9 Luglio 2026 - 12.21

Tra Modrić e l’inflazione da euro: la Croazia scopre che il turismo ha un limite?

Umberto Baldo

Ho sempre sostenuto che per avere un’idea di quello che succede veramente negli altri Paesi, la cosa migliore sia quella di seguire la stampa locale.
E se parliamo di turismo, in Croazia ho sempre trovato in “La Voce del Popolo” – Quotidiano italiano dell’Istria e del Quarnero – una fonte chiara, e a mio avviso attendibile.
In particolare mi hanno colpito di recente due articoli: il primo del 12 maggio 2026 dal titolo “Turismo croato, esplode il caso prezzi: operatori contro il ministro”, ed uno di ieri, 8 luglio, titolato “La sfida del Turismo: la Croazia mantiene i numeri del 2025”.
Quindi, a guardare i numeri ufficiali diffusi a inizio luglio dal Ministero del Turismo di Zagabria, la stagione turistica croata parrebbe veleggiare in acque sicure.
I dati aggregati del primo semestre del 2026 parlano di 7,6 milioni di arrivi e 29,5 milioni di pernottamenti: cifre stabili, in linea con il record del 2025.
Il ministro Tonči Glavina esulta, attribuendo la tenuta del comparto alla stabilità delle politiche governative ed all’efficacia delle campagne promozionali (comprese le costose clip globali con Luka Modrić e John Malkovich).
Tutto bene, dunque? Non proprio.
A mio avviso basta grattare la superficie della retorica istituzionale per accorgersi che la narrazione viaggia a doppia velocità, e che dietro i sorrisi di facciata si nasconde un sistema che forse sta tirando troppo la corda.
Il primo campanello d’allarme squilla isolando il mese di giugno.
Mentre il semestre galleggia sulla scia di un ottimo maggio, il primo vero mese estivo ha registrato una flessione brusca: un -7% di turisti e un -6% di pernottamenti rispetto allo scorso anno.
Un calo che il Ministero liquida frettolosamente come un’oscillazione tecnica legata ai calendari scolastici dei mercati di provenienza, ma che in realtà potrebbe essere il termometro di un malessere più profondo, legato a doppio filo alla politica dei prezzi.
Per capire la genesi di questa frenata, sempre basandosi sui due articoli citati, a mio avviso bisogna fare un passo indietro, tornando a due mesi fa.
A metà maggio, lo stesso ministro Glavina era stato protagonista di un duro scontro con gli operatori del settore, esortando albergatori, campeggiatori e ristoratori ad applicare sconti immediati tra il 10% e il 20%.
Una richiesta insolita per un Governo, dettata non da improvviso altruismo, ma dal panico statistico.
Zagabria ha capito prima degli altri che il fenomeno della greedflation – l’inflazione da avidità che ha investito i listini croati dopo l’introduzione dell’euro – rischiava di spezzare il giocattolo.
I dati Eurostat, d’altronde, fotografano una metamorfosi impressionante e rischiosa.
Tra il 2022 ed il 2024, i prezzi di hotel e ristoranti in Croazia sono schizzati dall’84% al 96% della media dell’Unione Europea.
In appena un biennio, la sponda orientale dell’Adriatico ha quasi azzerato il suo storico vantaggio competitivo rispetto al resto del Continente.
Nello stesso periodo, i diretti concorrenti del Mediterraneo si sono mossi con molta più cautela: la Spagna si è fermata all’84% della media UE, la Grecia all’87%, Cipro e la vicina Slovenia attorno all’89%, mentre il Portogallo è rimasto un’oasi al 75% (fino ad ora questi erano i Paesi con cui competeva direttamente la Croazia)
Questa impennata tariffaria ha generato un paradosso macroeconomico evidente negli ultimi due anni.
Nel 2025, la Croazia avrebbe incassato circa 15,3 miliardi di euro dal turismo: appena 300 milioni in più rispetto all’anno precedente.
Basta fare due conti per vedere che si tratta di un incremento nominale così esiguo che, se depurato dal tasso di inflazione, equivale nei fatti ad un calo in termini reali.
In breve: si guadagna di meno accogliendo turisti che pagano di più.
Mentre altri Governi mediterranei tentano di governare il fenomeno puntando su leve fiscali o su strutturali strategie di riqualificazione dell’offerta, Zagabria prima dell’estate ha scelto la via della sferzata diretta, chiedendo al mercato interno uno sforzo immediato e d’impulso sui listini per salvare la stagione.
Una moral suasion che gli albergatori – arroccati dietro il mantra del “prezzo lo decide il mercato” – hanno inizialmente respinto, ma a cui hanno probabilmente dovuto parzialmente piegarsi nei fatti per riempire le stanze rimaste vuote a giugno.
Se gli hotel (che coprono il 47% delle preferenze) hanno retto l’urto limando i margini con offerte last minute, la vera incognita resta ora l’indotto non strutturato: commercio e ristorazione, dove i prezzi elevati rischiano di presentare il conto a fine estate.
Per blindare i flussi, l’Ente nazionale per il turismo ha dovuto correre ai ripari anche sul piano finanziario, incrementando del 30% gli investimenti (arrivati a 4,5 milioni di euro) per accordi strategici di co-marketing e promozione congiunta con compagnie aeree e tour operator, riuscendo così a pompare sul mercato 330 rotte internazionali.
Da quanto ho letto mi sembra di poter concludere che la Croazia del 2026 si troverebbe dunque di fronte ad un bivio epocale.
L’ottimismo sbandierato a luglio è un anestetico necessario al consumo interno ed esterno, ma la realtà descrive una destinazione che sta lottando contro i propri stessi eccessi.
La strategia di rincorrere i profitti a breve termine sacrificando il rapporto qualità-prezzo mostra il fiato corto.
Resta da capire se la lezione di questo inizio estate basterà ad invertire la rotta, o se la perla dell’Adriatico sia destinata a trasformarsi in un club esclusivo, ma pericolosamente vuoto.
Umberto Baldo

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