp;Più italiana.&nbsp;Più vicina al ragazzo che voleva divertirsi alla guida senza necessariamente avere il portafoglio di papà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente entrambe erano, nella loro versione “normale”, automobili tranquille.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la Mini Cooper e la A112 Abarth dimostrarono che anche una macchina piccola poteva avere un&#8217;anima sportiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto che per divertirsi non servivano necessariamente tre litri di cilindrata, duecento cavalli, ed un prezzo capace di provocare un infarto al momento dell&#8217;acquisto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Mini Cooper&nbsp;&nbsp;costruì il suo mito soprattutto nei rally.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui bisogna ricordare i leggendari Rally di Montecarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Mini Cooper S vinse nel 1964 con Paddy Hopkirk, nel 1965 con Timo Mäkinen e nel 1967 con Rauno Aaltonen.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1966 arrivò addirittura prima seconda e terza al traguardo, ma fu poi squalificata insieme alle Citroën per una questione relativa all&#8217;illuminazione delle vetture.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fu una delle pagine più controverse della storia del Rally del Principato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;A112 Abarth ebbe una storia diversa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non era nata per andare a sfidare i giganti del mondiale.&nbsp;&nbsp;La sua grande vittoria fu un&#8217;altra:&nbsp;diventare una scuola di rally.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Trofeo A112 Abarth, nato nel 1977, offrì a tanti giovani piloti la possibilità di correre con una vettura relativamente economica, e soprattutto uguale per tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da quelle piccole A112 passarono nomi importanti del rallismo italiano, da Attilio Bettega a Gianfranco Cunico, fino a Fabrizio Tabaton.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Mini Cooper aveva conquistato il mondo, l&#8217;A112 Abarth aveva contribuito a costruire una generazione di piloti italiani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Due modi diversi di diventare mito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io di A112&nbsp;&nbsp;“normali” ne ho avute diverse, una dopo l&#8217;altra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la storia che ricordo meglio è quella dell&#8217;ultima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era una&nbsp;A112 Abarth rossa, con il fascione posteriore a tutta macchina, dove campeggiava il mitico Scorpione.&nbsp;&nbsp;Un esemplare dell’ultima serie prodotta prima del pensionamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La comprai poco prima di sposarmi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una scelta, diciamo così, non esattamente condivisa dalla mia futura moglie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ivana, infatti, aveva già intuito una cosa che io avrei capito soltanto più tardi:&nbsp;una A112 Abarth non era esattamente l&#8217;automobile ideale per costruire una tranquilla vita matrimoniale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era rumorosa, molto rumorosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordo che, quando arrivavo ad una certa velocità (bastavano i 100Km/h), Ivana mi faceva notare che per comunicare con me sarebbe stato più pratico installare un interfono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il concetto era chiaro.&nbsp;Io sentivo il motore, lei sentiva il rumore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io sentivo la musica del quattro cilindri, lei sentiva soltanto un rumore infernale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E naturalmente aveva torto, o almeno così pensavo io.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi ci fu quella volta in montagna.&nbsp;&nbsp;Una strada piena di curve.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io con la mia Abarth, e dietro, una Porsche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una Porsche che evidentemente non gradiva affatto l&#8217;idea di avere davanti una piccola Autobianchi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vedevo arrivare dietro di me, sempre più vicina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io, invece di farmi da parte come avrebbe consigliato qualsiasi persona dotata di un minimo di buon senso, decisi che quella sarebbe diventata una questione di principio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Curve dopo curva, la piccola Abarth si difendeva, senza nessuna soggezione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore saliva di giri, la macchina era agile, leggera, scattante; io ero giovane e, soprattutto, ero dotato di quella forma di incoscienza che negli uomini giovani viene spesso scambiata per coraggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Porsche continuava a stare dietro, cercando un breve rettilineo per poter scaricare i suoi cavalli.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per una decina di chilometri procedemmo praticamente così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lei attaccata al mio paraurti. Io davanti, naturalmente, sempre più convinto di essere diventato una specie di Walter Röhrl.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Finché intervenne Ivana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non ricordo le parole esatte, ricordo perfettamente il concetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Adesso basta.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">E fu così che la Porsche passò.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa curiosa è che, molti anni dopo, non ricordo assolutamente quale modello fosse quella Porsche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordo invece perfettamente la mia A112 Abarth “rosso corsa”.&nbsp;&nbsp;E ricordo ancora meglio la voce di mia moglie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è questo che succede con le automobili.&nbsp;&nbsp;Ad un certo punto smettono di essere automobili.&nbsp;Diventano fotografie della nostra vita.&nbsp;Di una macchina non ricordiamo soltanto il motore, la velocità, il colore o la marca.&nbsp;&nbsp;Ricordiamo chi eravamo quando la guidavamo.Ricordiamo gli amici, le ragazze, le mogli, le strade, le vacanze, le litigate, le stupidaggini, e anche le piccole vittorie che, a distanza di cinquant&#8217;anni, continuano a sembrarci enormi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io alla fine quell’Abarth la vendetti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era probabilmente la cosa più sensata da fare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma ci lasciai dentro un pezzetto di cuore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E oggi, quando mi capita di vedere una Mini Cooper od una vecchia A112 Abarth (cosa ormai rarissima) non vedo semplicemente due automobili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vedo un&#8217;epoca in cui un ragazzo poteva innamorarsi di una macchina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;epoca in cui un&#8217;A112 Abarth poteva sembrare una Ferrari in miniatura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;epoca in cui una Mini Cooper poteva rappresentare il massimo della modernità, della libertà, e dei sogni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto un&#8217;epoca in cui le automobili erano ancora abbastanza semplici da avere un&#8217;anima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è proprio questo che ci manca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non necessariamente la Mini Cooper, non necessariamente la A112 Abarth.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci manca il tempo in cui eravamo noi ad avere davanti tutta la strada.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E pensavamo che fosse infinita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>C’era una volta la fresca estate d’Asiago</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2026 07:55:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’era una volta l’estate ad Asiago.Un’ora di macchina da Vicenza o da Padova, mille metri di quota, aria buona, boschi, prati, malghe e soprattutto una cosa che in pianura, nei mesi estivi, da qualche anno comincia ad assumere il valore<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">C’era una volta l’estate ad Asiago.<br>Un’ora di macchina da Vicenza o da Padova, mille metri di quota, aria buona, boschi, prati, malghe e soprattutto una cosa che in pianura, nei mesi estivi, da qualche anno comincia ad assumere il valore di un bene di lusso: il fresco.<br>Per generazioni di veneti Asiago è stato il rifugio naturale dalla fornace della Pianura Padana.<br>Non servivano spedizioni himalayane, sherpa e bombole d’ossigeno.<br>Bastava prendere la macchina, salire per qualche tornante e, una volta arrivati, respirare.<br>Anzi, per i nonni con qualche acciacco, per i bambini, per chi non aveva voglia di trasformare le vacanze in una gara di sopravvivenza, la quota dei mille metri era praticamente il paradiso terrestre.<br>Poi è arrivato il climat change.<br>Ed il paradiso ha cominciato a sudare.<br>Ad Asiago la temperatura ha raggiunto i 28 gradi, un valore che non si registrava da sedici anni. Certo un valore neanche paragonabile ai picchi sahariani raggiunti in pianura, ma pur sempre piuttosto insolito.<br>Ma la parte più interessante, ed anche la più inquietante, è che il problema non riguarda soltanto il capoluogo dell’Altopiano.<br>La Piana di Marcesina, quella che per anni abbiamo venduto ai turisti come la “Finlandia d’Italia”, è arrivata a 25 gradi. Campoluzzo, celebre per le sue temperature quasi artiche, ha toccato i 23.<br>E persino salendo verso i 2.000 metri si sono registrati 23-24 gradi.<br>Ed il bello è che non si tratta soltanto della solita giornata anomala, perché oltre ad un aumento medio della temperatura estiva, ci sono altri segnali; le gelate notturne stanno diminuendo, la siccità aumenta, l’accumulo estivo di precipitazioni si riduce.<br>E la vegetazione comincia a reagire. Alberi che riducono il trasporto di acqua verso le parti periferiche, perdita di aghi, foglie ingiallite o cadenti.<br>Per non parlare dei funghi che fanno sempre più fatica a trovare quel complesso di fattori che serve loro per vivere.<br>Ho parlato di Asiago, ma in questi mesi bastava consultare i dati delle temperature di tutte le località montane venete per rendersi conto che Asiago è ovunque, con punte di 30% raggiunte in Cadore.<br>La montagna, insomma, non sta semplicemente diventando più calda, sta cominciando a comportarsi diversamente.<br>E qui arriva la parte che dovrebbe interessarci molto più del termometro di Asiago, e comunque da non trascurare.<br>Quando la pianura diventa troppo calda, gli esseri viventi fanno quello che hanno sempre fatto nella storia del pianeta: si spostano.<br>Lo fanno gli animali. Lo fanno le piante. E lo fa anche l’uomo, che in questo campo non è affatto più intelligente degli altri esseri viventi.<br>Semplicemente possiede automobili, seconde case e carte di credito.<br>La direzione è naturalmente quella dell’alto.<br>La pianura soffoca? Si sale. La collina non basta? Si sale ancora. E se anche la montagna comincia a scaldarsi anno dopo anno, viene spontaneo chiedersi: quanto in alto dovremo arrivare?<br>A questo proposito c’è un personaggio che merita attenzione.<br>Il climatologo Luca Mercalli, insieme alla moglie Sofia, ha scelto da tempo di vivere stabilmente a Vazon, una piccola borgata dell’Alta Val di Susa, nel comune di Oulx.<br>Quota: 1.650 metri. Non mille o millecinquecento; milleseicento. Mercalli è evidentemente un uomo previdente.<br>Perché mentre noi continuiamo a considerare Asiago una specie di frigorifero naturale della Pianura Padana, lui ha scelto una quota decisamente più seria.<br>Naturalmente non significa che Mercalli abbia previsto personalmente le temperature dei prossimi Ferragosto; ma con il trend che vediamo estate dopo estate la sua scelta offre uno spunto interessante.<br>Se la pianura diventa sempre più calda ed anche le quote tradizionalmente considerate fresche cominciano a scaldarsi, chi ha disponibilità economica, tempo e flessibilità, cercherà disperatamente rifugio nelle terre alte.<br>E non sto parlando di un futuro remoto. Non dei nostri nipoti. Sta già succedendo adesso, sotto i nostri occhi.<br>Lo dimostra anche quello che raccontano gli operatori dell’Altopiano: sempre più persone salgono per fare sport perché in pianura, nelle giornate più torride, diventa difficile farlo in sicurezza. Ma anche con l’occhio attento alle offerte di un mercato immobiliare sempre più surriscaldato, con prezzi che solo fino a pochi anni fa si sarebbero considerati “pazzeschi”.<br>È l&#8217;inizio di una migrazione climatica molto particolare.<br>Non da un Continente all&#8217;altro. Non da un Paese all&#8217;altro (anche se avverrà). Dalla pianura alla montagna.<br>Ed eccoci al punto.<br>Perché la natura ha una fastidiosa abitudine: non legge i business plan degli operatori turistici.<br>Lo spazio fisico della montagna è quello che è.<br>Non possiamo semplicemente decidere che, siccome nei prossimi anni sempre più persone vorranno vivere o trascorrere l’estate a 1.500 metri, allora bisogna costruire tutto ciò che serve per ospitarle.<br>Perché sappiamo già come finisce. Prima arriva qualche nuova struttura ricettiva, poi un parcheggio, poi una strada più larga, poi un residence, poi le seconde case, poi il ristorante, poi il bar, poi il locale per l’aperitivo, poi il DJ, poi il parcheggio del locale, poi quello del supermercato, poi il residence accanto al residence.<br>E alla fine qualcuno si sveglia una mattina e scopre che la montagna è diventata una periferia della pianura, soltanto con più tornanti.<br>È esattamente il rischio che vediamo già con l’overtourism.<br>Abbiamo cominciato a portare sulle montagne gli stessi comportamenti dai quali cercavamo di scappare in città; code, traffico, parcheggi selvaggi, rumore, rifiuti, affollamento, inciviltà, assalto alle località più iconiche.<br>E, naturalmente, la fotografia, il selfie obbligatorio per dimostrare al mondo che siamo stati lì.<br>Perché ormai, se non abbiamo fotografato il panorama, evidentemente il panorama non è mai esistito.<br>Se il fenomeno della fuga verso l’alto diventerà significativo, le comunità montane avranno davanti una scelta molto seria.<br>Possono cercare di monetizzare tutto e subito (e qualche segnale al riguardo è già evidente).<br>Oppure possono capire che il loro vero patrimonio non sono i metri cubi ancora edificabili; è ciò che non è stato ancora costruito.<br>I montanari farebbero bene a svegliarsi prima che sia troppo tardi: la febbre del pianeta non si cura trasformando le vette nella caricatura della pianura. Se non si fissa un limite invalicabile, il guadagno di oggi diventerà la miseria ambientale e morale di domani.<br>Un prato vale proprio perché è un prato, un bosco vale proprio perché è un bosco, una malga vale perché intorno non c’è un condominio di sette piani, un piccolo paese di montagna è prezioso proprio perché non è una copia di Jesolo con le montagne sullo sfondo.<br>Naturalmente nessuno può fermare il caldo con un’ordinanza comunale.<br>E nessuno può impedire alle persone di cercare refrigerio dove ancora esiste.<br>Ma proprio per questo bisogna cominciare a ragionare prima che la necessità diventi emergenza, e l’emergenza diventi business.<br>Perché se milioni di persone cercheranno progressivamente le “terre alte”, le terre alte non basteranno per tutti.<br>E soprattutto non possiamo pensare di risolvere il problema semplicemente costruendo. Altrimenti accadrà qualcosa di paradossale.<br>La gente fuggirà dalla pianura perché è troppo calda, salirà in montagna cercando natura e fresco, e noi costruiremo talmente tanto in montagna da trasformarla in una nuova pianura, movida notturna compresa.<br>Con una differenza. Avremo distrutto anche l’ultima alternativa.<br>Forse dovremmo cominciare a considerare la montagna non come un’enorme superficie ancora disponibile per costruire, ma come un patrimonio fisico limitato che diventerà sempre più prezioso proprio perché il clima cambierà.<br>Perché potrebbe arrivare il giorno in cui mille metri non saranno più sufficienti.<br>Allora serviranno i millecinquecento, poi i duemila.<br>E a quel punto qualcuno potrebbe finalmente domandarsi: quanto in alto pensiamo di poter scappare?<br>La risposta, purtroppo, è semplice.<br>Non possiamo continuare a salire all’infinito.<br>E soprattutto non possiamo trasformare ogni metro conquistato al caldo in un metro quadrato di cemento.<br>Perché se la pianura continuerà a scaldarsi e noi continueremo a trasformare la montagna nel suo parcheggio estivo, alla fine avremo ottenuto il risultato più demenziale possibile: avremo portato la pianura fin lassù, e poi ci toccherà cercare un’altra montagna dove fuggire.<br>Con buona pace dei nostri nipoti<br>E, magari, anche di qualche climatologo previdente a 1.650 metri.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Fratelli d’Italia, ma solo quando si vince…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2026 07:15:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Guardando gli Europei di atletica ho avuto spesso la sensazione di essermi sintonizzato per errore sui Mondiali.Poi ho guardato meglio le bandiere.Svizzera, Norvegia, Germania, Svezia, Italia. E ho capito che non era un errore della televisione.Era semplicemente l&#8217;Europa del 2026.Perché<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Guardando gli Europei di atletica ho avuto spesso la sensazione di essermi sintonizzato per errore sui Mondiali.<br>Poi ho guardato meglio le bandiere.<br>Svizzera, Norvegia, Germania, Svezia, Italia. E ho capito che non era un errore della televisione.<br>Era semplicemente l&#8217;Europa del 2026.<br>Perché se c&#8217;è uno spettacolo che racconta meglio di mille convegni come è cambiato il nostro Continente, sono proprio i podi dell&#8217;atletica.<br>Una volta, a guardare una finale europea, avresti visto quasi esclusivamente uomini e donne con la pelle bianca; oggi ti sembra di assistere ad una piccola assemblea generale dell&#8217;umanità.<br>Ci sono tutti; ragazzi e ragazze di origine africana che corrono con la maglia tedesca, svizzera, norvegese o svedese. Atleti di origine caraibica sotto la bandiera britannica.<br>E italiani con la pelle color caffellatte, con evidenti origini africane, o semplicemente con cognomi che raccontano storie di migrazioni che fino a qualche decennio fa sarebbero sembrate impensabili.<br>E qui comincia il bello. Perché mentre guardiamo tutto questo, fuori dallo stadio di Birmingham l&#8217;Europa continua a discutere di muri, confini, respingimenti, identità, invasione, sostituzione, sicurezza e paura dello straniero.<br>Da una parte la Fortezza Europa; dall&#8217;altra una pista di atletica nella quale le frontiere sembrano improvvisamente evaporate.<br>E nessuno degli spettatori sembra avere problemi. Anzi.<br>Tutti a fare il tifo, tutti ad applaudire, tutti orgogliosi.<br>&#8220;Il nostro campione!&#8221;, &#8220;La nostra ragazza!&#8221; &#8220;Grande Italia!&#8221;<br>Che strano.<br>Lo straniero, quando arriva, può essere un problema, quando vive nel quartiere accanto, può diventare una questione politica, quando chiede un lavoro, una casa o semplicemente un&#8217;opportunità, ricomincia la discussione sull&#8217;integrazione.<br>Ma se indossa la maglia della Nazionale, corre più veloce degli altri e sale sul podio, succede qualcosa di imprevedibile; diventa immediatamente “uno di noi”.<br>Il passaporto emotivo dell&#8217;Europa contemporanea si timbra a colpi di medaglie.<br>Se perdi, sei straniero, Se vinci, sei il nostro campione.<br>È il pragmatismo del tifo.<br>Il razzismo da bar, davanti ad una medaglia d&#8217;oro, sembra avere una straordinaria capacità di dissolversi.<br>E qui gli Europei di atletica ci stanno mostrando qualcosa che la politica europea sembra non voler vedere.<br>L&#8217;Europa è già cambiata. È cambiata nelle scuole, nei quartieri, nelle università, negli ospedali, nelle fabbriche, e soprattutto fra le giovani generazioni. È cambiata anche nello sport.<br>Solo che la nostra rappresentazione mentale dell&#8217;Europa è rimasta indietro.<br>Continuiamo, io per primo, ad immaginare il tedesco biondo, lo svizzero biondo, il norvegese biondo, lo svedese biondo.<br>La Norvegia, poi, nella nostra fantasia continua a essere popolata da vichinghi alti due metri, biondissimi, con gli occhi azzurri e possibilmente uno sci (od un’ascia) in mano.<br>Poi accendi la televisione e scopri che la Norvegia del 2026 vince le medaglie con atleti di colore.<br>E la cosa buffa è che non ci disturba affatto.<br>È questo il piccolo miracolo dello sport.<br>Riesce a fare in pochi secondi quello che la politica, la burocrazia e la sociologia discutono da decenni.<br>Ci fa vedere una persona per quello che sa fare, invece che per il colore della pelle, o per il Paese dal quale arrivavano i suoi genitori.<br>Prendiamo l&#8217;Italia.<br>Larissa Iapichino, figlia di Fiona May, è un esempio ormai familiare di questa Italia nuova.<br>Dariya Derkach, nata in Ucraina, è diventata una protagonista dell&#8217;atletica azzurra.<br>Andy Díaz Hernández, cubano, è diventato italiano e ha conquistato il vertice nel salto triplo.<br>Alexandrina Mihai è nata in Moldavia ed è salita sul podio nella marcia.<br>E poi c&#8217;è Fausto Desalu. Nato a Casalmaggiore, cresciuto in Italia, figlio di genitori nigeriani, campione olimpico con la staffetta azzurra.<br>Per ottenere la cittadinanza italiana ha dovuto aspettare diciotto anni.<br>La cittadinanza burocratica può richiedere diciotto anni, quella emotiva può arrivare in dieci secondi netti.<br>Perché quando Fausto Desalu corre per l&#8217;Italia, nessuno si mette a chiedere da dove venisse suo padre.<br>È italiano! Punto.<br>E quando arriva una medaglia, diventa anche &#8220;il nostro Fausto&#8221;. Questo è il paradosso.<br>La stessa società che può essere molto diffidente nei confronti dell&#8217;immigrazione è perfettamente capace di accogliere l&#8217;immigrato quando scopre che è utile al proprio orgoglio nazionale.<br>Guardando le nazionali europee viene fuori una fotografia che dovrebbe far riflettere molto più dei comizi.<br>La Germania non è più soltanto quella dei biondi. La Svizzera non è più soltanto quella dei biondi. La Svezia non è più soltanto quella dei biondi.<br>La Norvegia non è più soltanto quella dei biondi.<br>E la Francia, naturalmente, ci è arrivata prima, anche perché la storia coloniale francese ha prodotto da decenni una società molto più multietnica.<br>Ma oggi il fenomeno riguarda praticamente tutta l&#8217;Europa.<br>E lo sport non sta creando questa trasformazione. La sta semplicemente mostrando.<br>È una differenza importante.<br>Perché mentre la politica discute se l&#8217;Europa debba essere aperta o chiusa, la realtà ha già preso una decisione.<br>La realtà è molto meno ordinata dei nostri discorsi. Le persone si spostano, si innamorano, fanno figli, cambiano Paese, imparano lingue, diventano cittadini, e poi i loro figli corrono per la Nazionale.<br>Citius, altius, fortius. Più veloce, più alto, più forte.<br>Il vecchio motto olimpico sembra avere una sua ironica risposta alle nuove frontiere europee.<br>Le frontiere possono fermare le persone, ma non possono fermare la storia. E soprattutto non possono impedire che un figlio di immigrati diventi, un giorno, quello che corre con la nostra maglia.<br>Qui, però, arriva la parte meno consolatoria.<br>Perché sarebbe troppo facile concludere che lo sport ha risolto il problema dell&#8217;integrazione.<br>Non è così. Lo sport ci mostra semplicemente quanto siamo selettivi.<br>La nostra è una forma di integrazione piuttosto curiosa. Non integriamo soltanto le persone; integriamo soprattutto le loro prestazioni.<br>E allora forse la domanda da porsi non è perché ci siano sempre più atleti di origine straniera nelle nostre nazionali.<br>La domanda è perché riusciamo ad accettarli così facilmente quando vincono, e facciamo tanta fatica ad accettare gli altri quando non hanno nulla da offrirci se non la loro voglia di vivere qui.<br>Perché il ragazzo nero che gareggia e vince per l&#8217;Italia ci emoziona, mentre quello che cerca un lavoro ci preoccupa?<br>Perché il primo è &#8220;uno di noi&#8221;, e l’altro no?<br>Eppure sono spesso figli della stessa storia.<br>La differenza è che uno ha una corsia assegnata, un cronometro ed una medaglia in palio, l&#8217;altro no.<br>Forse è tutta qui la nostra grande contraddizione più macroscopica.<br>Non abbiamo imparato ad amare gli immigrati. Abbiamo imparato, ogni tanto, a fare un&#8217;eccezione per quelli che ci fanno comodo.<br>Quello che sale sul podio è &#8220;il nostro campione&#8221;; quello che arriva dal mare torna a essere &#8220;un clandestino&#8221;.<br>E così può capitare la cosa apparentemente più assurda di tutte: lo stesso Paese che esulta per un atleta di origine africana con la maglia azzurra può discutere, poche ore dopo, di come fermare l&#8217;immigrazione e di come rimandare indietro chi arriva da quei medesimi Paesi.<br>Non è una contraddizione soltanto italiana. È una contraddizione europea.<br>Perché mentre sulle piste di atletica l&#8217;Europa è già diventata multicolore, nelle urne e nei programmi politici cresce il successo di chi promette di renderla nuovamente bianca, ordinata e possibilmente impermeabile.<br>La parola &#8220;remigrazione&#8221;, che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrata uscita da un vocabolario estremista, è ormai entrata nel dibattito politico di diversi Paesi europei.<br>E allora la fotografia dei podi diventa ancora più surreale.<br>Da una parte abbiamo ragazzi e ragazze con origini africane, asiatiche, caraibiche o latinoamericane che corrono per le nazionali europee.<br>Dall&#8217;altra abbiamo movimenti politici che discutono di come rimandare indietro una parte di quelle stesse persone, o dei loro genitori, o di chi potrebbe arrivare dopo di loro.<br>Sul campo di gara vincono le frontiere aperte, nelle urne, spesso, vincono quelle chiuse.<br>È questo il vero paradosso. Non è che l&#8217;immigrato ci piaccia.<br>Ci piace l&#8217;immigrato quando smette, almeno per qualche minuto, di essere un immigrato e diventa qualcosa che ci rende orgogliosi; un campione, un record, una medaglia, una bandiera.<br>Il resto della partita è molto meno edificante. Perché basta che finisca la gara, che sparisca il podio e che si spengano le telecamere, e l&#8217;incantesimo può rompersi.<br>Il campione torna a essere un cittadino, gli altri tornano a essere immigrati clandestini.<br>E l&#8217;Europa torna a discutere di muri, confini e &#8220;remigrazione&#8221;.<br>Insomma, il colore della pelle non ci dà poi così fastidio, purché sia accompagnato da una medaglia d&#8217;oro.<br>Ma questa non è integrazione, è tifo.<br>Ed il tifo, si sa, dura finché si vince.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>L&#8217;ossessione dei due litri al giorno: quando anche bere diventa una teoria del complotto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Aug 2026 08:14:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph">Ogni estate porta con sé almeno due certezze incrollabili: l&#8217;asfalto che sembra sciogliersi sotto il sole ed il servizio del Telegiornale che, con ammirevole ed estenuante regolarità, ci ingiunge di “rimanere al chiuso nelle ore più calde, proteggere anziani e bambini, mangiare molta frutta e bere almeno due litri di acqua al giorno”.<br>E’ un format rassicurante e fastidioso nello stesso tempo, ripetuto a memoria da decenni.<br>Le stesse parole, le stesse immagini di repertorio, la testa infilata sotto l&#8217;acqua di una fontanella, l&#8217;intervista al passante che dice che «si muore dal caldo».<br>Da bambino mi sembrava normale. Oggi mi irrita.<br>Ed è qui che la faccenda diventa intrigante.<br>Perché nell&#8217;era in cui il sospetto è diventato la chiave primaria di lettura della realtà, anche una raccomandazione apparentemente innocua finisce nel tritacarne della narrazione cospirazionista.<br>Sui social network circola da tempo la convinzione che la «regola degli otto bicchieri» non sia altro che un&#8217;invenzione a tavolino dei colossi dell&#8217;acqua in bottiglia per far esplodere i propri profitti.<br>È la tesi di Big Water, ultimo e recente arrivo dopo Big Pharma e Big Food.<br>La teoria è più o meno questa: l&#8217;idratazione è certamente importante, ma qualcuno avrebbe preso questo banalissimo dato fisiologico, gli avrebbe appiccicato sopra un numero magico, «otto bicchieri», e poi avrebbe fatto partire la macchina del marketing.<br>Detta così sembra la solita teoria complottista buona per i social.<br>Ma, ed è proprio questo il punto interessante, non è completamente inventata.<br>Solo che la realtà è molto meno cinematografica.<br>La famosa regola dei due litri non è nata in una riunione segreta dei dirigenti di una multinazionale dell&#8217;acqua minerale.<br>Non c&#8217;erano, insomma, dodici signori in completo scuro seduti attorno ad un tavolo intenti a dirsi: “Signori, abbiamo un problema. Quale? La gente beve quando ha sete”. Silenzio. “Dobbiamo inventarci qualcosa. Otto bicchieri”. Applausi.<br>Peccato che la fisiologia umana non funzioni così.<br>Le raccomandazioni sull&#8217;assunzione di acqua risalgono a molti decenni fa ed avevano un significato diverso da quello che comunemente gli attribuiamo oggi.<br>Una delle raccomandazioni americane del 1945 parlava di circa 2,5 litri di acqua al giorno, ma specificava anche una cosa fondamentale: una buona parte dell&#8217;acqua necessaria all&#8217;organismo arriva già dagli alimenti.<br>Frutta, verdura, minestre, pasta, riso, yogurt e praticamente tutto ciò che contiene acqua contribuiscono al nostro bilancio idrico.<br>Insomma, quando mangiamo un&#8217;anguria non stiamo soltanto facendo una scelta gastronomica. Stiamo anche bevendo senza accorgercene.<br>Il problema nasce quando una raccomandazione generale viene trasformata in una specie di legge universale: due litri, tutti i giorni, per tutti, possibilmente sotto forma di acqua da bere.<br>E qui il marketing entra davvero in scena.<br>L&#8217;industria dell&#8217;acqua imbottigliata ha infatti promosso per anni il messaggio secondo cui bere una determinata quantità di acqua ogni giorno fosse indispensabile.<br>Non è una fantasia dei complottisti: esistono campagne, Associazioni di settore ed attività di comunicazione documentate che hanno contribuito a diffondere questo messaggio.<br>In Gran Bretagna, per esempio, una società di pubbliche relazioni dichiarò di aver lavorato alla campagna «drink 8 glasses of water a day» per un&#8217;associazione dell&#8217;industria delle acque minerali. Secondo i dati pubblicati dalla stessa società, la campagna contribuì a far crescere enormemente il consumo di acqua imbottigliata.<br>E nel 2009 tre grandi produttori, Danone Waters, Nestlé Waters e Highland Spring, fondarono il Natural Hydration Council, organismo che aveva anche l&#8217;obiettivo di promuovere il consumo di acqua attraverso campagne sull&#8217;importanza dell&#8217;idratazione.<br>Dunque Big Water esiste? In un certo senso sì. Tanto per dare un’idea, la filiera delle acque minerali in Italia sviluppa un giro d&#8217;affari complessivo pari a circa 3,3 miliardi di euro, ed il settore si conferma al vertice in Europa per volumi di consumo, con una produzione annua che supera i 16 miliardi di litri imbottigliati<br>Dunque esiste un&#8217;industria che vende acqua e che ha interesse a farne aumentare il consumo.<br>Però anche il panettiere tende a parlarci bene del pane.<br>Ma da questo fatto a sostenere che l&#8217;industria abbia inventato il bisogno fisiologico di bere due litri d&#8217;acqua ce ne passa parecchio.<br>La differenza non è sottile.<br>Il nostro organismo ha bisogno di acqua.<br>Questo non lo ha deciso né Danone né Nestlé, e nemmeno il Consiglio d&#8217;amministrazione di qualche misteriosa Big Water.<br>Lo ha deciso, per così dire, la biologia.<br>L&#8217;acqua è indispensabile per la regolazione della temperatura corporea, per la circolazione, per il funzionamento dei reni, per il metabolismo e per una quantità impressionante di altri processi fisiologici.<br>Il problema è stabilire quanta.<br>E qui la risposta diventa molto meno soddisfacente per chi ama le regole semplici.<br>Non esiste un numero magico valido per tutti.<br>Il fabbisogno dipende dall&#8217;età, dal peso, dall&#8217;attività fisica, dalla dieta, dalla temperatura ambientale e dalle condizioni individuali.<br>Chi corre dieci chilometri sotto il sole di agosto non ha certamente le stesse necessità idriche di chi trascorre la giornata seduto in casa con il ventilatore davanti.<br>Ed in caso di caldo intenso il fabbisogno aumenta perché perdiamo più liquidi attraverso la sudorazione.<br>C&#8217;è poi un&#8217;altra categoria alla quale prestare particolare attenzione: gli anziani.<br>Con l&#8217;età il meccanismo della sete può diventare meno efficace. E quindi può accadere che il corpo abbia bisogno di liquidi senza produrre un segnale di sete altrettanto evidente.<br>Insomma, la sete è una straordinaria invenzione evolutiva, ma non è un commercialista infallibile.<br>E soprattutto non è un&#8217;applicazione dello smartphone che ci manda una notifica alle 10.30: «Umberto, hai bevuto soltanto 347 millilitri. Vergognati».<br>Non abbiamo bisogno di trasformare la borraccia in un contatore fiscale dell&#8217;acqua.<br>Allo stesso tempo, però, non bisogna cadere nell&#8217;eccesso opposto.<br>Il complottista che sostiene che «due litri al giorno sono una puttanata inventata dai colossi» commette esattamente lo stesso errore di chi trasforma i due litri in una legge universale.<br>Il primo nega la complessità della fisiologia; il secondo la sostituisce con un numero.<br>Sono due facce della stessa medaglia: entrambi preferiscono una risposta semplice alla realtà.<br>Ed è qui che le teorie del complotto diventano affascinanti.<br>Perché partono spesso da qualcosa di vero. Sì, l&#8217;industria dell&#8217;acqua ha fatto marketing sull&#8217;idratazione. Sì, ha finanziato campagne. Sì, ha cercato di influenzare il comportamento dei consumatori. Sì, esiste una storia documentata di conflitti di interesse tra interessi commerciali e comunicazione sanitaria.<br>Ma da qui a costruire la grande cospirazione di Big Water che vuole controllare le nostre vite attraverso il bicchiere d&#8217;acqua quotidiano bisogna fare un salto che soltanto i social riescono a rendere normale.<br>È lo stesso meccanismo che abbiamo visto mille volte.<br>Si prende un fatto reale, lo si semplifica, si elimina tutto ciò che lo rende complicato, si trova un colpevole; e finalmente si dispone di una storia perfetta.<br>Una storia nella quale i buoni hanno capito tutto ed i cattivi stanno tutti dall&#8217;altra parte.<br>La realtà, invece, è terribilmente meno elegante.<br>Dice che dobbiamo bere.<br>Dice che non esiste una quantità identica per tutti. Dice che parte dell&#8217;acqua arriva dagli alimenti. Dice che quando fa molto caldo dobbiamo aumentare l&#8217;attenzione all&#8217;idratazione. Dice che gli anziani possono essere più vulnerabili alla disidratazione.<br>E dice anche che bere quantità spropositate non diventa salutare soltanto perché lo abbiamo letto su Instagram.<br>Insomma, possiamo tranquillamente smettere di avere paura di Big Water.<br>Ma possiamo anche smettere di credere alla leggenda dei due litri come se fosse stata incisa sulle tavole della legge.<br>La prossima volta che in televisione ci diranno di bere almeno due litri d&#8217;acqua, dunque, non sarà necessario chiamare il controspionaggio.<br>E se sui social qualcuno ci spiegherà che dietro quella bottiglia d&#8217;acqua si nasconde un piano globale delle multinazionali, possiamo rispondergli con una verità molto meno affascinante: l&#8217;acqua ci serve davvero, il numero magico no.<br>E, soprattutto, non serve una teoria del complotto per capire che se qualcuno riesce a convincerci a comprare una bottiglia di plastica per bere qualcosa che esce gratuitamente dal rubinetto, il marketing ha già fatto il suo lavoro.<br>Alla faccia di Big Water.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Estate 2026, benvenuti in spiaggia al centro commerciale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 06:56:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ventidue gradi ed un carrello: la nuova estate italiana Umberto Baldo L’impatto con la bolla polare avviene al secondo passo, subito dopo la prima porta scorrevole in vetro. Fuori l’asfalto trasuda sessanta gradi, i cofani delle automobili arroventano l’aria, ed<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Ventidue gradi ed un carrello: la nuova estate italiana</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’impatto con la bolla polare avviene al secondo passo, subito dopo la prima porta scorrevole in vetro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fuori l’asfalto trasuda sessanta gradi, i cofani delle automobili arroventano l’aria, ed attraversare il parcheggio richiede quasi un atto di fede.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dentro, novanta secondi dopo, un microclima da tundra alpina ti accoglie con la generosità di un abbraccio frigorifero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da qualche tempo, da quando l’Africano ha deciso di diventare il nostro signore e padrone, ho notato una cosa:&nbsp;<strong>i Centri Commerciali sono sempre più frequentati</strong>, in particolare nei fine settimana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non soltanto da chi deve comprare qualcosa.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono sempre più persone che sembrano andarci semplicemente per stare lì, magari solo per respirare senza avere la sensazione di essere dentro un forno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Benvenuti nel nuovo stabilimento balneare dell’estate urbana:&nbsp;<strong>la galleria del Centro Commerciale</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per chi non ha la fortuna, la pazienza, e spesso anche i mezzi, per affrontare le colonne di automobili verso le spiagge, la liturgia dell’agosto ha cambiato altare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I cronisti da ombrellone continuano a contare i lettini vuoti, le presenze negli stabilimenti ed il prezzo delle granite.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la vera sociologia della mezza estate, forse, si consuma sotto i faretti a LED, tra un negozio di telefonia, una profumeria ed una catena di fast food.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Basta fermarsi cinque minuti su una panchina per osservare la nuova fauna della controra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è il pensionato di lungo corso che ha eletto la galleria a proprio soggiorno personale: quotidiano d’ordinanza sotto il braccio, passo felpato ed una capacità strategica degna di un veterano nell’occupare la seduta esattamente sotto la bocchetta di ventilazione principale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono le giovani famiglie con passeggino al seguito, che compiono lente vasche d’ispezione senza mai sfiorare un portafoglio, trasformando il corridoio centrale nella propria passeggiata a mare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c’è il popolo del&nbsp;<strong>caffè tattico</strong>: poco più di un euro al banco dell’area ristoro per garantirsi un paio d’ore di permanenza perfettamente legittima; aria condizionata compresa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Centro commerciale, insomma, ha scoperto una nuova funzione che probabilmente non era prevista nei business plan:&nbsp;<strong>è diventato il condizionatore sociale di una parte del Paese.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un tempo la fuga dalla canicola era una questione di chilometri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La mezza giornata allo stabilimento, la gita fuori porta, il fresco della collina, la passeggiata serale in piazza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi, per una fetta crescente della popolazione, tutto questo costa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Costa il carburante per arrivarci, costa il parcheggio, costa il lettino, costa l’ombrellone, costa il pranzo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E, soprattutto, costa sempre di più anche semplicemente stare bene a casa propria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché quando il termometro si avvicina ai quaranta gradi, il condizionatore domestico smette di essere un elettrodomestico e comincia ad assomigliare ad un investimento finanziario.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ogni ora di refrigerio ha il suo prezzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora accade qualcosa di curioso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per decenni abbiamo decretato, non senza ragione, la morte delle vecchie piazze di quartiere, cannibalizzate proprio dalla nascita delle grandi cattedrali del consumo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo costruito centri commerciali sempre più grandi per comprare sempre più cose.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E adesso scopriamo che, nel cuore dell’estate, quei medesimi luoghi sono diventati anche&nbsp;<strong>le nuove piazze</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che sono piazze private.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui puoi passeggiare, sederti, incontrare gente, portare i bambini, prendere un caffè, guardare le vetrine e persino passare un pomeriggio senza spendere quasi nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad una condizione implicita: prima o poi qualcuno proverà a venderti qualcosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una curiosa forma di socialità contemporanea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La piazza medievale apparteneva alla comunità, la piazza moderna appartiene al Comune, la piazza climatizzata appartiene ad una società immobiliare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure è proprio quest’ultima, oggi, ad offrire ciò che le altre non riescono più a garantire:&nbsp;<strong>ombra, fresco, sicurezza, sedute, ed un po’ di vita collettiva.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La vecchia piazza di pietra, alle tre del pomeriggio, è diventata una lastra di cottura a cielo aperto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La “piazza al neon”, invece, garantisce ventidue gradi fissi, una panchina e l’illusione di stare in mezzo al mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una democrazia del refrigerio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma con un piccolo dettaglio che dovrebbe farci riflettere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi ha una casa ben isolata, un buon impianto di climatizzazione, magari una seconda casa in montagna o la possibilità di partire per qualche settimana, affronta il caldo in un modo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi non ha nulla di tutto questo cerca un luogo pubblico, gratuito o quasi, dove poter respirare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quel luogo sempre più spesso è proprio un centro commerciale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così anche il clima finisce per allargare le disuguaglianze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un tempo le differenze sociali si misuravano sulla meta delle vacanze: c’era chi andava in Costa Azzurra e chi si accontentava della pensione a due stelle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi la forbice è diventata più elementare, quasi biologica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si misura più soltanto su dove puoi andare in vacanza; si misura su quanti gradi puoi permetterti di respirare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E c’è qualcosa di paradossale nel fatto che, mentre discutiamo continuamente di città intelligenti, rigenerazione urbana, socialità ed inclusione, una parte dei cittadini abbia trovato la propria soluzione semplicemente entrando dalla porta automatica di un centro commerciale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è il trionfo del capitalismo.&nbsp;&nbsp;È quasi il contrario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È il capitalismo che, senza averlo programmato, si ritrova a svolgere una funzione che una città dovrebbe garantire da sé.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così, nell’estate dell’Africano, la nuova piazza non ha più una fontana al centro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha una bocchetta dell’aria condizionata.&nbsp;&nbsp;&nbsp;E la nuova vacanza low cost non richiede un biglietto ferroviario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Basta entrare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi, naturalmente, c’è sempre il carrello della spesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché anche il fresco, alla fine, qualcuno deve pur pagarlo.</p>
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		<title>E dio creò Brigitte Bardot che creò l’Estate!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 08:43:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA ARTE]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è un momento preciso, nella memoria del Novecento, in cui l’estate smette di essere soltanto una stagione sul calendario, e diventa uno stato dell’anima.<br>Un istante fatto del profumo acuto del pino marittimo, dell’asfalto arroventato che incontra la salsedine, del canto metallico delle cicale che riempie il pomeriggio.<br>Ha il colore del sole sulla pelle ed il rumore delle onde in lontananza.<br>E, soprattutto, ha un volto: quello di Brigitte Bardot.<br>A Cannes nel 1953, una giovanissima Bardot si presenta in bikini sulla spiaggia del Carlton durante il Festival.<br>In quegli anni è ancora un costume capace di suscitare curiosità e scandalo, ma addosso a lei sembra perdere ogni traccia di trasgressione per diventare qualcosa di diverso: naturale, solare, quasi inevitabile.<br>Non è soltanto il corpo di una ragazza a entrare nell&#8217;immaginario collettivo; è una nuova idea di estate.<br>Fino ad allora la bellezza cinematografica aveva spesso avuto il rigore della posa: acconciature impeccabili, abiti costruiti, gesti misurati, una sensualità che arrivava al pubblico attraverso la perfezione.<br>Bardot porta invece sullo schermo e sulle spiagge qualcosa di apparentemente opposto: il disordine, la spontaneità, la pelle nuda al sole, i capelli spettinati dal vento.<br>La sua bellezza non sembra chiedere il permesso.<br>È questo, forse, il segreto della “rivoluzione Bardot”.<br>Non tanto aver sdoganato il bikini, né aver scoperto la sensualità — il bikini esisteva già, ed il cinema conosceva da tempo le sue dive — quanto aver trasformato la libertà del corpo in un gesto quotidiano; un modo di stare al mondo.<br>Il punto di non ritorno arriva nel 1956 con “Et Dieu… créa la femme”, il film di Roger Vadim che consacra Bardot e cambia per sempre il destino di Saint-Tropez.<br>Il piccolo porto provenzale, fino ad allora lontano dai grandi circuiti mondani, diventa improvvisamente uno dei luoghi mitologici del Mediterraneo.<br>La Ponche, le barche tirate a riva, le stradine bianche, la spiaggia di Pampelonne: tutto entra in un nuovo immaginario, quello di un lusso che non ha più bisogno di mostrarsi.<br>La leggenda nasce anche dai luoghi.<br>La mensa utilizzata dalla troupe sulla spiaggia di Pampelonne diventerà il celebre Club 55.<br>Bardot sceglierà Saint-Tropez come una delle sue dimore elettive e la sua presenza finirà per trasformare il borgo in una capitale internazionale dell&#8217;estate.<br>È qui che il Mediterraneo comincia a parlare una lingua nuova: quella del sole, della giovinezza, dell&#8217;abbronzatura, delle giornate senza orologio.<br>Bardot non inventa quello stile: lo incarna.<br>Il gingham, le ballerine, i jeans, le magliette semplici, il trucco degli occhi, i capelli biondi lasciati liberi di muoversi.<br>Tutto sembra dire la stessa cosa: non occorre essere impeccabili per essere desiderabili.<br>Anzi, è proprio una certa imperfezione a diventare seducente.<br>Il corpo non è più soltanto qualcosa da esibire con eleganza; è qualcosa da vivere.<br>E mentre Saint-Tropez diventa la nuova capitale della Côte d’Azur, dall’altra parte del Mediterraneo l’Italia costruisce il proprio sogno.<br>Capri, Ischia, la Costiera, Portofino.<br>Le Vespe attraversano le strade, i motoscafi Riva tagliano il blu, i sandali vengono fatti su misura ed i grandi alberghi diventano palcoscenici di una mondanità ancora giovane, prima che il turismo di massa trasformi questi luoghi in cartoline.<br>È la stagione della Dolce Vita, ma anche qualcosa di più vasto.<br>Un Mediterraneo senza confini netti, dove Saint-Tropez e Capri, Cannes e Portofino sembrano appartenere allo stesso film.<br>Cambiano le lingue, cambiano le rive, cambiano le celebrità, ma il rito è lo stesso: il bagno al mattino, il pranzo lungo, la barca, il sole che cala, un aperitivo al tramonto e la notte che sembra non dover finire mai.<br>Brigitte Bardot è il volto più riconoscibile di questa nuova stagione perché ne interpreta perfettamente la contraddizione: è una diva che sembra non voler essere una diva.<br>È celebre, ma vuole apparire libera.<br>È fotografata ovunque, ma sembra vivere come se nessuno la guardasse.<br>La sua sensualità non ha la rigidità delle vecchie icone: ha il passo scalzo di una ragazza che corre verso il mare.<br>Per questo il fenomeno Bardot va oltre la moda.<br>Non riguarda soltanto il bikini, la gonna a quadretti, il top, i capelli cotonati o le ballerine di Repetto.<br>Riguarda un&#8217;attitudine.<br>La convinzione, allora nuova e potentissima, che la giovinezza potesse appartenere a se stessa; che il desiderio non dovesse essere sempre nascosto dietro le convenzioni; che il lusso più autentico potesse consistere, semplicemente, nel non avere fretta.<br>È anche per questo che oggi ricordiamo quelle estati con una nostalgia che va oltre la moda.<br>Non rimpiangiamo davvero un bikini, una Vespa, un motoscafo o una fotografia in bianco e nero.<br>Rimpiangiamo l&#8217;idea di un&#8217;estate ancora capace di promettere qualcosa.<br>Un&#8217;estate in cui il viaggio sembrava avventura, il mare una scoperta e la giovinezza una terra sconfinata.<br>Brigitte Bardot non creò il Mediterraneo. Ma gli diede un volto.<br>E quel volto, biondo, spettinato, abbronzato, con gli occhi segnati di nero e i piedi nudi sulla sabbia, finì per diventare il volto stesso dell&#8217;estate.<br>Forse è per questo che, a distanza di settant&#8217;anni, basta un&#8217;immagine di B.B. su una spiaggia per farci tornare addosso quella luce.<br>Il sole di mezzogiorno.<br>Il profumo del mare.<br>Le cicale.<br>Una strada bianca che scende verso la costa.<br>E la sensazione, ormai perduta, che l&#8217;estate non dovesse mai finire.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>San Lorenzo ed il cielo dei desideri! Stasera tutti a guardare le stelle cadenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 07:28:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>stelle cadenti<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">«San Lorenzo, io lo so perché tanto<br>di stelle per l’aria tranquilla<br>arde e cade, perché sì gran pianto<br>nel concavo cielo sfavilla…»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono versi che attraversano il tempo e finiscono per appartenere un po’ a tutti. Quelli di Giovanni Pascoli, nella notte di San Lorenzo, tornano inevitabilmente alla memoria mentre alziamo gli occhi verso il cielo aspettando che una scia luminosa lo attraversi per pochi, meravigliosi istanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la notte dei desideri. O, forse, è semplicemente la notte in cui ci ricordiamo di avere ancora il tempo per desiderare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché nella frenesia delle nostre giornate, tra telefoni che squillano, notifiche, appuntamenti, traffico, scadenze e pensieri che sembrano non concederci tregua, accade qualcosa di quasi rivoluzionario: ci fermiamo. Spegniamo per qualche minuto uno schermo e ne cerchiamo uno infinitamente più grande sopra di noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cielo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La notte di San Lorenzo conserva proprio questo fascino antico. Non importa quanti anni abbiamo, quante volte abbiamo già visto una stella cadente o quanto razionalmente sappiamo spiegare il fenomeno delle Perseidi. Quando quella piccola luce attraversa improvvisamente il buio, torniamo per un attimo bambini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quasi sempre esprimiamo un desiderio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Magari senza dirlo a nessuno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci si ritrova su una spiaggia, in montagna, in un prato, nel giardino di casa o semplicemente affacciati a un balcone. Si cerca il punto più buio possibile, lontano dalle luci delle città, e si aspetta. Qualcuno parla, qualcuno ride, qualcuno indica continuamente il cielo gridando «eccola!» quando ormai gli altri non fanno più in tempo a vederla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio l’attesa, forse, la parte più bella.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché San Lorenzo è anche una straordinaria occasione per stare insieme senza dover necessariamente fare qualcosa. Basta esserci. Una coperta sull’erba, qualche amico, una persona amata, magari un bicchiere di vino, il silenzio della notte e quello spettacolo immenso che continua da miliardi di anni sopra le nostre teste.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un’epoca nella quale fotografiamo qualsiasi cosa, le stelle cadenti hanno inoltre la meravigliosa abitudine di sfuggire ai nostri smartphone. Durano pochissimo. Spesso non facciamo in tempo a immortalarle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora dobbiamo semplicemente <strong>guardarle</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con gli occhi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è anche per questo che ci emozionano ancora tanto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pascoli vedeva nelle stelle di San Lorenzo il pianto del cielo, legandolo al dolore più profondo della propria vita. Noi, più modestamente, possiamo continuare a vedere in quelle scie luminose qualcosa di diverso per ciascuno: un ricordo, una speranza, una persona che non c’è più, un amore, un progetto, il desiderio che qualcosa finalmente cambi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E per una notte possiamo persino permetterci di credere che affidare un desiderio a una stella abbia un senso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sarà scientifico, naturalmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non tutto ciò che rende bella la vita deve necessariamente esserlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa sera, allora, proviamo a lasciare per qualche minuto il telefono in tasca. Cerchiamo un angolo di cielo abbastanza scuro, sediamoci accanto alle persone che amiamo e alziamo gli occhi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Magari una stella cadrà proprio in quel momento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E se accadrà, esprimiamo pure quel desiderio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Senza vergogna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché abbiamo bisogno anche di questo: di stupirci ancora davanti a qualcosa di immensamente più grande di noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Buona notte di San Lorenzo. E buoni desideri a tutti.</strong></p>
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		<title>E adesso, Francesco, tienici un tavolo ed un’ombra di vino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 10:37:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA ARTE]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono persone che non abbiamo mai incontrato e che, nonostante questo, finiscono per abitare parte della nostra vita.Non entrano dalla porta di casa. Non conoscono il nostro nome, non sanno delle nostre giornate, dei nostri amori, delle nostre paure.Eppure<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
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<p class="wp-block-paragraph">Ci sono persone che non abbiamo mai incontrato e che, nonostante questo, finiscono per abitare parte della nostra vita.<br>Non entrano dalla porta di casa. Non conoscono il nostro nome, non sanno delle nostre giornate, dei nostri amori, delle nostre paure.<br>Eppure ci sono. Da qualche parte, dentro di noi.<br>Sedute in un angolo della memoria, come vecchi amici che non hanno bisogno di essere chiamati per farsi riconoscere.<br>Francesco Guccini per me era una di queste persone.<br>Per questo, quando se n’è andato, ho scritto d’impulso (https://www.tviweb.it/non-e-morto-solo-guccini-e-un-pezzo-di-noi-che-se-ne-va/); poche ore dopo la notizia.<br>Ho scritto quello che sentivo in quel momento: che con lui se ne andava un pezzo di noi, della nostra giovinezza, delle nostre illusioni, perfino di quel modo un po’ ingenuo e bellissimo che avevamo di pensare che le parole potessero ancora cambiare il mondo.<br>Pensavo fosse sufficiente.<br>Non lo era.<br>Perché qualche giorno dopo mi sono accorto che avevo ancora bisogno di salutarlo.<br>Non so se sia successo perché quando muore qualcuno che abbiamo amato, attraverso le sue parole la notizia ha bisogno di tempo per diventare vera.<br>O perché certe morti non arrivano tutte insieme: si depositano lentamente, come la nebbia sulle cose, e soltanto dopo qualche giorno ci accorgiamo che qualcosa nel paesaggio è cambiato per sempre.<br>So soltanto che l’altra mattina, alle sei, mentre uscivo come al solito per andare a prendere i giornali, ho sentito il bisogno quasi fisico di tornare da lui.<br>Le sei in agosto sono quell’ora sospesa in cui la notte non ha ancora deciso di arrendersi ed il giorno non ha ancora trovato il coraggio di cominciare.<br>Ho infilato gli auricolari, ed invece delle solite discussioni su temi storici, ho chiamato Francesco.<br>La tecnologia, a volte, ha qualcosa di miracoloso. Con un dito puoi spalancare una porta sul passato.<br>Puoi ritrovare una voce che credevi lontanissima, e improvvisamente quella voce è lì, accanto a te, nel buio dell’alba, come se il tempo non fosse passato.<br>Ho cominciato con La canzone del bambino nel vento. Auschwitz.<br>Quelle parole che da ragazzi cantavamo forse senza comprendere fino in fondo la tragedia che contenevano.<br>Ma la pietà e lo sdegno, quelli sì, li capivamo, li sentivamo.<br>Ci entravano dentro prima ancora che avessimo gli strumenti per spiegarli.<br>Poi sono arrivate Le Stagioni, L’Avvelenata, Autogrill. E poi Cyrano, con quella sua orgogliosa, disperata, bellissima sfida al mondo.<br>Una canzone dopo l’altra. E mentre camminavo, mi sembrava che non stessi ascoltando un disco. Stavo attraversando la mia vita.<br>Perché è questo il prodigio dei grandi artisti: arriva un momento in cui le loro opere smettono di appartenere soltanto a loro.<br>Diventano nostre. Si attaccano ai luoghi, alle persone, alle stagioni, ad un amore finito, ad un amico che non c’è più, ad una macchina piena di ragazzi, ad una stanza con le finestre aperte, ad un&#8217;estate lontana.<br>Una canzone non è più una canzone.<br>È una porta. La apri e dall’altra parte ritrovi qualcuno che avevi dimenticato.<br>Un volto, una voce, un&#8217;età, te stesso.<br>E allora ho pensato a quel grande, enorme, burbero e tenero «omone» che avrebbe potuto essere una star, se soltanto avesse avuto voglia di esserlo.<br>Avrebbe potuto vivere di riflettori, di stadi, di televisioni, di passerelle.<br>Avrebbe potuto accomodarsi nell’Olimpo dello spettacolo e guardare dall’alto il mondo che lo aveva consacrato.<br>Non lo ha mai fatto.<br>Guccini è rimasto Guccini.<br>La barba, la voce, il bicchiere, le parole, le osterie, i libri, i boschi.<br>La sua “Emilia in odor di Toscana”, la sua montagna, quella Pàvana che non è mai stata semplicemente un luogo, ma una specie di patria dell’anima.<br>Forse non è un caso che abbia scelto proprio lì di andarsene.<br>Tra quegli alberi, quelle pietre, quelle case che conoscevano la sua infanzia.<br>In mezzo a quella terra che non ha mai avuto bisogno di essere raccontata perché gli era entrata nel sangue.<br>Ci sono uomini che passano tutta la vita a cercare un posto dove sentirsi a casa.<br>Guccini, quel posto, lo aveva trovato da bambino. E alla fine è lì che è tornato.<br>Mi ha colpito anche il suo ultimo saluto.<br>Avrebbero potuto esserci migliaia di persone. Bologna avrebbe potuto stringersi attorno a lui, riempire la piazza di San Petronio, trasformare la morte di Francesco in una grande celebrazione pubblica.<br>E invece no.<br>Poche persone.<br>La sua casa di Pavana. L’aia. I familiari, gli amici più cari.<br>E sul feretro non l’ennesima corona spettacolare, ma quasi un pezzo di quel bosco: rami, fiori, bacche raccolte intorno alla casa. Un libro. Una fotografia. Le immagini di una vita.<br>Mi è sembrato il funerale più gucciniano possibile.<br>Sobrio, terragno, persino un po’ ruvido.<br>Come lui.<br>E poi c’era Matteo Zuppi, il cardinale, suo amico, a benedire quel feretro.<br>Anche questo mi ha colpito.<br>Perché dentro quella scena apparentemente semplice c’era un’intera storia.<br>C’era il Guccini che aveva cantato Dio è morto, la canzone che nel 1967 la RAI bacchettona, democristiana e prona al potere, aveva censurato e che invece Radio Vaticana, forse su impulso di Papa Paolo VI aveva trasmesso, riconoscendone la forza spirituale prima ancora che molti altri ne cogliessero il senso.<br>Forse, alla fine, le strade degli uomini sono meno dritte di quanto immaginiamo.<br>E forse anche la fede, quando è autentica, sa riconoscere una domanda anche quando quella domanda arriva dalla bocca di un eretico.<br>Perché Guccini è stato soprattutto questo: un uomo che non ha mai smesso di fare domande.<br>E qui arrivano le parole di sua figlia Teresa.<br>Le ho rilette più volte.<br>Perché dentro quel ricordo fatto di cose piccolissime — un panino con la mortadella al bar Roberto, i giornali letti insieme, le conversazioni, le attenzioni rubate alla quotidianità — c’è forse il ritratto più vero di Francesco.<br>Non il mito, non il cantautore, non il personaggio.<br>Ma il padre, l’uomo.<br>Quello che lascia in eredità non le risposte, ma la voglia di continuare a cercarle.<br>E forse è proprio qui che sta la grandezza di Guccini.<br>Non nelle canzoni che conosciamo a memoria, non nei dischi, non nei concerti, non nei riconoscimenti.<br>Ma in quello che ci ha insegnato senza mai mettersi in cattedra.<br>A dubitare, ad indignarci, a non fidarci delle verità confezionate, a riconoscere la stupidità quando si nasconde dietro la retorica, a stare dalla parte degli ultimi senza bisogno di proclami, a conservare la tenerezza anche quando la vita ci insegna la disillusione.<br>E, soprattutto, a non vergognarci della nostalgia.<br>Perché la nostalgia, in fondo, è una forma d’amore.<br>È il modo che abbiamo per dire che qualcosa è stato così importante da continuare a vivere anche dopo che è finito.<br>E allora forse ho capito perché quella mattina avevo bisogno di ascoltarlo.<br>Non volevo semplicemente ricordare Francesco.<br>Volevo tornare, per un&#8217;ora, nel mondo in cui Francesco c’era ancora.<br>E mentre camminavo nella luce che lentamente arrivava, con la sua voce nelle orecchie, è successo qualcosa di strano.<br>Per un attimo non ero più io quello che camminava.<br>C’erano i ragazzi che siamo stati. C’erano quelli che non ci sono più.<br>C’erano gli amici perduti lungo la strada, gli amori finiti, le notti interminabili, le discussioni fino all’alba, le chitarre, le osterie, i libri, le piazze, le illusioni.<br>C’eravamo noi. E c’era lui.<br>Come se il tempo, per una volta, avesse avuto pietà di noi e avesse deciso di tornare indietro.<br>Solo per qualche minuto, solo per lasciarci rivedere quello che eravamo.<br>Poi la musica è finita, è tornato il rumore del mondo, la strada, le macchine, il giornale sotto il braccio, il giorno ormai fatto.<br>E Francesco non c’era più.<br>Ma forse è proprio questa la cosa che gli artisti grandi riescono a fare: andarsene senza andarsene davvero.<br>Perché da qualche parte, ogni volta che partiranno le prime note di Auschwitz, quando qualcuno si ritroverà solo in macchina con Autogrill nelle orecchie, quando una chitarra accompagnerà Cyrano in una notte d’estate, quando qualcuno avrà ancora voglia di arrabbiarsi con il mondo ascoltando L’Avvelenata, Francesco tornerà a sedersi al nostro tavolo.<br>Con quella barba, quel sorriso appena accennato, quell’aria da uomo che aveva visto abbastanza del mondo da non pretendere più di aggiustarlo, ma non abbastanza da smettere di interrogarlo.<br>E forse sarà ancora lì anche quando noi avremo dimenticato quasi tutto.<br>Perché ci sono voci che non muoiono.<br>Si allontanano, si fanno più basse, diventano memoria.<br>Poi, una sera qualsiasi, tornano a bussare.<br>E noi apriamo. E sono ancora loro. Sono ancora le nostre canzoni. Sono ancora i nostri anni. Siamo ancora noi.<br>Buon viaggio, Francesco.<br>Vai piano, però.<br>Che noi, qui, abbiamo ancora bisogno di qualche tua canzone per ricordarci da che parte guardare la vita.<br>E, se da qualche parte esiste davvero un’ultima osteria, una di quelle fumose e un po’ storte che hai raccontato tante volte, tienici un tavolo.<br>Prima o poi arriviamo.<br>Con tutti quelli che abbiamo perso lungo la strada.<br>E magari, finalmente, avremo ancora qualcosa da discutere.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Influencer, starlette, tronisti: perché sono famosi? È colpa tua</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 05:48:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è una domanda tanto semplice quanto scomoda che ogni tanto dovremmo porci mentre scorriamo distrattamente lo smartphone o ci lasciamo trascinare dell’ennesima polemica social.Perché queste persone sono famose?Non parliamo di chi governa un Paese, di uno scienziato che scopre un<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una domanda tanto semplice quanto scomoda che ogni tanto dovremmo porci mentre scorriamo distrattamente lo smartphone o ci lasciamo trascinare dell’ennesima polemica social.<br>Perché queste persone sono famose?<br>Non parliamo di chi governa un Paese, di uno scienziato che scopre un vaccino, di un imprenditore che crea ricchezza, di uno scrittore o di un artista che lascia un&#8217;opera destinata a durare.<br>Parliamo di influencer, starlette, concorrenti di reality, opinionisti permanenti, personaggi che sembrano esistere esclusivamente perché qualcuno continua a guardarli.<br>La risposta è tanto brutale quanto disarmante.<br>Sono famosi perché siamo noi a renderli tali.<br>Sessant&#8217;anni fa il sociologo americano Daniel Boorstin aveva già intuito tutto, definendo la celebrità come &#8220;una persona nota per la sua notorietà&#8221;.<br>Una frase che allora sembrava un paradosso, e che oggi descrive perfettamente il nostro tempo.<br>Per secoli la fama era la conseguenza di un&#8217;impresa. Oggi è diventata l&#8217;obiettivo.<br>Non importa perché ti conoscano. Basta che ti conoscano.<br>È una rivoluzione culturale prima ancora che tecnologica.<br>La televisione aveva già cominciato a trasformare la notorietà in spettacolo.<br>I social network hanno completato l&#8217;opera, affidandola agli algoritmi, che non premiano il valore di un contenuto, bensì la sua capacità di trattenere il nostro sguardo.<br>Il principio è semplicissimo.<br>Più fai discutere, più vieni mostrato. Più vieni mostrato, più esisti. Più esisti, più qualcuno è disposto a pagare perché tu continui a esistere.<br>E così basta una provocazione, una lite costruita ad arte, un video studiato per indignare, una lacrima in diretta od un balletto ripetuto milioni di volte.<br>Il talento può attendere. L&#8217;importante è che il pubblico non cambi schermata.<br>La televisione arriva quasi sempre dopo.<br>Reality come L&#8217;Isola dei Famosi o Temptation Island non creano più la notorietà: la certificano.<br>Si limitano a raccogliere personaggi già confezionati dai social e a trasformarli definitivamente in prodotti commerciali.<br>Il vero motore, però, non sono i reality.<br>È l&#8217;economia dell&#8217;attenzione.<br>Per secoli la ricchezza nasceva dalla terra, poi dalle fabbriche, quindi dalla conoscenza.<br>Oggi, sempre più spesso, nasce dalla nostra capacità di catturare gli occhi degli altri.<br>L&#8217;attenzione è diventata la materia prima più preziosa del XXI secolo.<br>E come ogni materia prima, viene estratta, raffinata e venduta.<br>Le piattaforme digitali non commercializzano semplicemente contenuti.<br>Vendono attenzione agli inserzionisti.<br>Noi crediamo di essere i clienti, ma molto spesso siamo il prodotto.<br>Ogni clic, ogni visualizzazione, ogni condivisione ha un valore economico. Persino la nostra indignazione viene monetizzata.<br>Per questo il talento rischia di diventare quasi un dettaglio.<br>Il talento richiede studio, competenza, disciplina e tempo.<br>L&#8217;attenzione può essere conquistata in pochi secondi. Con uno scandalo, con una provocazione, con una volgarità, con una sciocchezza.<br>Il problema, allora, non sono le starlette.<br>Sarebbe troppo facile prendersela con loro. In fondo fanno ciò che il mercato remunera.<br>Il problema siamo noi.<br>Ogni volta che clicchiamo su un titolo costruito per indignarci, ogni volta che seguiamo un profilo che non ha nulla da dire, ogni volta che dedichiamo minuti preziosi ad osservare sconosciuti litigare davanti ad una telecamera, stiamo investendo.<br>Non in cultura. Non in qualità. Ma in traffico pubblicitario.<br>Naturalmente sarebbe comodo dare tutta la colpa alle televisioni, ai social network o agli editori.<br>Ma loro fanno semplicemente ciò che qualsiasi impresa fa da sempre: producono ciò che il mercato compra.<br>Se un&#8217;inchiesta rigorosa raccoglie centomila letture e l&#8217;ennesimo pettegolezzo su un influencer ne raccoglie due milioni, non serve essere cinici per capire quale contenuto verrà pubblicato domani.<br>L&#8217;algoritmo non possiede una coscienza. Possiede statistiche.<br>Esiste anche una spiegazione più profonda.<br>Le fragilità, gli eccessi, e perfino le ridicolaggini, degli altri ci rassicurano.<br>È una forma di voyeurismo morale. Guardando il peggio degli altri finiamo inconsciamente per sentirci un po&#8217; migliori.<br>Ma è una consolazione costosa.<br>Perché una società che scambia la notorietà per il merito finisce inevitabilmente per confondere il rumore con il valore.<br>E quando il rumore vale più della competenza, la mediocrità smette di essere un incidente. Diventa un modello economico. Diventa un modello culturale. Diventa perfino un modello educativo.<br>Così il fenomeno non riguarda più soltanto influencer e reality.<br>Contagia l&#8217;informazione, dove il titolo vale più della notizia. Contagia la politica, dove una battuta virale pesa più di una proposta seria. Contagia perfino il mondo della cultura, dove spesso conta più essere visibili che essere autorevoli.<br>Alla fine il vero potere non appartiene a chi domina TikTok, compare ogni sera in televisione, o riempie le copertine dei rotocalchi.<br>Il vero potere appartiene a chi decide se guardare oppure no.<br>Le celebrità del nulla non vivono di talento. Vivono del nostro tempo.<br>Ed è questa, paradossalmente, la buona notizia.<br>Perché il tempo, a differenza del denaro, siamo noi a decidere come spenderlo.<br>Possiamo continuare ad alimentare una gigantesca industria della vacuità oppure compiere il gesto più semplice e, oggi, più rivoluzionario di tutti: smettere di premiarla.<br>Continuiamo pure a lamentarci della povertà del dibattito pubblico, della superficialità dell&#8217;informazione e della mediocrità dei personaggi che occupano le nostre giornate.<br>Ma finché continueremo a regalare milioni di clic a chi urla, provoca, litiga o si umilia davanti ad una telecamera, avremo esattamente il mondo mediatico che ci meritiamo.<br>Il mercato della vacuità non ha colpevoli misteriosi.<br>Ha milioni di piccoli azionisti.<br>Noi.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Ecco il nome femminile più bello del mondo. Uno studio scientifico lo incorona per suono e armonia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 14:37:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph">Non è soltanto uno dei nomi femminili più diffusi in Europa, ma secondo uno studio scientifico sarebbe anche <strong>il nome più bello del mondo</strong>. Si tratta di <strong>Sofia</strong>, o nella variante <strong>Sophia</strong>, apprezzato per la sua musicalità, il significato e la facilità con cui viene pronunciato in decine di lingue.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La ricerca, pubblicata nel 2022 dal sito specializzato <em>My 1st Years</em>, è stata coordinata dal linguista cognitivo <strong>Bodo Winter</strong>, dell&#8217;Università di Birmingham. Lo studio ha analizzato la percezione di cento nomi attraverso test fonetici, emotivi e culturali per individuare quelli più gradevoli all&#8217;ascolto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Lo studio: Sofia conquista tutti</h2>



<p class="wp-block-paragraph">I partecipanti hanno ascoltato cento nomi differenti, mentre i ricercatori hanno valutato le reazioni in base a diversi parametri, tra cui <strong>sonorità, musicalità, ritmo e impatto emotivo</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al termine dell&#8217;analisi, <strong>Sofia (o Sophia)</strong> è risultato il nome che ha ottenuto i giudizi migliori. Secondo Bodo Winter, infatti, i nomi più apprezzati sono quelli che <strong>suscitano emozioni positive semplicemente pronunciandoli ad alta voce</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un nome che significa &#8220;sapienza&#8221;</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Oltre al suono, a conquistare molti genitori è anche il significato. Derivato dal greco antico <strong>&#8220;Sophía&#8221;</strong>, il nome significa <strong>&#8220;sapienza&#8221;</strong> o <strong>&#8220;saggezza&#8221;</strong> ed è tradizionalmente associato a intelligenza, conoscenza e riflessione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Comparso in Europa già dal XVI secolo, Sofia ha attraversato i secoli senza perdere fascino ed è oggi uno dei pochi nomi davvero internazionali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Popolare in tutta Europa</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il successo di Sofia non riguarda un solo Paese. È infatti molto diffuso in <strong>Francia, Spagna, Italia</strong>, ma anche nelle nazioni di lingua germanica e slava. La sua forza è quella di essere facilmente pronunciabile in oltre venti lingue, caratteristica che lo rende una scelta sempre più apprezzata dalle famiglie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Francia, secondo i dati dell&#8217;<strong>Insee</strong>, dal 1922 il nome è stato assegnato a oltre <strong>31 mila bambine</strong> nella forma &#8220;Sofia&#8221; e a circa <strong>16 mila</strong> nella variante &#8220;Sophia&#8221;. Dal 2000 figura stabilmente tra i nomi femminili più scelti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche in Italia Sofia è da anni uno dei nomi preferiti per le nuove nate, occupando regolarmente le prime posizioni nelle classifiche nazionali dei nomi più attribuiti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Da Sophia Loren alle nuove generazioni</h2>



<p class="wp-block-paragraph">A contribuire alla notorietà internazionale del nome è stata anche la celebre attrice italiana <strong>Sophia Loren</strong>, che ha reso questa variante ancora più conosciuta nel mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra il significato positivo, la musicalità e la semplicità di pronuncia, Sofia continua così a conquistare genitori di culture diverse, confermandosi uno dei nomi femminili più amati a livello internazionale.</p>
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		<title>Agriturismi vicentini da tutto esaurito: il grande caldo porta gli stranieri tra colline, piscine e natura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 10:41:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fonte foto: Confagricoltura Vicenza Un&#8217;estate positiva per gli agriturismi vicentini, con luglio che ha registrato risultati soddisfacenti, agosto che si annuncia tra i migliori degli ultimi anni e un settembre già ricco di prenotazioni. A trainare il settore è soprattutto<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/agriturismi-vicentini-da-tutto-esaurito-il-grande-caldo-porta-gli-stranieri-tra-colline-piscine-e-natura/">Agriturismi vicentini da tutto esaurito: il grande caldo porta gli stranieri tra colline, piscine e natura</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p class="wp-block-paragraph">Fonte foto: Confagricoltura Vicenza</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;estate positiva per gli agriturismi vicentini, con luglio che ha registrato risultati soddisfacenti, agosto che si annuncia tra i migliori degli ultimi anni e un settembre già ricco di prenotazioni. A trainare il settore è soprattutto il turismo straniero, con una crescita significativa di visitatori alla ricerca di natura, tranquillità e servizi capaci di offrire sollievo dal caldo intenso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A scegliere le campagne e le colline beriche sono soprattutto gli ospiti provenienti dall&#8217;estero. Se la Germania mantiene il primato per numero di presenze, la vera sorpresa dell&#8217;estate 2026 è rappresentata dall&#8217;Olanda, con una forte crescita di turisti interessati agli agriturismi del territorio vicentino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Il quadro è molto positivo e premia il lavoro svolto dai nostri agriturismi nel proporre un&#8217;accoglienza di qualità, con servizi che rispecchiano le aspettative di chi cerca una vacanza nella natura – spiega Giulia Lovati Cottini, presidente provinciale di Agriturist, l&#8217;associazione degli agriturismi di Confagricoltura, e titolare dell&#8217;agriturismo Villa Feriani di Montegalda –. Gli stranieri apprezzano i prodotti tipici del territorio, la possibilità di effettuare escursioni e attività sportive come bicicletta, trekking ed equitazione, abbinate a degustazioni e ristorazione tipica. Molto apprezzata anche la vicinanza alle città d&#8217;arte come Venezia, Verona e Padova».</p>



<p class="wp-block-paragraph">A influenzare le scelte dei turisti è anche l&#8217;aumento delle temperature estive, che sta spingendo sempre più persone verso località collinari e montane e verso strutture immerse nel verde. Particolarmente richiesti sono gli agriturismi dotati di piscina e quelli con ampi spazi alberati capaci di garantire zone d&#8217;ombra e maggiore frescura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Gli agriturismi con piscina sono i più gettonati – sottolinea Lovati Cottini – ma in generale i nostri ospiti cercano il soggiorno nel verde, in strutture rurali con parchi alberati. Il 28% degli stranieri arriva dalla Germania, seguita dall&#8217;Austria con il 15% e dalla sorpresa Olanda con il 14%. Seguono Paesi Bassi, Belgio e Danimarca».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le novità dell&#8217;estate 2026 emerge anche il ritorno delle prenotazioni last minute. Una tendenza diversa rispetto al passato, quando molti turisti programmavano le vacanze con largo anticipo, anche un anno prima. Ora invece cresce la scelta di decidere il soggiorno a ridosso della partenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo le rilevazioni di Agriturist, la domanda si concentra su esperienze che uniscono ospitalità e territorio: il 27% degli ospiti cerca eventi culturali o musicali nei borghi vicini, il 25% visite in cantina e nei caseifici con degustazioni guidate, mentre il 18% sceglie escursioni. Tra le attività più richieste anche quelle dedicate ai bambini, il trekking, il cicloturismo e l&#8217;ippoturismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La tendenza potrebbe proseguire anche oltre il periodo di alta stagione. Già da luglio si registra un aumento delle richieste per settembre, con le aree collinari e montane sempre più apprezzate anche per il pranzo di Ferragosto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da un&#8217;indagine a campione condotta da Agriturist emerge inoltre che Veneto, Friuli, Liguria, Toscana e Umbria sono tra le destinazioni agrituristiche con le migliori prospettive per questa estate, con oltre il 65% di ospiti stranieri, soprattutto coppie e famiglie con bambini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Veneto sono oltre <strong>1.700 gli agriturismi attivi</strong>, secondo i dati regionali aggiornati, con una disponibilità complessiva di circa <strong>18 mila posti letto</strong>. A livello provinciale Verona guida la classifica, seguita da Treviso e Vicenza, che conta <strong>243 strutture agrituristiche</strong>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/agriturismi-vicentini-da-tutto-esaurito-il-grande-caldo-porta-gli-stranieri-tra-colline-piscine-e-natura/">Agriturismi vicentini da tutto esaurito: il grande caldo porta gli stranieri tra colline, piscine e natura</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Gardaland, arriva Laboon in versione Lego: la balena di One Piece costruita con oltre 25 mila mattoncini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 09:20:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una balena alta più di due metri, composta da oltre 25 mila mattoncini LEGO® e dal peso di circa 300 chilogrammi, approda a LEGOLAND® Water Park Gardaland. È Laboon, uno dei personaggi più amati dell&#8217;universo di ONE PIECE, protagonista di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p class="wp-block-paragraph">Una balena alta più di due metri, composta da oltre 25 mila mattoncini LEGO® e dal peso di circa 300 chilogrammi, approda a LEGOLAND® Water Park Gardaland. È Laboon, uno dei personaggi più amati dell&#8217;universo di <strong>ONE PIECE</strong>, protagonista di un&#8217;esperienza speciale dedicata ai fan della celebre saga e alle famiglie in visita al parco acquatico di Castelnuovo del Garda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;iniziativa si svolgerà dal <strong>3 al 30 agosto</strong>, ogni lunedì e martedì, oltre alle giornate di sabato 29 e domenica 30 agosto, dalle <strong>11 alle 19</strong>. Gli ospiti potranno scattare un selfie con la scultura LEGO® di Laboon, mostrarlo al LEGO Store del parco e ricevere una sorpresa dedicata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La statua rappresenta uno dei simboli più riconoscibili della serie creata da <strong>Eiichiro Oda</strong>, capace di conquistare milioni di appassionati in tutto il mondo grazie al manga, all&#8217;anime e alla recente serie live action di Netflix. Laboon, in particolare, è un personaggio legato ai temi dell&#8217;amicizia, della fedeltà e dei legami capaci di resistere nel tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La realizzazione dell&#8217;opera è stata affidata a <strong>Riccardo Zangelmi</strong>, unico LEGO® Certified Professional in Italia, insieme a un secondo builder. Per completare la scultura sono state necessarie circa <strong>100 ore di lavoro</strong>, durante le quali migliaia di mattoncini sono stati assemblati fino a trasformarsi in un&#8217;installazione scenografica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;arrivo di Laboon arricchisce l&#8217;offerta di LEGOLAND® Water Park Gardaland, primo parco acquatico a tema LEGO® realizzato in Europa e unico in Italia. Oltre alle attrazioni acquatiche, agli scivoli e alle aree dedicate a tutte le età, gli ospiti possono visitare la Miniland, con monumenti italiani riprodotti in versione LEGO®, e la LEGO® Creation Island, spazio dedicato alla costruzione creativa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;iniziativa si inserisce nel percorso del Resort volto a creare esperienze immersive legate ai grandi fenomeni della cultura pop, portando i personaggi più amati dal pubblico dal mondo dello schermo agli spazi reali del parco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per gli appassionati di ONE PIECE e del mondo LEGO®, l&#8217;appuntamento con Laboon diventa così un&#8217;occasione per unire divertimento, creatività e avventura in una giornata speciale a LEGOLAND® Water Park Gardaland.</p>
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		<title>Secca storica per il Danubio: il fiume si ritira e riemergono relitti della guerra e ossa di mammut</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 14:54:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sotto: il video Il Danubio continua a fare i conti con una crisi idrica senza precedenti in diverse aree del suo percorso. Il grande fiume europeo ha raggiunto livelli eccezionalmente bassi, mettendo in difficoltà la navigazione e riportando alla luce<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Sotto: il video</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Danubio continua a fare i conti con una crisi idrica senza precedenti in diverse aree del suo percorso. Il grande fiume europeo ha raggiunto livelli eccezionalmente bassi, mettendo in difficoltà la navigazione e riportando alla luce testimonianze del passato rimaste per decenni nascoste sotto l’acqua.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Serbia, centinaia di imbarcazioni sono rimaste bloccate nei porti o intrappolate sui banchi di sabbia emersi dal letto del fiume. Le immagini del Danubio ridotto a un livello insolito hanno suscitato sorpresa e preoccupazione tra gli abitanti delle zone interessate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«È una catastrofe. Non ci sono state piogge, né neve durante tutto l’inverno. Non ci sono riserve d’acqua nelle montagne, la situazione è preoccupante», ha raccontato un residente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Più a sud, in Bulgaria, il basso livello del Danubio ha provocato anche problemi alla navigazione commerciale e turistica. Un battello da crociera è rimasto incagliato nel tratto bulgaro del fiume e circa 200 passeggeri hanno dovuto essere evacuati in pochi minuti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Vengo qui ogni giorno da oltre 30 anni per camminare almeno un’ora o due. Non avevo mai visto il Danubio così basso. La situazione è molto grave», ha spiegato un altro abitante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La riduzione della portata del fiume è legata soprattutto alla mancanza di precipitazioni e alle ondate di calore che hanno interessato diverse zone d’Europa. La siccità sta avendo conseguenze anche economiche: numerose chiatte con carichi di legname e grano destinati ai mercati europei sono rimaste ferme a causa delle difficoltà di navigazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La situazione contrasta con episodi recenti di segno opposto: il 21 settembre 2024 il Danubio era invece esondato ai piedi del Parlamento ungherese a Budapest, dopo una forte ondata di maltempo che aveva colpito l’Europa centrale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dal letto del fiume emergono resti della Seconda guerra mondiale e ossa di mammut</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il ritiro delle acque ha però portato alla luce anche importanti testimonianze storiche e archeologiche. In alcuni tratti del Danubio sono riemersi relitti risalenti alla Seconda guerra mondiale, rimasti sommersi per decenni e ora visibili quasi a pelo d’acqua.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scoperta più sorprendente è arrivata dalla Bulgaria, dove il basso livello del fiume ha permesso di individuare resti fossili di un mammut.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I reperti sono stati trovati casualmente mercoledì da un abitante del villaggio di Ryahovo, nel comune di Slivo Pole, circa 30 chilometri a nord di Ruse. Il giorno successivo gli ossi sono stati recuperati dagli esperti del museo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli specialisti hanno identificato una mandibola, frammenti di zanne, una parte di scapola e un femore completo della testa articolare. Secondo il professor Nikolay Nenov si tratta con certezza dei resti di un mammut: «È al 100% un mammut», ha dichiarato, spiegando che molto probabilmente apparteneva alla specie del mammut lanoso vissuto durante l’era glaciale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli studiosi ritengono che i resti appartengano a un esemplare giovane. La diminuzione del livello del Danubio potrebbe però consentire nuove scoperte: è infatti prevista un’ulteriore campagna di ricerca nella zona per verificare la presenza di altri reperti nascosti dal fiume.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un fenomeno legato alla siccità che sta trasformando il paesaggio del Danubio e che, oltre a creare gravi problemi ambientali ed economici, sta restituendo frammenti inattesi della storia naturale e dell’uomo.</p>



<figure class="wp-block-video"><video height="1080" style="aspect-ratio: 608 / 1080;" width="608" controls src="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/07/X2Twitter.com_MRbrlZfkqJ0rQXwO_1080p.mp4"></video></figure>
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		<title>George e Amal Clooney evacuati dalla villa in Francia per un incendio: “Non sappiamo se la nostra casa sopravvivrà”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 08:28:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>George e Amal Clooney hanno dovuto lasciare la loro residenza nel sud della Francia a causa di un vasto incendio boschivo sviluppatosi nelle vicinanze. La conferma è arrivata dall’agente dell’attore, che ha spiegato come la coppia abbia seguito le indicazioni<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">George e Amal Clooney hanno dovuto lasciare la loro residenza nel sud della Francia a causa di un vasto incendio boschivo sviluppatosi nelle vicinanze. La conferma è arrivata dall’agente dell’attore, che ha spiegato come la coppia abbia seguito le indicazioni delle autorità e abbia evacuato la zona per motivi di sicurezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La proprietà coinvolta è il <strong>Domaine du Canadel</strong>, una tenuta sulle colline di Brignoles, nel dipartimento del Var, acquistata dai Clooney nel 2021 e diventata negli ultimi anni la principale residenza della famiglia. La villa, circondata da vigneti, giardini e aree verdi, si trova in una zona particolarmente esposta al rischio di incendi durante la stagione estiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In una lettera inviata al sindaco di Brignoles, Didier Bremond, l’attore ha espresso la preoccupazione per il futuro della tenuta e della comunità locale: “Al momento non sappiamo se la nostra splendida città sopravvivrà a questo terribile momento”, ha scritto Clooney, aggiungendo però che lui e la moglie Amal resteranno vicini agli abitanti e contribuiranno alla ricostruzione, qualunque sarà l’esito dell’incendio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rogo, scoppiato mercoledì pomeriggio nei pressi di Brignoles, ha interessato circa 130 ettari di territorio. Secondo le autorità locali, circa 600 persone sono state evacuate e quattro vigili del fuoco sono rimasti feriti durante le operazioni di spegnimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">George e Amal Clooney avevano scelto la Francia anche per garantire ai loro figli, i gemelli di nove anni, una vita più lontana dalla pressione mediatica. In una recente intervista l’attore aveva raccontato di apprezzare il contesto rurale della Provenza, spiegando che i bambini possono crescere con abitudini più semplici, lontani dall’uso costante della tecnologia e dalla presenza dei paparazzi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La famiglia Clooney, inoltre, ha ottenuto nel 2025 la cittadinanza francese, rafforzando il legame con il Paese e con la comunità di Brignoles, dove l’attore ha ribadito di sentirsi ormai parte integrante del territorio.</p>
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		<item>
		<title>Ondata di calore, l&#8217;alcol diventa ancora più pericoloso: ecco perché</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 14:07:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[SALUTE e SANITÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con l&#8217;arrivo delle ondate di calore e delle vacanze estive cresce anche il consumo di aperitivi e bevande alcoliche all&#8217;aperto. Ma bere alcol quando le temperature sono molto elevate può aumentare sensibilmente i rischi per la salute, anche se si<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Con l&#8217;arrivo delle ondate di calore e delle vacanze estive cresce anche il consumo di aperitivi e bevande alcoliche all&#8217;aperto. Ma bere alcol quando le temperature sono molto elevate può aumentare sensibilmente i rischi per la salute, anche se si tratta di quantità che normalmente verrebbero tollerate senza particolari problemi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il caldo e l&#8217;alcol, infatti, agiscono in modo simile sull&#8217;organismo. Le alte temperature provocano la dilatazione dei vasi sanguigni per favorire la dispersione del calore, un effetto che viene accentuato anche dall&#8217;alcol. La conseguenza può essere un abbassamento della pressione arteriosa, con una maggiore probabilità di avvertire capogiri, debolezza e perdita di equilibrio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo si aggiunge il problema della disidratazione. Durante una giornata molto calda il corpo perde grandi quantità di liquidi attraverso la sudorazione. L&#8217;alcol, essendo un diuretico, favorisce ulteriormente la perdita di acqua, rendendo più difficile mantenere un corretto equilibrio idrico. La combinazione dei due fattori può aumentare la concentrazione di alcol nel sangue e amplificarne gli effetti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli effetti possono manifestarsi con maggiore rapidità soprattutto se si beve sotto il sole, nelle ore più calde della giornata o subito dopo un&#8217;attività fisica intensa. In queste condizioni aumentano il rischio di malesseri, cali di pressione, disorientamento e riduzione dei riflessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per limitare i rischi è consigliabile bere con moderazione, preferire luoghi ombreggiati e gli orari più freschi della giornata, alternare ogni bevanda alcolica con un bicchiere d&#8217;acqua e non consumare alcolici a stomaco vuoto, poiché il cibo rallenta l&#8217;assorbimento dell&#8217;alcol.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È inoltre fondamentale evitare di mettersi alla guida dopo aver bevuto, anche se si ritiene di aver assunto una quantità modesta di alcol. Con il caldo, infatti, gli effetti possono risultare più intensi del previsto e compromettere più rapidamente lucidità e tempi di reazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se una persona manifesta sintomi come forte debolezza, confusione, vomito o perdita di coscienza dopo aver bevuto, soprattutto durante un&#8217;ondata di calore, è necessario contattare tempestivamente i soccorsi.</p>
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		<title>Sette italiani su dieci preferiscono le destinazioni nazionali per le vacanze di agosto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 08:07:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[italiani]]></category>
		<category><![CDATA[mete preferite]]></category>
		<category><![CDATA[vacanze]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ancora una volta il mese preferito dagli italiani per andare in vacanza è agosto, o almeno è quanto emerge dall&#8217; aumento nelle ricerche e nelle prenotazioni di pacchetti vacanza registrato rispetto al mese di luglio da Travilioo, la piattaforma pioniera in Italia<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><tbody><tr><td><br>Ancora una volta il mese preferito dagli italiani per andare in vacanza è agosto, o almeno è quanto emerge <strong>dall&#8217; aumento nelle ricerche e nelle prenotazioni di pacchetti vacanza registrato rispetto al mese di luglio da</strong> Travilioo, la piattaforma pioniera in Italia specializzata nella creazione di viaggi su misura, <strong>con un incremento del 23%.</strong><br>Le destinazioni nazionali sono particolarmente ricercate dai turisti italiani, rispetto a quelle internazionali: <strong>sette su dieci preferiscono restare in Italia (72%) e solo tre hanno scelto destinazioni internazionali.</strong><br>La maggior parte degli italiani che ha deciso di trascorrere le vacanze nel paese raggiungerà l<strong>e proprie destinazioni in auto: il 65% viaggerà in questo modo</strong>, rispetto ad altri mezzi di trasporto come il treno, l&#8217;autobus o l&#8217;aereo, spostandosi su distanze relativamente brevi dalla propria residenza.<br>Gli italiani <strong>continuano a scegliere gli hotel come sistemazione, nonostante l&#8217;aumento dei prezzi (48%)</strong>, rispetto ad appartamenti (26%), seconde case o abitazioni di familiari (18%). <strong>Le destinazioni di mare (62%)</strong> prevalgono sulle città (20%) e sulla montagna (16%).<br><br><strong>La Sicilia è la regione più ricercata</strong> su Travilioo seguita da Puglia, Calabria, Trentino-Alto Adige ed Emilia-Romagna nella top 5.<br><br><strong>Regioni italiane più ricercate per le vacanze di agosto 2026:</strong><br>1. Sicilia2. Puglia3. Calabria4. Trentino-Alto Adige5. Emilia-Romagna6. Sardegna7. Toscana8. Campania9. Lazio10. Liguria<br>Per quanto riguarda l’estero,<strong> l’Europa sembra la meta preferita con Parigi al primo posto</strong>, davanti a Madrid, Barcellona, Londra, e Lisbona nella top5.<br><br><strong>Destinazioni europee più ricercate per le vacanze di agosto 2026:</strong><br>1. Parigi2. Madrid3. Barcellona4. Londra5. Lisbona6. Praga7. Budapest8. Oslo9. Malta10. Cracovia<br>Parlando poi di lungo raggio, le mete più di moda per questo agosto per gli italiani sembrano essere: Tokio, New York, Los Angeles, Mexico City e Istanbul nelle top 5.<br><br><strong>Destinazioni di lungo raggio più ricercate per le vacanze di agosto 2026:</strong><br>1. Tokio2. New York3. Los Angeles4. Mexico City5. Istanbul6. Dakar7. Pechino8. Ho Chi Minh9. Marrakech10. Katmandu</td></tr></tbody></table></figure>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/sette-italiani-su-dieci-preferiscono-le-destinazioni-nazionali-per-le-vacanze-di-agosto/">Sette italiani su dieci preferiscono le destinazioni nazionali per le vacanze di agosto</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Ticket Venezia 2026: venduti 680mila voucher, incassati 5,2 milioni. In calo i giorni da &#8220;bollino rosso&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 15:36:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è conclusa domenica 26 luglio la sperimentazione annuale del contributo d&#8217;accesso al centro storico di Venezia, il cosiddetto &#8220;ticket&#8221;. Applicato dal 3 aprile per 60 giornate non consecutive (contro le 54 del 2025), dalle 8.30 alle 16.00, il provvedimento<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Si è conclusa domenica 26 luglio la sperimentazione annuale del contributo d&#8217;accesso al centro storico di Venezia, il cosiddetto &#8220;ticket&#8221;. Applicato dal 3 aprile per 60 giornate non consecutive (contro le 54 del 2025), dalle 8.30 alle 16.00, il provvedimento ha registrato dati provvisori di 679.553 voucher venduti, per un incasso di 5.215.035 euro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rispetto al 2024 la media giornaliera è calata del 32,3%, con una netta riduzione anche delle giornate a maggiore afflusso: quest&#8217;anno una sola giornata su 60 ha superato i 20mila voucher (1,7% del totale), contro le tre su 54 del 2025 e le quattro su 29 del 2024.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 46,5% dei ticket è stato acquistato alla tariffa agevolata di 5 euro (prenotazione entro 4 giorni), il resto a 10 euro. Il picco si è registrato sabato 2 maggio, ponte del Primo Maggio, con 25.471 voucher; il minimo mercoledì 29 aprile, con 7.441. Il sabato resta il giorno di maggior afflusso, con una media di circa 13.661 accessi contro una media giornaliera complessiva di 11.326 voucher.</p>
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		<title>Altro che gioco da cortile: il tiro alla fune assegna lo scudetto italiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2026 10:17:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La tradizione incontra lo spettacolo e richiama il grande pubblico. A Padova si è conclusa la finale del Campionato Italiano di Tiro alla Fune nella categoria 620 kg Mix, regalando sfide combattute, grande agonismo e un&#8217;atmosfera coinvolgente nella cornice dell&#8217;Italy<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">La tradizione incontra lo spettacolo e richiama il grande pubblico. A Padova si è conclusa la finale del Campionato Italiano di Tiro alla Fune nella categoria <strong>620 kg Mix</strong>, regalando sfide combattute, grande agonismo e un&#8217;atmosfera coinvolgente nella cornice dell&#8217;<strong>Italy AgriShow</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/07/F1A845F3-0DCD-4B3B-82A4-017FEBD3ECCF-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-372342" srcset="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/07/F1A845F3-0DCD-4B3B-82A4-017FEBD3ECCF-1024x576.jpg 1024w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/07/F1A845F3-0DCD-4B3B-82A4-017FEBD3ECCF-626x352.jpg 626w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/07/F1A845F3-0DCD-4B3B-82A4-017FEBD3ECCF-1536x864.jpg 1536w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/07/F1A845F3-0DCD-4B3B-82A4-017FEBD3ECCF-2048x1152.jpg 2048w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/07/F1A845F3-0DCD-4B3B-82A4-017FEBD3ECCF-100x56.jpg 100w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/07/F1A845F3-0DCD-4B3B-82A4-017FEBD3ECCF-846x476.jpg 846w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/07/F1A845F3-0DCD-4B3B-82A4-017FEBD3ECCF-1184x666.jpg 1184w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La manifestazione, promossa dalla <strong>FIGEST – Federazione Italiana Giochi e Sport Tradizionali</strong>, ha riunito le migliori squadre italiane della specialità, che si sono affrontate in una serie di confronti caratterizzati da forza, resistenza, tecnica e perfetta strategia di squadra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A conquistare lo scudetto tricolore sono state le <strong>Furie Rosse</strong>, protagoniste di un torneo dominato grazie a una superiorità tecnica e atletica dimostrata lungo tutto il percorso di gara. Sul secondo gradino del podio è salita la formazione di <strong>Scorzè</strong>, mentre il bronzo è andato all&#8217;<strong>Astra Feltre</strong>, protagonista di un&#8217;ottima prestazione nelle sfide decisive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La classifica finale ha visto:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>1° Furie Rosse</strong></li>



<li><strong>2° Scorzè</strong></li>



<li><strong>3° Astra Feltre</strong></li>



<li><strong>4° Vazzola</strong></li>



<li><strong>5° The Vikings</strong></li>



<li><strong>6° Polisportiva Centese</strong></li>



<li><strong>7° The Yankees</strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">La categoria mista continua a rappresentare uno degli aspetti più apprezzati della disciplina, valorizzando il lavoro di squadra e l&#8217;inclusività, elementi che da sempre caratterizzano il tiro alla fune.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/07/B41E70EE-CFFD-4010-A3C8-9B16CDD6C021-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-372343" srcset="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/07/B41E70EE-CFFD-4010-A3C8-9B16CDD6C021-1024x576.jpg 1024w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/07/B41E70EE-CFFD-4010-A3C8-9B16CDD6C021-626x352.jpg 626w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/07/B41E70EE-CFFD-4010-A3C8-9B16CDD6C021-1536x864.jpg 1536w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/07/B41E70EE-CFFD-4010-A3C8-9B16CDD6C021-100x56.jpg 100w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/07/B41E70EE-CFFD-4010-A3C8-9B16CDD6C021-846x476.jpg 846w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/07/B41E70EE-CFFD-4010-A3C8-9B16CDD6C021-1184x666.jpg 1184w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/07/B41E70EE-CFFD-4010-A3C8-9B16CDD6C021.jpg 1600w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Grande soddisfazione è stata espressa dal presidente nazionale della FIGEST, <strong>Enzo Casadidio</strong>, che ha sottolineato come il tiro alla fune continui a regalare emozioni e a richiamare una partecipazione sempre più ampia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Il tiro alla fune continua a regalarci emozioni uniche e una partecipazione straordinaria, confermando il valore culturale e sportivo delle nostre discipline tradizionali. Veder gareggiare a Padova squadre così preparate nella categoria 620 kg Mix è la dimostrazione della vitalità del nostro movimento federale. Un ringraziamento speciale va agli atleti, ai tecnici, agli organizzatori dell&#8217;Italy AgriShow e a tutti gli appassionati che hanno reso indimenticabile questa giornata», ha dichiarato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sulla qualità tecnica della competizione è intervenuto anche <strong>Matteo Capeccia</strong>, presidente del Dipartimento Tiro alla Fune FIGEST.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Il livello tecnico espresso in questa finale 620 kg Mix è stato eccezionale. La categoria mista richiede non solo forza, ma una perfetta armonia e sincronia tra i componenti della squadra. Le società scese in campo oggi hanno onorato al meglio la maglia e lo spirito del tiro alla fune. Complimenti alle Furie Rosse per il titolo italiano e a tutte le squadre partecipanti che hanno dato vita a una competizione corretta, spettacolare e di altissimo profilo agonistico», ha affermato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La tappa padovana ha così confermato la crescita di una disciplina che continua a unire tradizione, spirito di squadra e spettacolo, conquistando un pubblico sempre più numeroso e appassionato.</p>
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		<title>Pomodori senza sapore e ortaggi anonimi: leggete quella maledetta etichetta!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2026 09:52:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[FOOD & DRINK]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Entrare in un supermercato e trovare pomodori perfettamente rossi a gennaio, cetrioli identici uno all&#8217;altro o peperoni disponibili in ogni stagione è ormai la normalità. Molti di questi prodotti arrivano dalle grandi serre intensive di Spagna e Paesi Bassi, dove<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Entrare in un supermercato e trovare pomodori perfettamente rossi a gennaio, cetrioli identici uno all&#8217;altro o peperoni disponibili in ogni stagione è ormai la normalità. Molti di questi prodotti arrivano dalle grandi serre intensive di Spagna e Paesi Bassi, dove la produzione è organizzata per garantire quantità elevate, continuità di fornitura e lunga conservazione. Ma c&#8217;è un aspetto che sempre più consumatori notano: il sapore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è raro acquistare pomodori dall&#8217;aspetto impeccabile che, una volta tagliati, risultano acquosi, poco profumati e privi di quel gusto intenso che caratterizza il prodotto raccolto a piena maturazione. Lo stesso vale spesso per zucchine, peperoni e altri ortaggi coltivati in sistemi altamente industrializzati, dove la selezione delle varietà privilegia resistenza al trasporto, uniformità estetica e durata sugli scaffali più che le qualità organolettiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Va però precisato che non tutti i prodotti provenienti da Spagna o Paesi Bassi sono di scarsa qualità. Entrambi i Paesi vantano aziende agricole all&#8217;avanguardia e produzioni eccellenti. Allo stesso modo, anche un prodotto italiano può risultare mediocre se raccolto troppo presto o coltivato senza particolare attenzione alla qualità. Generalizzare sarebbe quindi scorretto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta però una differenza sostanziale: acquistare prodotti coltivati in Italia, soprattutto quando sono di stagione e provengono da filiere locali, offre maggiori probabilità di portare in tavola frutta e verdura raccolte più vicine al momento della maturazione naturale. Tempi di trasporto più brevi consentono infatti di attendere una maturazione più completa sulla pianta, con benefici per gusto, profumo e consistenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è poi un altro elemento da considerare. Scegliere prodotti italiani significa sostenere migliaia di aziende agricole, molte delle quali a conduzione familiare, che rappresentano un patrimonio economico, ambientale e culturale del Paese. L&#8217;agricoltura italiana custodisce una straordinaria biodiversità fatta di varietà locali, tecniche tradizionali e produzioni tipiche difficilmente replicabili altrove.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche l&#8217;impatto ambientale può essere inferiore quando si acquistano prodotti locali, grazie a distanze di trasporto generalmente più contenute, anche se il bilancio complessivo dipende da molti fattori, compresi i metodi di coltivazione e la logistica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il consumatore, il consiglio è semplice: leggere sempre l&#8217;etichetta d&#8217;origine, preferire i prodotti di stagione e, quando possibile, acquistare da produttori locali o nei mercati del territorio. Non significa rinunciare ai prodotti esteri, che hanno un ruolo importante nell&#8217;approvvigionamento alimentare europeo, ma fare una scelta più consapevole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla fine, la qualità di un ortaggio non si misura solo dal suo aspetto. Un pomodoro può essere perfetto alla vista, ma è il gusto a raccontare davvero come è stato coltivato e quando è stato raccolto. E in questo, la stagionalità e la vicinanza del luogo di produzione continuano a fare la differenza.</p>
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		<title>Litorale veneziano: scattano le multe per chi passeggia in costume o a torso nudo, già dieci sanzioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 14:31:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Passeggiare per le vie del paese in costume da bagno o a torso nudo può costare caro. A Cavallino-Treporti sono infatti scattate le prime sanzioni previste dal regolamento di polizia urbana, che vieta questo tipo di abbigliamento al di fuori<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Passeggiare per le vie del paese in costume da bagno o a torso nudo può costare caro. A Cavallino-Treporti sono infatti scattate le prime sanzioni previste dal regolamento di polizia urbana, che vieta questo tipo di abbigliamento al di fuori delle aree balneari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo l&#8217;annuncio dei giorni scorsi della sindaca Roberta Nesto, la Polizia locale ha avviato i controlli sul territorio e ha già elevato una decina di verbali da 50 euro. Le verifiche proseguiranno per tutta la stagione estiva con l&#8217;obiettivo di garantire il rispetto delle norme sul decoro urbano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima dell&#8217;avvio della campagna di controlli, l&#8217;amministrazione comunale aveva coinvolto operatori turistici, attività economiche e associazioni di categoria, invitandoli a informare i visitatori e ad esporre il materiale predisposto dal Comune. L&#8217;iniziativa punta a sensibilizzare residenti e turisti sull&#8217;importanza di mantenere un comportamento rispettoso degli spazi pubblici anche lontano dalla spiaggia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo i dati diffusi dal Comune, al 15 luglio erano stati effettuati complessivamente 3.814 accertamenti tra violazioni amministrative, infrazioni al Codice della strada e mancato rispetto delle norme sull&#8217;abbigliamento. Di questi, 1.259 hanno riguardato cittadini stranieri e 96 residenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sindaca Roberta Nesto ha inoltre respinto l&#8217;idea che i turisti stranieri sfuggano al pagamento delle sanzioni, sottolineando come i dati dimostrino il contrario. «Le regole valgono per tutti e vengono applicate senza alcuna distinzione tra residenti, turisti italiani o stranieri», ha dichiarato.</p>
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		<title>Tony Boy fa impazzire il Summer Tour a Bassano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 12:31:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA ARTE]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[MUSICA & SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tony Boy inaugura il Summer Tour a Bassano: migliaia di giovani cantano sotto il palco del Bassano Music Park L&#8217;estate del Bassano Music Park è entrata nel vivo con uno degli appuntamenti più attesi dal pubblico più giovane. Venerdì 11<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Tony Boy inaugura il Summer Tour a Bassano: migliaia di giovani cantano sotto il palco del Bassano Music Park</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;estate del Bassano Music Park è entrata nel vivo con uno degli appuntamenti più attesi dal pubblico più giovane. Venerdì 11 luglio il palco del Parco Ragazzi del &#8217;99 ha ospitato Tony Boy, protagonista della prima data del suo Summer Tour 2026, richiamando a Bassano del Grappa migliaia di fan provenienti da tutto il Veneto e anche dalle regioni vicine.<br>Fin dalle prime ore della sera l&#8217;atmosfera era quella delle grandi occasioni: code agli ingressi, gruppi di amici arrivati con largo anticipo e tanti ragazzi pronti a conquistare un posto sotto il palco. Un pubblico giovane, ma molto eterogeneo, unito dalla voglia di vivere una serata di musica e condividere dal vivo i brani che hanno reso Tony Boy uno degli artisti più seguiti della nuova scena urban italiana.<br>All&#8217;accendersi delle luci, l&#8217;energia è esplosa. Per oltre un&#8217;ora e mezza il rapper ha alternato i brani più amati del suo repertorio alle canzoni più recenti, accompagnato da un pubblico che ha cantato praticamente ogni testo dall&#8217;inizio alla fine. Cori, smartphone illuminati e mani alzate hanno trasformato il concerto in un momento di partecipazione collettiva, confermando il forte legame tra l&#8217;artista e la sua fanbase.<br>Il live ha saputo alternare momenti ad alta intensità a passaggi più introspettivi, creando un equilibrio che ha coinvolto il pubblico per tutta la serata. L&#8217;impianto scenografico essenziale, ma d&#8217;impatto, insieme ai giochi di luce e ai visual sul maxi schermo, ha valorizzato uno spettacolo costruito soprattutto sull&#8217;energia della performance e sull&#8217;interazione con i fan.<br>Per Bassano del Grappa si è trattato di un&#8217;altra serata di successo all&#8217;interno della programmazione estiva del Bassano Music Park, che continua a portare in città artisti capaci di attirare migliaia di spettatori. La presenza di tanti giovani ha confermato come eventi di questo tipo rappresentino non solo un&#8217;occasione di intrattenimento, ma anche un importante momento di aggregazione.<br>Con la data bassanese si è aperto ufficialmente il tour estivo di Tony Boy, che nei prossimi mesi lo porterà sui palchi dei principali festival italiani. Un debutto accolto con entusiasmo, tra musica, emozioni e un pubblico che ha trasformato il concerto in una grande festa sotto le stelle.</p>
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		<title>Risultati epici al botteghino: in meno di una settimana &#8220;L&#8217;Odissea&#8221; di Christopher Nolan ha già recuperato il budget</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 16:30:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA - SERIE TV]]></category>
		<category><![CDATA[CULTURA ARTE]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un debutto da kolossal per &#8220;L&#8217;Odissea&#8221;, il nuovo film di Christopher Nolan ispirato al celebre poema di Omero. A meno di una settimana dall&#8217;arrivo nelle sale, il lungometraggio ha già superato il costo di produzione, confermandosi uno dei titoli più<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p class="wp-block-paragraph">Un debutto da kolossal per <strong>&#8220;L&#8217;Odissea&#8221;</strong>, il nuovo film di Christopher Nolan ispirato al celebre poema di Omero. A meno di una settimana dall&#8217;arrivo nelle sale, il lungometraggio ha già superato il costo di produzione, confermandosi uno dei titoli più attesi e di maggior successo dell&#8217;estate cinematografica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A tre anni dal trionfo di <strong>&#8220;Oppenheimer&#8221;</strong>, premiato con sette Oscar e capace di incassare oltre 975 milioni di dollari nel mondo, il regista britannico è tornato sul grande schermo con un progetto ancora più ambizioso: portare al cinema l&#8217;epopea di Ulisse con una produzione da 250 milioni di dollari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il film, distribuito dal 15 luglio, ha conquistato il pubblico nonostante la durata di quasi tre ore. A trainarlo un cast stellare che comprende <strong>Matt Damon</strong> nel ruolo di Ulisse, insieme ad <strong>Anne Hathaway</strong>, <strong>Charlize Theron</strong> e <strong>Tom Holland</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel weekend di debutto negli Stati Uniti e in Canada, secondo le prime stime del settore, &#8220;L&#8217;Odissea&#8221; ha raggiunto il primo posto al box office nordamericano con <strong>124,5 milioni di dollari</strong> di incassi. Nei 73 mercati internazionali in cui è stato distribuito, il film ha aggiunto altri <strong>139,6 milioni di dollari</strong>, portando il totale globale a <strong>264,1 milioni di dollari</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un risultato che ha permesso alla pellicola di recuperare già il budget stimato di produzione, pari a circa <strong>250 milioni di dollari</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il nuovo lavoro di Nolan è una delle produzioni più imponenti della sua carriera. Il film è stato girato in <strong>sei Paesi</strong>, tra cui Grecia, Marocco e Italia, con numerose scene realizzate in mare e utilizzando telecamere IMAX, una tecnologia che garantisce immagini ad altissima risoluzione ma richiede una complessa organizzazione tecnica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un viaggio cinematografico nell&#8217;antica Grecia che punta a trasformare il poema di Omero, scritto circa tremila anni fa, in uno spettacolo visivo di dimensioni globali. I primi numeri al botteghino sembrano confermare che la scommessa di Nolan è già partita con il vento in poppa.</p>
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		<title>La Spagna campione del mondo diventa un’opera di land art in Veneto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 10:10:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un campo di stoppie nel Veronese si trasforma in una grande tela dedicata allo sport e al messaggio di unione tra i popoli. A Castagnaro, in provincia di Verona, il land artist italiano Dario Gambarin ha realizzato una nuova opera<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p class="wp-block-paragraph">Un campo di stoppie nel Veronese si trasforma in una grande tela dedicata allo sport e al messaggio di unione tra i popoli. A <strong>Castagnaro</strong>, in provincia di Verona, il land artist italiano <strong>Dario Gambarin</strong> ha realizzato una nuova opera di land art per celebrare la vittoria della <strong>Spagna nella finale della Coppa del Mondo 2026</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’opera, realizzata su un terreno di circa <strong>30 mila metri quadrati</strong> ricavato da un campo di grano appena trebbiato, raffigura al centro la <strong>Coppa del Mondo</strong>, lunga circa <strong>200 metri</strong>, accompagnata dalla scritta <strong>“Espana”</strong> in omaggio alla nazionale vincitrice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come nelle sue precedenti performance, Gambarin ha realizzato il disegno direttamente sulla terra, guidando <strong>trattore, aratro ed erpice rotante</strong> senza utilizzare tracciamenti preliminari, sistemi satellitari o strumenti digitali. Un lavoro completamente affidato all’esperienza e alla sensibilità dell’artista, che ha trasformato il paesaggio agricolo in un’immagine visibile dall’alto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’opera vuole richiamare il valore universale dello sport e la sua capacità di creare un confronto tra nazioni diverse nel rispetto di regole comuni. Un messaggio particolarmente significativo, secondo Gambarin, in un periodo storico segnato da tensioni e fragili equilibri geopolitici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Lo sport ci mostra che è possibile affrontarsi senza diventare nemici – spiega l’artista –. Alla fine delle partite restano le strette di mano e gli abbracci tra avversari. Un’immagine che dovrebbe ispirare anche la diplomazia: attraverso regole condivise, equità e rispetto reciproco, la competizione può diventare incontro e contribuire alla pace».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel corso della sua carriera, Dario Gambarin ha dedicato le sue opere di land art a numerose figure e temi di rilievo internazionale, tra cui <strong>Papa Francesco, Barack Obama, John Fitzgerald Kennedy, Nelson Mandela, Martin Luther King, George Orwell, Greta Thunberg e Leonardo da Vinci</strong>, oltre a realizzare diversi lavori dedicati alla pace, all’ambiente e alla storia contemporanea.</p>
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		<title>Denti che si autoriparano e ricrescono: la medicina rigenerativa cambia il futuro del dentista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 08:25:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[SALUTE e SANITÀ]]></category>
		<category><![CDATA[TECNOLOGIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo un approfondimento della BBC, la medicina rigenerativa potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui vengono curate carie e perdita dei denti. Diversi gruppi di ricerca nel mondo stanno infatti lavorando a tecnologie che puntano a far ricrescere i denti<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Secondo un approfondimento della <strong>BBC</strong>, la medicina rigenerativa potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui vengono curate carie e perdita dei denti. Diversi gruppi di ricerca nel mondo stanno infatti lavorando a tecnologie che puntano a far ricrescere i denti o a riparare quelli danneggiati sfruttando cellule staminali e processi biologici, riducendo in futuro il ricorso a otturazioni, impianti e protesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;obiettivo è superare gli attuali trattamenti odontoiatrici, che rappresentano spesso una soluzione temporanea. Le otturazioni, ad esempio, possono durare da cinque a vent&#8217;anni, ma richiedono spesso interventi successivi e non ripristinano il funzionamento biologico del dente, limitandosi a sostituire il tessuto danneggiato con materiali artificiali.</p>



<h3 class="wp-block-heading">La salute dei denti è fondamentale per tutto l&#8217;organismo</h3>



<p class="wp-block-paragraph">La salute orale ha effetti ben più ampi della semplice bocca. Le infezioni gengivali e i batteri responsabili delle malattie parodontali sono stati associati a un aumento del rischio di patologie cardiovascolari, infezioni respiratorie e persino al morbo di Alzheimer. La perdita dei denti è inoltre correlata a un maggiore rischio di malattie, a una riduzione della qualità della vita e a un aumento della mortalità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche l&#8217;aspetto psicologico è importante: perdere uno o più denti può compromettere la capacità di mangiare, parlare e sorridere, con conseguenze sul benessere sociale ed emotivo già a partire dall&#8217;infanzia.</p>



<h3 class="wp-block-heading">L&#8217;idea delle &#8220;otturazioni viventi&#8221;</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i filoni di ricerca più promettenti c&#8217;è quello portato avanti dalla biochimica Hannele Ruohola-Baker dell&#8217;Università di Washington.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Studiando i denti del giudizio donati alla ricerca, il suo gruppo ha scoperto che le cellule responsabili della produzione dello smalto, chiamate ameloblasti, scompaiono una volta completata la crescita del dente. Per superare questo limite, i ricercatori stanno utilizzando cellule staminali, guidandole a trasformarsi sia in ameloblasti sia in odontoblasti, le cellule che producono la dentina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Combinando queste cellule è stato possibile ottenere in laboratorio un organoide dentale capace di produrre autonomamente proteine dello smalto. In prospettiva, queste proteine potrebbero essere impiegate per realizzare &#8220;otturazioni viventi&#8221; o per riparare denti scheggiati. L&#8217;obiettivo finale è ancora più ambizioso: impiantare cellule ingegnerizzate nella bocca del paziente e lasciare che sia l&#8217;organismo a ricostruire un nuovo dente.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Carie che si riparano da sole</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro filone di ricerca riguarda la dentina, il tessuto situato sotto lo smalto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La professoressa Anne George, dell&#8217;Università dell&#8217;Illinois di Chicago, studia le proteine che regolano la crescita, la mineralizzazione e l&#8217;autoriparazione della dentina. Il suo gruppo ha individuato uno dei geni fondamentali nella formazione di questo tessuto, aprendo la strada a possibili terapie capaci di stimolare il dente a produrre nuova dentina e riparare autonomamente le carie, senza ricorrere alle tradizionali otturazioni.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Perché gli impianti non sono la soluzione perfetta</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi, quando un dente è gravemente compromesso, la soluzione più comune è l&#8217;estrazione seguita dall&#8217;inserimento di un impianto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche questa tecnologia presenta però alcuni limiti. Gli impianti non possiedono terminazioni nervose e non trasmettono le stesse sensazioni dei denti naturali durante la masticazione, aumentando il rischio di esercitare una forza eccessiva e danneggiarli. Inoltre possono essere colonizzati dai batteri, favorendo infezioni che mettono a rischio anche i denti sani vicini. Le corone artificiali, infine, devono essere sostituite dopo circa 15 anni.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Denti coltivati in laboratorio</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;altra strada è quella dei denti interamente coltivati in laboratorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ana Angelova Volponi, direttrice dell&#8217;odontoiatria rigenerativa del King&#8217;s College di Londra, ritiene che una sostituzione biologica possa rappresentare una soluzione molto più duratura rispetto agli impianti tradizionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il suo gruppo ha già ottenuto strutture dentali ibride combinando cellule gengivali umane con cellule dentali di topo, riuscendo a formare radici vitali in fase di sviluppo. L&#8217;obiettivo è ora riprodurre completamente il processo biologico utilizzando biomateriali capaci di guidare la formazione di un dente perfettamente funzionante.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Cosa insegnano squali e maiali</h3>



<p class="wp-block-paragraph">La ricerca guarda anche al mondo animale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A differenza degli esseri umani, gli squali sostituiscono continuamente i denti per tutta la vita. Anche elefanti e canguri sviluppano più serie di molari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I maiali presentano una caratteristica particolarmente interessante: nelle loro mascelle sono presenti diversi abbozzi di denti permanenti non ancora erotti. Sfruttando questa peculiarità, un gruppo guidato dalla professoressa Pamela Yelick della Tufts School of Dental Medicine è riuscito a far crescere strutture simili a denti umani in maiali nani dello Yucatan.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I ricercatori hanno combinato cellule umane produttrici di dentina con cellule suine produttrici di smalto, coltivandole su un supporto bioingegnerizzato che riproduce l&#8217;ambiente naturale del dente. Dopo circa tre mesi si sono sviluppate strutture molto simili a denti naturali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il prossimo obiettivo sarà ottenere lo stesso risultato direttamente nella bocca di un paziente, eliminando completamente l&#8217;impiego di cellule animali.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Serviranno ancora anni</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante i risultati ottenuti, gli esperti invitano alla prudenza. Prima di arrivare alle sperimentazioni cliniche sull&#8217;uomo saranno necessari ulteriori studi, test su modelli animali e anni di sviluppo tecnologico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le conoscenze acquisite, tuttavia, potrebbero avere ricadute anche in altri settori della medicina rigenerativa, contribuendo alla ricostruzione di ossa, organi e altri tessuti complessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per gli scienziati coinvolti, il futuro dell&#8217;odontoiatria sarà sempre meno orientato alla semplice riparazione dei danni e sempre più alla rigenerazione biologica dei tessuti. Sebbene il traguardo sia ancora lontano, le prospettive vengono considerate molto promettenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Wi-Fi lento? Ecco gli oggetti che possono peggiorare il segnale del router</title>
		<link>https://www.tviweb.it/wi-fi-lento-ecco-gli-oggetti-che-possono-peggiorare-il-segnale-del-router/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 07:54:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[TECNOLOGIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una connessione Wi-Fi lenta o instabile non dipende sempre dall&#8217;operatore o dal router. In molti casi, il problema può essere causato dalla posizione del modem e dalla presenza di oggetti che interferiscono con la propagazione del segnale. Il Wi-Fi utilizza<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Una connessione Wi-Fi lenta o instabile non dipende sempre dall&#8217;operatore o dal router. In molti casi, il problema può essere causato dalla posizione del modem e dalla presenza di oggetti che interferiscono con la propagazione del segnale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Wi-Fi utilizza onde radio che possono essere assorbite, riflesse o disturbate da alcuni materiali e dispositivi presenti in casa. Per questo motivo, scegliere il punto giusto in cui collocare il router può fare una differenza significativa nella qualità della connessione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra gli oggetti che possono creare maggiori interferenze ci sono i televisori, soprattutto quelli di grandi dimensioni o più datati. Anche acquari e grandi specchi possono ridurre la qualità del segnale, poiché tendono ad assorbirlo o rifletterlo, limitandone la diffusione negli ambienti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;altra fonte di disturbo è rappresentata dai dispositivi elettronici che emettono onde elettromagnetiche. Frigoriferi smart, telefoni cordless e baby monitor, se posizionati troppo vicino al router, possono interferire con il segnale Wi-Fi e causare rallentamenti o disconnessioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la posizione del router è fondamentale. Inserirlo all&#8217;interno di un mobile, dietro il televisore o in uno spazio chiuso è una scelta poco efficace, perché pareti, pannelli e superfici spesse ostacolano la diffusione delle onde radio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per ottenere le migliori prestazioni è consigliabile collocare il router in una posizione centrale della casa, possibilmente rialzata e in uno spazio aperto, lontano da ostacoli e da altri apparecchi elettronici. In questo modo il segnale può propagarsi più facilmente in tutte le stanze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se, nonostante questi accorgimenti, la connessione continua a essere lenta, si può valutare l&#8217;utilizzo di un cavo Ethernet per i dispositivi fissi oppure di un ripetitore Wi-Fi o di un sistema mesh, particolarmente utile nelle abitazioni più grandi o distribuite su più piani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, per capire se il problema dipende realmente dalla rete domestica, è consigliabile eseguire periodicamente uno speed test, così da verificare la velocità effettiva della connessione e confrontarla con quella prevista dal proprio contratto.</p>
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		<title>Jesolo, ovvero il mare che non dorme mai!</title>
		<link>https://www.tviweb.it/jesolo-ovvero-il-mare-che-non-dorme-mai/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 17:21:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA ARTE]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è chi sceglie Jesolo per il mare, chi per lo shopping e chi per la vivace vita notturna. Ma questa località del litorale veneziano riesce a mettere d&#8217;accordo tutti, offrendo attività e momenti di relax dall&#8217;alba fino a tarda notte.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
C&#8217;è chi sceglie Jesolo per il mare, chi per lo shopping e chi per la vivace vita notturna. Ma questa località del litorale veneziano riesce a mettere d&#8217;accordo tutti, offrendo attività e momenti di relax dall&#8217;alba fino a tarda notte. Ecco come trascorrere una giornata perfetta.</p>
<p>La giornata non può che iniziare con una ricca colazione. A Jesolo non mancano locali dove concedersi un momento di dolcezza: tra i più apprezzati c&#8217;è il Bar 23, famoso per le vaste proposte creative di brioche e dolci, mentre per chi preferisce i grandi classici, la Pasticceria Zamuner rappresenta una tappa immancabile con brioche, pasticcini e caffetteria di qualità.</p>
<p>Dopo colazione è il momento di raggiungere il mare. Una passeggiata sul lungomare permette di respirare l&#8217;atmosfera estiva e godersi il panorama dell&#8217;Adriatico, prima di sistemarsi sotto l&#8217;ombrellone per qualche ora di relax tra tintarella e un tuffo rinfrescante.<br />
Quando arriva l&#8217;ora di pranzo non serve allontanarsi troppo dalla spiaggia. I numerosi chioschi e bar sul litorale propongono piatti leggeri e freschi, perfetti per una pausa senza rinunciare al mare: dai classici club sandwich alle insalatone, passando per poke, toast e bevande ghiacciate.</p>
<p>Nelle ore più calde del primo pomeriggio la soluzione migliore è spostarsi in via Bafile, il cuore dello shopping jesolano. Tra negozi di abbigliamento, boutique, souvenir e accessori c&#8217;è solo l&#8217;imbarazzo della scelta. E per una pausa rinfrescante non può mancare una granita, un gelato artigianale o una bevanda fresca in uno dei tanti bar che animano la via.</p>
<p>Quando il sole inizia a calare, la spiaggia torna ad essere protagonista. Le temperature diventano più piacevoli e le ultime ore del pomeriggio sono perfette per una passeggiata sul bagnasciuga, una partita a beach volley o semplicemente per rilassarsi osservando il tramonto.</p>
<p>L&#8217;aperitivo è uno dei momenti più attesi della giornata. Jesolo offre numerose location vista mare dove brindare al tramonto: dalle terrazze panoramiche come il Tacco11 American Bar, all&#8217;interno del J44 Hotel, fino al rooftop del 1923 Casa Bianca, entrambi ideali per sorseggiare un cocktail con vista sull&#8217;Adriatico.</p>
<p>Per la cena le possibilità sono davvero tante. Chi vuole continuare a vivere l&#8217;atmosfera della spiaggia può scegliere uno dei ristoranti vicini al mare, gustando specialità di pesce fresco, mentre chi preferisce una serata più informale troverà pizzerie, hamburgerie e locali adatti a tutti i gusti e a tutte le età.</p>
<p>E quando cala il buio, Jesolo cambia volto e si trasforma in una delle capitali della movida estiva. Tra beach club, cocktail bar e discoteche, il divertimento continua fino a notte fonda. Locali storici come Il Muretto, La Capannina e King&#8217;s Club richiamano ogni estate migliaia di giovani italiani e stranieri, offrendo serate con dj set, musica dal vivo ed eventi che rendono indimenticabile una giornata trascorsa nella località balneare.</p>
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		<title>L’ignoranza non fa più vergogna: la generazione dei “non so” con lo smartphone in mano</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 10:01:42 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[CULTURA ARTE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandro Cammarano C&#8217;è una scena che si ripete identica da anni, in tutte le stagioni e su tutte le coste: il cronista con il microfono, la fila fuori dal locale, la domanda innocua che smaschera tutto. Chi è il<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>di Alessandro Cammarano</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una scena che si ripete identica da anni, in tutte le stagioni e su tutte le coste: il cronista con il microfono, la fila fuori dal locale, la domanda innocua che smaschera tutto. Chi è il capo dello Stato. Qual è la capitale di un paese europeo qualunque. Dov&#8217;è, su una carta muta, un continente intero. Le risposte, quando arrivano, sono un campionario di invenzioni sparate con la disinvoltura beata di chi non sospetta nemmeno l&#8217;esistenza dell&#8217;errore. Un tempo si sarebbe detto materiale da avanspettacolo. Oggi è più semplicemente il ritratto dal vero di una generazione che ha smesso di vergognarsi di non sapere, e che anzi lo esibisce come un tratto di carattere, un accessorio, quasi una posa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché diciamolo con la franchezza che la materia impone: questi ragazzi non sono più i cugini poveri, ritardatari, degli sprovveduti statunitensi che da decenni offrono al mondo il proprio repertorio di gaffe geografiche e storiche come fossero un genere folkloristico nazionale. Li hanno raggiunti. In certi casi li hanno superati. Lo stesso smarrimento davanti a una carta muta, la stessa allegra approssimazione sui nomi delle capitali sparati a caso come numeri del lotto, la stessa incapacità di collocare un continente che non sia il proprio, ammesso che sappiano collocare pure quello. L&#8217;Italia, culla da manuale scolastico di una civiltà che ha insegnato al mondo intero come si scrive la storia, produce oggi ventenni capaci di confondere un presidente con un cantante, un secolo con l&#8217;altro, un dittatore con un personaggio di una serie in streaming. Non è più imitazione del modello americano, è omologazione completa: stessa ignoranza rivendicata con lo stesso sorriso soddisfatto, la stessa fierezza cafona di chi non ha bisogno di sapere perché tanto tutto si trova con un dito sullo schermo, salvo poi non saperlo trovare comunque.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe la scorciatoia più comoda, a questo punto, prendersela solo con gli adolescenti e i loro telefoni. Comoda e vigliacca, perché quel vuoto non è nato con loro: lo hanno ereditato, intatto e anzi peggiorato, da chi avrebbe dovuto insegnare a smontarlo e invece ha preferito guardare altrove, magari specchiandosi compiaciuto nei propri ricordi scolastici mai davvero verificati. Il punto non è più soltanto la cronaca di ieri, il nome del ministro o la sigla del partito nuovo di zecca. Il punto è un buco enorme che riguarda da dove veniamo, l&#8217;unica cosa che permetterebbe di capire dove stiamo, molto rapidamente, andando a sbattere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I numeri, quando si mettono in fila, raccontano un declino misurabile, non un&#8217;impressione malevola di chi scrive per mestiere di essere severo. In Italia poco più di un terzo delle persone tra i sedici e i sessantacinque anni fatica oggi a orientarsi in un testo appena più complesso di un titolo di giornale, una quota salita di sette punti nell&#8217;arco di un decennio, quando un tempo si fermava assai più in basso. L&#8217;età, qui, non offre l&#8217;alibi comodo che si vorrebbe: chi ha tra i sedici e i ventiquattro anni se la cava perfino un poco meglio di chi ha superato i cinquantacinque, il che significa una cosa sola, e cioè che il tracollo non è un vizio dell&#8217;ultima cucciolata ma una palude in cui affondano insieme nonni, genitori e figli, complici più che vittime, tutti egualmente disarmati davanti a un contratto, a un grafico, a una mappa. Solo che il nonno non finisce mai intervistato fuori da un locale alle due di notte, e così la sua ignoranza resta un segreto di famiglia mentre quella del nipote diventa spettacolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sullo sfondo di questa comprensione zoppicante del presente si staglia un vuoto ancora più vasto, quello della storia lunga, non solo quella dell&#8217;ultimo trimestre di telegiornali. Ed è qui che il discorso smette di essere bonario, perché tocca esattamente il nodo che tiene insieme ignoranza e propaganda: chi non conosce cosa siano stati davvero un regime totalitario, una deportazione, un genocidio pianificato a tavolino, non possiede gli anticorpi per riconoscerne le repliche quando si ripresentano vestite di linguaggio nuovo, magari a ritmo di reel. Il paradosso italiano, degno di un trattato di autolesionismo nazionale, è che la conoscenza formale della Shoah, presa da sola, non è mai stata così diffusa: quasi tutti ne hanno sentito parlare, la scuola organizza cerimonie e concorsi ogni gennaio con la puntualità di un rito civile ormai svuotato. Eppure quella conoscenza recitata come una litania non si è tradotta in comprensione: viene archiviata come una grande tragedia fra le tante, alla pari di qualunque altra cosa vista scorrere in una bacheca, priva del peso specifico che dovrebbe distinguerla da tutto il resto. Sapere il nome di un evento senza coglierne la portata è solo un modo più elegante, e più vigliacco, di non sapere nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E il problema non riguarda soltanto i ragazzi, sia chiaro, altrimenti sarebbe fin troppo comodo archiviarlo come un difetto di fabbrica delle nuove leve. Nell&#8217;opinione pubblica adulta nel suo complesso si registra uno slittamento che meriterebbe l&#8217;allarme rosso permanente: chi è convinto che l&#8217;Olocausto sia un&#8217;invenzione, agli inizi del secolo una frazione marginale, oggi sfiora quote a due cifre della popolazione, mentre un&#8217;ulteriore fetta consistente ritiene che il numero delle vittime sia comunque stato gonfiato rispetto alla realtà. Non stiamo parlando di un manipolo di eccentrici sperduto in un angolo di internet: stiamo parlando di milioni di adulti, spesso genitori, spesso elettori, spesso proprio quelli che ai figli rinfacciano che ai loro tempi si studiava di più, salvo poi dimostrare in un sondaggio di non aver studiato granché neppure loro. La storia che non si tramanda bene non è un vezzo estetico da lasciare ai professori annoiati: è un buco nella diga, ed è dalla stessa diga che oggi rientra l&#8217;acqua, gelida e feconda di conseguenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la parte più caustica di questa vicenda, quella che dovrebbe davvero togliere il sonno a chiunque non si accontenti di ridacchiare davanti al video del ragazzino che scambia l&#8217;Ucraina per uno stato americano, è la funzione che la conoscenza storica avrebbe dovuto svolgere e che evidentemente ha fallito su tutta la linea: impedire che gesti, simboli e retoriche già visti tornassero a circolare spacciati per novità assoluta. Chi ignora come si costruisce, passo dopo passo, un consenso totalitario, il nemico esterno, la nostalgia identitaria, la semplificazione brutale di problemi complessi, non riconosce lo schema quando lo vede riproporsi in un video di quindici secondi, confezionato con un ritmo musicale orecchiabile e un&#8217;estetica da campagna pubblicitaria pensata da persone che sanno perfettamente quello che fanno, anche se il pubblico bersaglio no. La nostalgia per le dittature del secolo scorso circola oggi attraverso meme colorati, canzoni virali, contenuti generati con l&#8217;intelligenza artificiale, in un linguaggio confezionato apposta per attecchire tra i più giovani e per far apparire quella nostalgia come un gioco innocuo anziché come quello che è per davvero. Chi ha studiato sul serio cosa produsse quel tipo di propaganda ottant&#8217;anni fa riconosce lo schema a colpo d&#8217;occhio; chi non l&#8217;ha studiato, o l&#8217;ha studiato distrattamente giusto il tempo di un&#8217;interrogazione dimenticata il giorno dopo, scambia il ritorno di fiamma per una trovata originale, e magari pure gli mette un like.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Su questo terreno già arido si innesta poi il meccanismo dell&#8217;informazione contemporanea, che non fa che aggravare il quadro clinico. Oltre metà dei giovani italiani usa quotidianamente i social come principale fonte di notizie, e una porzione tutt&#8217;altro che marginale mette pubblicamente il proprio assenso a contenuti che sa perfettamente essere falsi, pur essendo nella maggioranza dei casi convinta, con quella fiducia in se stessi che meriterebbe applicazioni migliori, di saper distinguere il vero dal falso. È esattamente questa la cifra dell&#8217;ignoranza contemporanea, ed è ciò che la rende più insidiosa di quella, quasi rispettabile in confronto, dei nonni analfabeti che almeno sapevano di non sapere: non l&#8217;ammissione onesta del limite, ma la certezza granitica di avere già capito tutto grazie a un video da un minuto girato da uno che ne sa quanto loro, se non meno. Su quel terreno chi ha messaggi semplici da vendere, il nemico venuto da fuori, l&#8217;identità minacciata, il passato da rimpiangere anziché da studiare, ottiene una diffusione sproporzionata rispetto a chiunque provi a spiegare le cose con la complessità che meritano: l&#8217;algoritmo premia il contenuto che emoziona in fretta, non quello che informa con calma, ed è un dettaglio tecnico che si è rivelato, nei fatti, squisitamente politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cortocircuito, arrivati fin qui, si chiude da solo, con la stessa eleganza brutale di una trappola ben congegnata. Un ragazzo che non sa indicare un continente su una carta, che confonde le capitali come fossero figurine intercambiabili, che non distingue un regime totalitario da un capitolo di storia lontana e ormai chiusa, è anche il bersaglio più facile per chi quel continente lo usa come minaccia astratta in un reel, e per chi quel regime prova silenziosamente a riabilitarlo come stile prima ancora che come programma politico dichiarato. Non è colpa sua, non soltanto: è la conseguenza naturale di una catena di trasmissione della memoria che si è spezzata molto prima che nascesse, in aule dove la storia si studiava per l&#8217;interrogazione e non per capire il presente, in famiglie dove il passato si citava per nostalgia da bar e non per lezione da tramandare. Resta però una differenza, ed è quella che dovrebbe far male più di tutte: gli americani, almeno, la loro ignoranza se la sono costruita in casa, senza avere alle spalle duemila anni di storia da consultare a portata di mano. Noi quella storia ce l&#8217;abbiamo scritta sui muri, nei musei, nei nomi delle piazze che questi ragazzi attraversano ogni sera senza leggerli. E abbiamo trovato comunque il modo di ignorarla esattamente come loro, con lo stesso identico sorriso, la stessa identica sicurezza di chi non ha nulla da imparare da un passato che considera, semplicemente, roba vecchia.</p>



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		<title>Dal Maine Coon al Ragdoll: le razze di gatti più calme e affettuose per chi cerca un compagno docile</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 09:21:42 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Chi sogna un gatto tranquillo, amante delle coccole e capace di adattarsi alla vita in casa può orientarsi verso alcune razze note per il loro carattere particolarmente mite. Esistono infatti oltre cento razze feline nel mondo, ognuna con caratteristiche fisiche e comportamentali differenti: dal tipo di pelo alla corporatura, fino al temperamento. Va però ricordato che la razza non è l&#8217;unico elemento determinante: anche l&#8217;ambiente in cui cresce il gatto e il rapporto con le persone influenzano molto il suo carattere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i felini più apprezzati per la loro indole calma c&#8217;è il <strong>Maine Coon</strong>, considerato il più grande tra i gatti domestici. Nonostante le sue dimensioni importanti, con esemplari che possono arrivare anche a 15 chilogrammi, è conosciuto per la sua pazienza e il carattere equilibrato. È una scelta indicata per le famiglie che cercano un animale affettuoso e docile, anche se richiede attenzioni particolari, soprattutto per la cura del lungo mantello, che necessita di spazzolature frequenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i gatti più adatti alla vita in appartamento spiccano il <strong>Ragdoll</strong> e il <strong>Ragamuffin</strong>. Il primo, dal pelo morbido e setoso, è famoso per la sua estrema tranquillità e per il forte legame con il proprietario. Il suo nome significa letteralmente &#8220;bambola di pezza&#8221;, perché tende a rilassarsi completamente quando viene preso in braccio. Ama essere accarezzato e cerca spesso il contatto umano. Anche il Ragamuffin ha un temperamento simile: è un gatto affettuoso che apprezza molto le attenzioni e la compagnia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per chi preferisce un animale più riservato, ma comunque equilibrato, ci sono il <strong>Blu di Russia</strong> e il <strong>Chartreux</strong>. Il Blu di Russia, riconoscibile per il caratteristico mantello grigio-bluastro, è un gatto discreto e indipendente, che predilige ambienti tranquilli e poco rumorosi. Può essere particolarmente adatto a persone che cercano compagnia senza un animale troppo esigente. Anche il Chartreux ha un carattere dolce e pacato, anche se può essere più timido e poco incline al caos.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>British Shorthair</strong> è invece una razza apprezzata per il suo equilibrio tra autonomia e affetto. Con il suo aspetto inconfondibile, gli occhi color ambra e il pelo folto, è un gatto indipendente che si adatta bene alla vita domestica. Ama avere i propri spazi, ma non rinuncia a momenti di gioco e a qualche coccola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i gatti più socievoli c&#8217;è anche il <strong>Manx</strong>, conosciuto come il gatto dell&#8217;Isola di Man per la caratteristica assenza della coda. Dolce, affettuoso e molto legato alle persone, è un animale che ama stare in compagnia e cerca spesso il contatto con i proprietari. Proprio per questo motivo soffre particolarmente la solitudine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, il <strong>Sacro di Birmania</strong> è un altro gatto noto per il suo aspetto elegante e lo sguardo dolce. È un animale molto affettuoso, che ama la presenza della famiglia e soprattutto dei bambini, dai quali cerca attenzioni e carezze. Ha però anche un lato vivace: ama giocare e può capitare che la sua curiosità lo porti a combinare qualche piccolo guaio in casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scelta della razza può quindi aiutare chi cerca un gatto dal carattere più tranquillo, ma ogni animale resta un individuo con la propria personalità. Anche un gatto meticcio adottato in un rifugio può rivelarsi un compagno estremamente affettuoso e docile, soprattutto se inserito in un ambiente sereno e adatto alle sue esigenze.</p>
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		<title>Effetto Sinner sul Veneto: undicesima regione più tennistica d&#8217;Italia, ma il tifo per Jannik e Paolini è da top 10</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 12:27:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Veneto, 14 luglio 2026 &#8211; Il secondo trionfo consecutivo di Jannik Sinner a Wimbledon, conquistato in rimonta su Alexander Zverev (6-7, 7-6, 6-3, 6-4), ha in Abruzzo il suo avamposto meridionale. Secondo l&#8217;Indice dell&#8217;Effetto Sinner (IES), lo studio di Casinos.com che<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><tbody><tr><td>Veneto, 14 luglio 2026 &#8211; Il secondo trionfo consecutivo di Jannik Sinner a Wimbledon, conquistato in rimonta su Alexander Zverev (6-7, 7-6, 6-3, 6-4), ha in Abruzzo il suo avamposto meridionale. Secondo l&#8217;<strong>Indice dell&#8217;Effetto Sinner (IES)</strong>, lo studio di <u>Casinos.com</u> che misura la passione per il tennis delle regioni italiane, il <strong>Veneto è sesto in Italia nelle ricerche Google su Jasmine Paolini e ottavo in quelle su Jannik Sinner e sulla Coppa Davis</strong>: un tifo per i campioni da top 10 nazionale.La classifica generale, però, dice undicesimo posto con 60,7 punti su 100. A frenare la corsa è la pratica: i <strong>12.074 giocatori agonisti attivi</strong> fanno del Veneto il sesto bacino d&#8217;Italia in valore assoluto, ma spalmati sui quasi cinque milioni di abitanti diventano 249 ogni 100.000, cioè <strong>una persona in campo ogni 402</strong>. La media nazionale, che è di una ogni 400, replicata quasi alla virgola: il cuore veneto corre già con i campioni, i campi aspettano che le gambe lo raggiungano.Nel resto della classifica, il Trentino-Alto Adige domina con 94,2 punti davanti alla sorpresa Umbria (77,9) e alla Liguria (77,5), mentre in coda resta il Mezzogiorno, con le ultime sei posizioni tutte al Sud e la Campania fanalino di coda a quota 33,3.&#8221;Il Veneto porta in dote al tennis italiano numeri da grande potenza: dodicimila agonisti in campo e un tifo per Jannik e Paolini da primi dieci&#8221;, commenta Daniele Alfieri, analista diCasinos.com. &#8220;L&#8217;undicesimo posto racconta solo il rapporto con i cinque milioni di abitanti: in valore assoluto, parliamo della sesta potenza d&#8217;Italia per giocatori in campo&#8221;.Metodologia <em>L&#8217;Indice dell&#8217;Effetto Sinner (IES) assegna a ogni regione un punteggio da 0 a 100 composto per il 40% dalla pratica agonistica (giocatori agonisti attivi ogni 100.000 abitanti, elaborazione su dati TennisTalker e FITP, popolazione residente ISTAT) e per il 10% da ciascuna di sei ricerche Google analizzate su base regionale nel triennio 1 luglio 2023 &#8211; 30 giugno 2026 (argomenti Google Trends): Jannik Sinner, Jasmine Paolini, Tennis, Tennis in TV, Torneo di Wimbledon e Coppa Davis.</em><br><br>Fonte: Casinos.com<br><img loading="lazy" decoding="async" width="602" height="549" src="https://kaptea-pronto.s3.eu-north-1.amazonaws.com/1784016586557_upload_image.jpeg"><img loading="lazy" decoding="async" width="602" height="551" src="https://kaptea-pronto.s3.eu-north-1.amazonaws.com/1784016586466_upload_image.jpeg"><img loading="lazy" decoding="async" width="602" height="301" src="https://kaptea-pronto.s3.eu-north-1.amazonaws.com/1784016586553_upload_image.jpeg"></td></tr></tbody></table></figure>



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		<title>Prostitute e prestazioni a pagamento. Il business del sesso nell’epoca digitale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 08:18:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[Erotico Vicentino]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C’è un paradosso ipocrita che galleggia nella nostra società della finta tolleranza; un cortocircuito che i nostri padri e i nostri nonni faticherebbero persino a capire. Riguarda la prostituzione.Ma chiamiamola con il suo nome: “il mercato della puttane”.Se<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è un paradosso ipocrita che galleggia nella nostra società della finta tolleranza; un cortocircuito che i nostri padri e i nostri nonni faticherebbero persino a capire. Riguarda la prostituzione.<br>Ma chiamiamola con il suo nome: “il mercato della puttane”.<br>Se torniamo indietro di qualche generazione, i conti tornavano con una logica geometrica.<br>La prostituzione poggiava su pilastri sociali ed economici granitici.<br>Da un lato, il culto ferreo e talvolta spietato della verginità femminile, difeso a oltranza dalle famiglie e dalla morale corrente; dall’altro, le pulsioni ormonali giovanili maschili che sbattevano contro quel muro.<br>In mezzo, un oceano di tabù e sensi di colpa.<br>In quel mondo rigido, il bordello o il marciapiede erano l’unica valvola di sfogo.<br>E non a caso il primo accesso al “casìno” era allora visto e salutato come un “rito di passaggio” all’età adulta.<br>Una transazione cinica, d’accordo, ma geometricamente spiegabile all&#8217;interno di quella sociologia patriarcale.<br>Oggi quel mondo è morto e sepolto.<br>L’integrità sessuale delle ragazze è l’ultimo dei problemi dei genitori di un’adolescente, ampiamente superata dal terrore della droga, delle cattive compagnie, e dei neuroni bruciati davanti a uno smartphone.<br>Oggi, parliamoci chiaro, per una parte consistente delle nuove generazioni il sesso occasionale non rappresenta più il tabù che era cinquant&#8217;anni fa. (qualcuno meno forbitamente direbbe “una ragazzina la dà al compagno di una sera senza farsi troppi problemi”).<br>Non era così per le ragazze della mia generazione, le quali prima di andare oltre certi limiti, ammesso che alla fine te lo consentissero, ti facevano sudare l&#8217;anima.<br>Il sesso si è liberalizzato, sdoganato, fluidificato. È ovunque, a portata di mano.<br>E qui scatta lo schiaffo logico: se il sesso oggi è gratis e accessibile a chiunque, perché il mercato del sesso a pagamento è ancora così fottutamente florido?<br>Perché non è crollato?<br>La risposta vecchia – e un po&#8217; pigra – si rifugiava dietro la fisicità del corpo: la ricerca dei “particolari anatomici”, di chissà quale esotismo fisico.<br>Ma siamo adulti: superata l&#8217;illusione estetica, la carne è carne, e non a caso i nostri vecchi, con un cinismo che oggi farebbe inorridire mezzo Paese, sostenevano: &#8220;vista una, viste tutte&#8221;.<br>No, la verità è molto più cruda. La persistenza del sesso a pagamento non è una questione di “scopata”.<br>È una questione di testa. E di vigliaccheria.<br>MI spiego meglio.<br>La rivoluzione sessuale ha liberato i corpi, ma la modernità ha fatto terra bruciata delle relazioni.<br>Oggi corteggiare una donna, esporsi al rischio di un &#8220;no&#8221;, gestire le sue insicurezze e le proprie, richiede uno sforzo, un investimento emotivo.<br>E la società del &#8220;tutto e subito&#8221; odia lo sforzo.<br>La puttana, oggi, è la scorciatoia transazionale per eccellenza: paghi per azzerare il rischio di essere rifiutato. Paghi per saltare la fatica.<br>Ma c&#8217;è di peggio.<br>In un&#8217;epoca iper-connessa dove la solitudine ti divora vivo, il cliente moderno non compra solo un buco od una prestazione fisica; compra un&#8217;illusione.<br>Compra un&#8217;ora di finta attenzione.<br>Paga una donna perché finga di ascoltarlo, perché simuli un orgasmo, perché lo faccia sentire al centro del mondo per sessanta minuti, salvando il suo ego miserabile.<br>Il resto lo ha fatto la cultura dell&#8217;e-commerce. Siamo abituati a far scorrere il pollice sullo schermo per ordinare una pizza, comprare un libro o scegliere una serie tv.<br>Il meccanismo è lo stesso; e quel che facciamo per un pacco, con le app di escort, o con piattaforme come OnlyFans, trasformiamo l&#8217;intimità in un catalogo.<br>Il sesso è diventato un servizio di consumo privato, igienizzato, accessibile con carta di credito, senza nemmeno il brivido di vergogna, o lo sporco del marciapiede di una volta.<br>Dall&#8217;altra parte del bancone, però, c&#8217;è un&#8217;altra tragedia.<br>Se il cliente compra un&#8217;illusione, spesso chi la vende lo fa perché il mercato le ha insegnato che perfino il proprio corpo può diventare un capitale da monetizzare. Anche questa è una forma di mercificazione.<br>La prostituzione non è sopravvissuta alla fine dei tabù: è diventata il cancro perfetto della nostra mercificazione totale.<br>Non è più la risposta alla repressione di ieri, ma lo specchio spietato del vuoto relazionale di oggi.<br>Abbiamo liberato il sesso, sì (o forse ce ne illudiamo), ma ci siamo ridotti a doverlo comprare per non morire di solitudine.<br>E questa, per una società che si crede evoluta, è la sconfitta più umiliante.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Tasso di omicidi nel mondo, la classifica: Qatar e Singapore ai vertici, Italia fra i Paesi più sicuri. Incubo USA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 14:39:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Global Index Research 2026 fotografa un mondo molto diviso sul fronte della sicurezza. La graduatoria prende in esame 163 Paesi e assegna a ciascuno un punteggio: più basso è il valore, migliore è il livello di sicurezza. La classifica<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h2 class="wp-block-heading"></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il Global Index Research 2026 fotografa un mondo molto diviso sul fronte della sicurezza. La graduatoria prende in esame 163 Paesi e assegna a ciascuno un punteggio: <strong>più basso è il valore, migliore è il livello di sicurezza</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La classifica rielaborata mostra ai primi posti soprattutto Paesi caratterizzati da stabilità istituzionale, bassi livelli di criminalità violenta e sistemi sociali consolidati. L&#8217;Italia si colloca nella fascia alta della graduatoria, mentre nelle ultime posizioni troviamo soprattutto Stati segnati da conflitti, instabilità politica o livelli elevati di violenza criminale. L&#8217;Italia è ai vertici in Europa assieme a Slovenia e Svizzera. Gli Stati Uniti, con un tasso triplo rispetto all&#8217;Italia sono al 105° posto. Sotto l&#8217;Italia anche Germania, Francia, Regno Unito e i Paesi Scandinavi. </p>



<h3 class="wp-block-heading">I primi Paesi più sicuri secondo il Global Index Research 2026</h3>



<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><thead><tr><th>Posizione</th><th>Paese</th><th>Punteggio</th></tr></thead><tbody><tr><td>1</td><td>Qatar</td><td>1.033</td></tr><tr><td>2</td><td>Singapore</td><td>1.034</td></tr><tr><td>3</td><td>Oman</td><td>1.066</td></tr><tr><td>4</td><td>Bahrein</td><td>1.093</td></tr><tr><td>5</td><td>Giappone</td><td>1.115</td></tr><tr><td>6</td><td>Indonesia</td><td>1.150</td></tr><tr><td>7</td><td>Corea del Sud</td><td>1.239</td></tr><tr><td>8</td><td>Cina</td><td>1.252</td></tr><tr><td>9</td><td>Slovenia</td><td>1.283</td></tr><tr><td>10</td><td>Italia</td><td>1.285</td></tr><tr><td>11</td><td>Svizzera</td><td>1.297</td></tr><tr><td>12</td><td>Madagascar</td><td>1.300</td></tr><tr><td>13</td><td>Palestina</td><td>1.300</td></tr><tr><td>14</td><td>Irlanda</td><td>1.324</td></tr><tr><td>15</td><td>Croazia</td><td>1.336</td></tr><tr><td>16</td><td>Paesi Bassi</td><td>1.343</td></tr><tr><td>17</td><td>Spagna</td><td>1.345</td></tr><tr><td>18</td><td>Portogallo</td><td>1.359</td></tr><tr><td>19</td><td>Norvegia</td><td>1.358</td></tr><tr><td>20</td><td>Ungheria</td><td>1.361</td></tr><tr><td>21</td><td>Malaysia</td><td>1.363</td></tr><tr><td>22</td><td>Repubblica Ceca</td><td>1.387</td></tr><tr><td>23</td><td>Montenegro</td><td>1.392</td></tr><tr><td>24</td><td>Polonia</td><td>1.404</td></tr><tr><td>25</td><td>Tagikistan</td><td>1.410</td></tr><tr><td>26</td><td>Danimarca</td><td>1.418</td></tr><tr><td>27</td><td>Arabia Saudita</td><td>1.420</td></tr><tr><td>28</td><td>Australia</td><td>1.423</td></tr><tr><td>29</td><td>Turkmenistan</td><td>1.421</td></tr><tr><td>30</td><td>Grecia</td><td>1.428</td></tr><tr><td>31</td><td>Austria</td><td>1.438</td></tr><tr><td>32</td><td>Mauritania</td><td>1.445</td></tr><tr><td>33</td><td>Germania</td><td>1.456</td></tr><tr><td>34</td><td>Cipro</td><td>1.478</td></tr><tr><td>35</td><td>Guinea-Bissau</td><td>1.477</td></tr></tbody></table></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(continua con la seconda parte della graduatoria fino al 163° posto)</em><audio autoplay=""></audio></p>



<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><thead><tr><th>Posizione</th><th>Paese</th><th>Punteggio</th></tr></thead><tbody><tr><td>36</td><td>Finlandia</td><td>1.490</td></tr><tr><td>37</td><td>Giordania</td><td>1.489</td></tr><tr><td><strong>38</strong></td><td><strong>Regno Unito</strong></td><td><strong>1.543</strong></td></tr><tr><td>39</td><td>Bulgaria</td><td>1.547</td></tr><tr><td>40</td><td>Romania</td><td>1.560</td></tr><tr><td>41</td><td>Slovacchia</td><td>1.563</td></tr><tr><td>42</td><td>Algeria</td><td>1.572</td></tr><tr><td>43</td><td>Egitto</td><td>1.583</td></tr><tr><td>44</td><td>Bosnia ed Erzegovina</td><td>1.616</td></tr><tr><td>45</td><td>Islanda</td><td>1.636</td></tr><tr><td>46</td><td>Malawi</td><td>1.644</td></tr><tr><td>47</td><td>Uzbekistan</td><td>1.659</td></tr><tr><td>48</td><td>Serbia</td><td>1.660</td></tr><tr><td>49</td><td>Vietnam</td><td>1.672</td></tr><tr><td><strong>50</strong></td><td><strong>Francia</strong></td><td><strong>1.674</strong></td></tr><tr><td>51</td><td>Nuova Zelanda</td><td>1.719</td></tr><tr><td>52</td><td>Cambogia</td><td>1.760</td></tr><tr><td>53</td><td>Macedonia del Nord</td><td>1.768</td></tr><tr><td>54</td><td>Estonia</td><td>1.772</td></tr><tr><td>55</td><td>Israele</td><td>1.788</td></tr><tr><td>56</td><td>Marocco</td><td>1.833</td></tr><tr><td>57</td><td>Albania</td><td>1.878</td></tr><tr><td>58</td><td>Ghana</td><td>1.882</td></tr><tr><td>59</td><td>Siria</td><td>1.938</td></tr><tr><td>60</td><td>Azerbaigian</td><td>1.997</td></tr><tr><td>61</td><td>Georgia</td><td>2.006</td></tr><tr><td>62</td><td>Sierra Leone</td><td>2.009</td></tr><tr><td>63</td><td>Nepal</td><td>2.020</td></tr><tr><td>64</td><td>Iran</td><td>2.029</td></tr><tr><td>65</td><td>Armenia</td><td>2.046</td></tr><tr><td>66</td><td>Libano</td><td>2.051</td></tr><tr><td>67</td><td>Kosovo</td><td>2.050</td></tr><tr><td>68</td><td>Bangladesh</td><td>2.052</td></tr><tr><td>69</td><td>Mauritius</td><td>2.070</td></tr><tr><td>70</td><td>Bhutan</td><td>2.100</td></tr><tr><td>71</td><td>Liberia</td><td>2.101</td></tr><tr><td>72</td><td>Mozambico</td><td>2.113</td></tr><tr><td>73</td><td>Bielorussia</td><td>2.121</td></tr><tr><td>74</td><td>Kazakistan</td><td>2.120</td></tr><tr><td>75</td><td>Libia</td><td>2.125</td></tr><tr><td>76</td><td>Myanmar</td><td>2.140</td></tr><tr><td>77</td><td>Moldova</td><td>2.143</td></tr><tr><td>78</td><td>Lituania</td><td>2.156</td></tr><tr><td>79</td><td>India</td><td>2.192</td></tr><tr><td>80</td><td>Niger</td><td>2.229</td></tr></tbody></table></figure>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h2 class="wp-block-heading"></h2>



<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><thead><tr><th>Posizione</th><th>Paese</th><th>Punteggio</th></tr></thead><tbody><tr><td>81</td><td>Taiwan</td><td>2.250</td></tr><tr><td>82</td><td>Angola</td><td>2.289</td></tr><tr><td>83</td><td>Sri Lanka</td><td>2.303</td></tr><tr><td>84</td><td>Turchia</td><td>2.305</td></tr><tr><td>85</td><td>Ruanda</td><td>2.328</td></tr><tr><td>86</td><td>Guinea Equatoriale</td><td>2.350</td></tr><tr><td>87</td><td>Timor Est</td><td>2.375</td></tr><tr><td>88</td><td>Repubblica del Kirghizistan</td><td>2.425</td></tr><tr><td>89</td><td>Afghanistan</td><td>2.446</td></tr><tr><td>90</td><td>Zambia</td><td>2.500</td></tr><tr><td>91</td><td>Pakistan</td><td>2.567</td></tr><tr><td>92</td><td>Yemen</td><td>2.549</td></tr><tr><td>93</td><td>Filippine</td><td>2.578</td></tr><tr><td>94</td><td>Bolivia</td><td>2.590</td></tr><tr><td>95</td><td>Ucraina</td><td>2.605</td></tr><tr><td>96</td><td>Argentina</td><td>2.619</td></tr><tr><td>97</td><td>Burundi</td><td>2.630</td></tr><tr><td>98</td><td>Cuba</td><td>2.639</td></tr><tr><td>99</td><td>Tunisia</td><td>2.644</td></tr><tr><td>100</td><td>Thailandia</td><td>2.654</td></tr><tr><td>101</td><td>Corea del Nord</td><td>2.675</td></tr><tr><td>102</td><td>Kenya</td><td>2.671</td></tr><tr><td>103</td><td>Somalia</td><td>2.900</td></tr><tr><td>104</td><td>Mongolia</td><td>2.910</td></tr><tr><td><strong>105</strong></td><td><strong>Stati Uniti d&#8217;America</strong></td><td><strong>2.933</strong></td></tr><tr><td>106</td><td>Etiopia</td><td>3.043</td></tr><tr><td>107</td><td>Benin</td><td>3.075</td></tr><tr><td>108</td><td>Chile</td><td>3.078</td></tr><tr><td>109</td><td>Camerun</td><td>3.103</td></tr><tr><td>110</td><td>Sudan</td><td>3.125</td></tr><tr><td>111</td><td>Zimbabwe</td><td>3.132</td></tr><tr><td>112</td><td>Papua Nuova Guinea</td><td>3.185</td></tr><tr><td>113</td><td>Paraguay</td><td>3.174</td></tr><tr><td>114</td><td>Gibuti</td><td>3.250</td></tr><tr><td>115</td><td>Iraq</td><td>3.313</td></tr><tr><td>116</td><td>Laos</td><td>3.325</td></tr><tr><td>117</td><td>El Salvador</td><td>3.457</td></tr><tr><td>118</td><td>Russia</td><td>3.455</td></tr><tr><td>119</td><td>Perù</td><td>3.584</td></tr><tr><td>120</td><td>Guinea</td><td>3.675</td></tr><tr><td>121</td><td>Uganda</td><td>3.682</td></tr><tr><td>122</td><td>Togo</td><td>3.800</td></tr><tr><td>123</td><td>Ciad</td><td>3.800</td></tr><tr><td>124</td><td>Gabon</td><td>3.850</td></tr><tr><td>125</td><td>Gambia</td><td>3.850</td></tr><tr><td>126</td><td>Botswana</td><td>4.083</td></tr><tr><td>127</td><td>Repubblica Dominicana</td><td>4.082</td></tr><tr><td>128</td><td>Uruguay</td><td>4.125</td></tr><tr><td>129</td><td>Panama</td><td>4.156</td></tr><tr><td>130</td><td>Costa d&#8217;Avorio</td><td>4.140</td></tr><tr><td>131</td><td>Repubblica Democratica del Congo</td><td>4.250</td></tr><tr><td>132</td><td>Venezuela</td><td>4.256</td></tr><tr><td>133</td><td>Sud Sudan</td><td>4.259</td></tr><tr><td>134</td><td>Repubblica Centrafricana</td><td>4.320</td></tr><tr><td>135</td><td>Eritrea</td><td>4.341</td></tr><tr><td>136</td><td>Nigeria</td><td>4.542</td></tr><tr><td>137</td><td>Costa Rica</td><td>4.766</td></tr><tr><td>138</td><td>Brasile</td><td>4.920</td></tr><tr><td>139</td><td>Guyana</td><td>4.901</td></tr><tr><td>140</td><td>Nicaragua</td><td>4.090</td></tr><tr><td>141</td><td>Namibia</td><td>4.040</td></tr><tr><td>142</td><td>Mali</td><td>4.020</td></tr><tr><td>143</td><td>Trinidad e Tobago</td><td>5.000</td></tr><tr><td>144</td><td>Giamaica</td><td>5.000</td></tr><tr><td>145</td><td>Lesotho</td><td>5.000</td></tr><tr><td>146</td><td>Guatemala</td><td>5.000</td></tr><tr><td>147</td><td>Honduras</td><td>5.000</td></tr><tr><td>148</td><td>Sudafrica</td><td>5.000</td></tr><tr><td>149</td><td>Ecuador</td><td>5.000</td></tr><tr><td>150</td><td>Messico</td><td>5.000</td></tr><tr><td>151</td><td>Colombia</td><td>5.000</td></tr><tr><td>152</td><td>Haiti</td><td>5.000</td></tr></tbody></table></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Tornado terrificante nel cuore di una grande città: è davvero un evento così raro? (video)</title>
		<link>https://www.tviweb.it/tornado-terrificante-nel-cuore-di-una-grande-citta-e-davvero-un-evento-cosi-raro-video/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 14:42:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[METEO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il violento vortice che ha colpito Huanggang ha provocato almeno 11 morti e circa 100 feriti. Gli esperti spiegano perché i tornado nelle grandi città sono rari, ma tutt&#8217;altro che impossibili Sotto: i video Un tornado di eccezionale violenza che<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Il violento vortice che ha colpito Huanggang ha provocato almeno 11 morti e circa 100 feriti. Gli esperti spiegano perché i tornado nelle grandi città sono rari, ma tutt&#8217;altro che impossibili</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sotto: i video</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un tornado di eccezionale violenza che si forma nel cuore di una metropoli, distruggendo tutto ciò che incontra sul suo cammino. Non è la scena di un film catastrofico, ma quanto accaduto il <strong>7 luglio</strong> nella città di <strong>Huanggang</strong>, in Cina, dove un tornado classificato <strong>EF2</strong> sulla scala Fujita, con venti compresi tra <strong>179 e 218 chilometri orari</strong>, ha provocato <strong>almeno 11 morti e circa 100 feriti</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le immagini dell&#8217;evento hanno rapidamente fatto il giro del web. Un video, condiviso da un account turco, è accompagnato dalla frase: <strong>«Questa non è Hollywood, è la realtà»</strong>, mostrando il momento in cui il gigantesco vortice prende forma nel cuore della città.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;autore del post sottolinea come «la formazione di un tornado di questa portata nel cuore di una metropoli di sei milioni di abitanti sia davvero un evento rarissimo» e si interroga sul futuro: <strong>«Potremo assistere a scene simili a Parigi, Madrid, Ankara o Berlino?»</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">I tornado nelle grandi città sono davvero così rari?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo <strong>Pierre Mahieu</strong>, cofondatore dell&#8217;Osservatorio francese per i tornado e le tempeste violente <strong>Keraunos</strong>, la risposta è più complessa di quanto possa sembrare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per svilupparsi, un tornado necessita infatti di un&#8217;area il più possibile ampia, priva di ostacoli e caratterizzata da un sufficiente livello di umidità atmosferica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle grandi città, invece, il predominio di cemento e asfalto riduce l&#8217;umidità disponibile nell&#8217;aria. Inoltre, le cosiddette &#8220;isole di calore&#8221; urbane possono teoricamente ostacolare la formazione o rallentare l&#8217;evoluzione di questi fenomeni atmosferici.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Grattacieli e palazzi possono fermare un tornado?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Alcuni studi scientifici, tra cui ricerche pubblicate nel <strong>2014</strong> e nel <strong>2025</strong>, hanno evidenziato che edifici molto alti, come i grattacieli, possono ridurre significativamente l&#8217;intensità dei vortici simili ai tornado.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli stessi studi, però, precisano che questo effetto diventa praticamente nullo quando il tornado è già molto potente e si muove a piena velocità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole, un vortice intenso può attraversare senza particolari difficoltà anche aree fortemente urbanizzate.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La statistica spiega perché colpiscono soprattutto le campagne</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;altra ricerca, pubblicata nel <strong>2015</strong>, ha analizzato i tornado nei cinque Stati americani più esposti al fenomeno, evidenziando che la maggior parte colpisce zone rurali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La spiegazione è soprattutto statistica: le aree urbane densamente popolate rappresentano appena il <strong>3% del territorio degli Stati Uniti</strong>, rendendo meno probabile che un tornado attraversi una grande città.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pierre Mahieu sottolinea che anche in Francia si registrano mediamente <strong>circa 50 tornado all&#8217;anno</strong>, la maggior parte dei quali interessa aree scarsamente popolate o addirittura disabitate.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quando un tornado colpisce una città può essere devastante</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Se è raro che un tornado attraversi una grande metropoli, quando accade le conseguenze possono essere drammatiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli Stati Uniti uno degli esempi più noti è <strong>St. Louis</strong>, situata nella cosiddetta <strong>Tornado Alley</strong>, la fascia centrale del Paese dove questi fenomeni sono particolarmente frequenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal <strong>1871</strong> la città è stata colpita da <strong>15 tornado</strong>, tra cui quello del <strong>1896</strong>, considerato il <strong>terzo tornado più mortale della storia americana</strong>, con <strong>255 vittime</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi quarant&#8217;anni, tuttavia, St. Louis e la sua area metropolitana sono state interessate solo da una ventina di tornado e nessuno di essi ha colpito direttamente il centro cittadino.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Anche Parigi è stata colpita da un tornado</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;ipotesi che un fenomeno simile possa verificarsi in Europa non appartiene alla fantascienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pierre Mahieu ricorda infatti che <strong>nel 1896 un tornado attraversò Parigi</strong>, percorrendo diversi chilometri e interessando ben <strong>sei arrondissement</strong> della capitale francese, già allora caratterizzata da un livello di urbanizzazione simile a quello attuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel corso degli anni anche altre città francesi, tra cui <strong>Rennes, Lille, Lione, Nizza, Montpellier, Tolosa, Nantes e Bordeaux</strong>, sono state interessate da tornado di diversa intensità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra gli episodi più recenti figura anche il tornado di <strong>Ermont</strong>, nel dipartimento della Val-d&#8217;Oise, che ha attraversato una decina di comuni senza perdere forza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per gli esperti, dunque, pensare che le grandi città siano naturalmente protette dalla forza della natura è un mito. I tornado in ambiente urbano sono eventi poco frequenti, ma possono verificarsi anche nelle metropoli europee quando le condizioni atmosferiche risultano favorevoli.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/tornado-terrificante-nel-cuore-di-una-grande-citta-e-davvero-un-evento-cosi-raro-video/">Tornado terrificante nel cuore di una grande città: è davvero un evento così raro? (video)</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Tra Modrić e l&#8217;inflazione da euro: la Croazia scopre che il turismo ha un limite?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 10:21:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Ho sempre sostenuto che per avere un’idea di quello che succede veramente negli altri Paesi, la cosa migliore sia quella di seguire la stampa locale.E se parliamo di turismo, in Croazia ho sempre trovato in “La Voce del<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho sempre sostenuto che per avere un’idea di quello che succede veramente negli altri Paesi, la cosa migliore sia quella di seguire la stampa locale.<br>E se parliamo di turismo, in Croazia ho sempre trovato in “La Voce del Popolo” &#8211; Quotidiano italiano dell’Istria e del Quarnero – una fonte chiara, e a mio avviso attendibile.<br>In particolare mi hanno colpito di recente due articoli: il primo del 12 maggio 2026 dal titolo “Turismo croato, esplode il caso prezzi: operatori contro il ministro”, ed uno di ieri, 8 luglio, titolato “La sfida del Turismo: la Croazia mantiene i numeri del 2025”.<br>Quindi, a guardare i numeri ufficiali diffusi a inizio luglio dal Ministero del Turismo di Zagabria, la stagione turistica croata parrebbe veleggiare in acque sicure.<br>I dati aggregati del primo semestre del 2026 parlano di 7,6 milioni di arrivi e 29,5 milioni di pernottamenti: cifre stabili, in linea con il record del 2025.<br>Il ministro Tonči Glavina esulta, attribuendo la tenuta del comparto alla stabilità delle politiche governative ed all&#8217;efficacia delle campagne promozionali (comprese le costose clip globali con Luka Modrić e John Malkovich).<br>Tutto bene, dunque? Non proprio.<br>A mio avviso basta grattare la superficie della retorica istituzionale per accorgersi che la narrazione viaggia a doppia velocità, e che dietro i sorrisi di facciata si nasconde un sistema che forse sta tirando troppo la corda.<br>Il primo campanello d&#8217;allarme squilla isolando il mese di giugno.<br>Mentre il semestre galleggia sulla scia di un ottimo maggio, il primo vero mese estivo ha registrato una flessione brusca: un -7% di turisti e un -6% di pernottamenti rispetto allo scorso anno.<br>Un calo che il Ministero liquida frettolosamente come un&#8217;oscillazione tecnica legata ai calendari scolastici dei mercati di provenienza, ma che in realtà potrebbe essere il termometro di un malessere più profondo, legato a doppio filo alla politica dei prezzi.<br>Per capire la genesi di questa frenata, sempre basandosi sui due articoli citati, a mio avviso bisogna fare un passo indietro, tornando a due mesi fa.<br>A metà maggio, lo stesso ministro Glavina era stato protagonista di un duro scontro con gli operatori del settore, esortando albergatori, campeggiatori e ristoratori ad applicare sconti immediati tra il 10% e il 20%.<br>Una richiesta insolita per un Governo, dettata non da improvviso altruismo, ma dal panico statistico.<br>Zagabria ha capito prima degli altri che il fenomeno della greedflation – l&#8217;inflazione da avidità che ha investito i listini croati dopo l&#8217;introduzione dell&#8217;euro – rischiava di spezzare il giocattolo.<br>I dati Eurostat, d&#8217;altronde, fotografano una metamorfosi impressionante e rischiosa.<br>Tra il 2022 ed il 2024, i prezzi di hotel e ristoranti in Croazia sono schizzati dall&#8217;84% al 96% della media dell&#8217;Unione Europea.<br>In appena un biennio, la sponda orientale dell&#8217;Adriatico ha quasi azzerato il suo storico vantaggio competitivo rispetto al resto del Continente.<br>Nello stesso periodo, i diretti concorrenti del Mediterraneo si sono mossi con molta più cautela: la Spagna si è fermata all’84% della media UE, la Grecia all&#8217;87%, Cipro e la vicina Slovenia attorno all&#8217;89%, mentre il Portogallo è rimasto un&#8217;oasi al 75% (fino ad ora questi erano i Paesi con cui competeva direttamente la Croazia)<br>Questa impennata tariffaria ha generato un paradosso macroeconomico evidente negli ultimi due anni.<br>Nel 2025, la Croazia avrebbe incassato circa 15,3 miliardi di euro dal turismo: appena 300 milioni in più rispetto all&#8217;anno precedente.<br>Basta fare due conti per vedere che si tratta di un incremento nominale così esiguo che, se depurato dal tasso di inflazione, equivale nei fatti ad un calo in termini reali.<br>In breve: si guadagna di meno accogliendo turisti che pagano di più.<br>Mentre altri Governi mediterranei tentano di governare il fenomeno puntando su leve fiscali o su strutturali strategie di riqualificazione dell&#8217;offerta, Zagabria prima dell’estate ha scelto la via della sferzata diretta, chiedendo al mercato interno uno sforzo immediato e d’impulso sui listini per salvare la stagione.<br>Una moral suasion che gli albergatori – arroccati dietro il mantra del &#8220;prezzo lo decide il mercato&#8221; – hanno inizialmente respinto, ma a cui hanno probabilmente dovuto parzialmente piegarsi nei fatti per riempire le stanze rimaste vuote a giugno.<br>Se gli hotel (che coprono il 47% delle preferenze) hanno retto l&#8217;urto limando i margini con offerte last minute, la vera incognita resta ora l&#8217;indotto non strutturato: commercio e ristorazione, dove i prezzi elevati rischiano di presentare il conto a fine estate.<br>Per blindare i flussi, l&#8217;Ente nazionale per il turismo ha dovuto correre ai ripari anche sul piano finanziario, incrementando del 30% gli investimenti (arrivati a 4,5 milioni di euro) per accordi strategici di co-marketing e promozione congiunta con compagnie aeree e tour operator, riuscendo così a pompare sul mercato 330 rotte internazionali.<br>Da quanto ho letto mi sembra di poter concludere che la Croazia del 2026 si troverebbe dunque di fronte ad un bivio epocale.<br>L&#8217;ottimismo sbandierato a luglio è un anestetico necessario al consumo interno ed esterno, ma la realtà descrive una destinazione che sta lottando contro i propri stessi eccessi.<br>La strategia di rincorrere i profitti a breve termine sacrificando il rapporto qualità-prezzo mostra il fiato corto.<br>Resta da capire se la lezione di questo inizio estate basterà ad invertire la rotta, o se la perla dell&#8217;Adriatico sia destinata a trasformarsi in un club esclusivo, ma pericolosamente vuoto.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Le cuce le labbra con ago e filo dopo una lite: arrestata una 49enne, sembra la trama di un film horror</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 09:32:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La vittima è riuscita a fuggire dalla casa e ha chiesto aiuto in un negozio mostrando un cartello. La polizia giapponese indaga sull’incredibile aggressione avvenuta vicino a Tokyo Una scena che sembra uscita da un thriller dell’orrore, ma che secondo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/le-cuce-le-labbra-con-ago-e-filo-dopo-una-lite-arrestata-una-49enne-sembra-la-trama-di-un-film-horror/">Le cuce le labbra con ago e filo dopo una lite: arrestata una 49enne, sembra la trama di un film horror</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p class="wp-block-paragraph">La vittima è riuscita a fuggire dalla casa e ha chiesto aiuto in un negozio mostrando un cartello. La polizia giapponese indaga sull’incredibile aggressione avvenuta vicino a Tokyo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una scena che sembra uscita da un thriller dell’orrore, ma che secondo la polizia giapponese sarebbe accaduta davvero. Una donna di 49 anni è stata arrestata con l’accusa di aver aggredito la propria coinquilina e di averle cucito le labbra con ago e filo dopo una discussione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’episodio è avvenuto il 29 giugno nella città di Koga, nella prefettura di Ibaraki, non lontano da Tokyo. La presunta responsabile, Masae Sakurai, viveva nella stessa abitazione della vittima, una donna di 42 anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo la ricostruzione degli investigatori, al termine di una lite la 49enne avrebbe immobilizzato la coinquilina e le avrebbe cucito le labbra. La vittima, nonostante le ferite, sarebbe riuscita a scappare dall’abitazione e a raggiungere un negozio nelle vicinanze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui avrebbe chiesto aiuto in modo disperato, mostrando ai presenti un cartello con la scritta: <strong>“Aiuto!”</strong>. Il personale del negozio ha quindi allertato le forze dell’ordine, permettendo l’intervento della polizia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli agenti della prefettura di Ibaraki hanno successivamente arrestato Masae Sakurai con l’accusa di aggressione. La donna è stata fermata lunedì e ora gli investigatori stanno cercando di ricostruire con precisione quanto accaduto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo quanto riferito dall’emittente pubblica giapponese NHK, la vittima avrebbe raccontato agli agenti: <strong>“La sospettata si è arrabbiata dopo una discussione e mi ha cucito le labbra”</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La polizia sta inoltre verificando altri elementi del caso, compresa una segnalazione ancora non confermata secondo cui nell’abitazione potrebbe aver vissuto anche una terza persona.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un episodio che ha sconvolto l’opinione pubblica giapponese per la sua violenza e per le modalità dell’aggressione, tanto da sembrare la sceneggiatura di un film dell’orrore.</p>
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