Immigrazione. Il Paese reale chiede legalità. La politica continua a dividersi

Umberto Baldo
Ieri (https://www.tviweb.it/oltre-i-confini-del-passato-cosa-rende-uniche-le-migrazioni-di-oggi/) ho sostenuto una tesi molto semplice: l’immigrazione non è un’emergenza passeggera, né una parentesi della storia
È il grande tema strutturale del XXI secolo, perché si intreccia con la demografia, con il welfare, con la sicurezza, con gli equilibri geopolitici e, in definitiva, con il futuro stesso delle democrazie occidentali.
Immaginavo già le obiezioni.
C’è sempre qualcuno pronto a liquidare queste riflessioni come l’ennesima ossessione di un “vecchio arnese”, incapace di liberarsi da categorie del passato e da paure che il mondo globalizzato avrebbe ormai superato.
La fortuna, però, è che i numeri non votano a destra o a sinistra.
I numeri fotografano la realtà.
E la realtà è arrivata puntuale con l’ultima ricerca di Euromedia Research, diretta da Alessandra Ghisleri, presentata nell’ambito della rassegna “Pantelleria, Mediterraneo d’Autore”.
Il dato più interessante non è nemmeno quello che ha occupato le cronache ed i titoli di prima pagina di certi giornali.
È il quadro complessivo che emerge.
Quasi sei italiani su dieci considerano il Mediterraneo l’area strategica decisiva per il futuro del nostro Paese.
Otto su dieci ritengono che la stabilità di quel quadrante influenzi direttamente il benessere economico e la sicurezza dell’Italia.
E quando viene chiesto quale sia il principale fattore di preoccupazione, al primo posto compaiono proprio i flussi migratori, davanti persino alla competizione energetica.
Tradotto in termini politici significa una cosa molto semplice: l’immigrazione non è più uno dei tanti temi del dibattito pubblico.
È diventata la lente attraverso cui milioni di cittadini leggono sicurezza, economia, politica estera, tenuta dello Stato sociale e qualità della convivenza civile.
È esattamente ciò che cercavo di sostenere ieri.
Ma è sulle possibili soluzioni che il sondaggio diventa ancora più interessante.
Il 73% degli italiani ritiene che chi non possiede i requisiti legali per restare nel nostro Paese debba essere rimpatriato.
Ancora più significativo è il fatto che questo orientamento non appartenga soltanto all’elettorato di centrodestra.
La stessa Alessandra Ghisleri osserva come una parte consistente degli elettori del centrosinistra condivida questa posizione.
È questo il dato che dovrebbe far riflettere la politica “a gauche”.
Per anni il dibattito è stato raccontato come uno scontro ideologico fra chi sarebbe favorevole all’accoglienza, e chi invece alimenterebbe paure e chiusure.
Oggi quella rappresentazione appare sempre meno aderente alla realtà.
Gli italiani sembrano chiedere qualcosa di molto più semplice: distinguere l’immigrazione regolare da quella clandestina, il diritto d’asilo dall’abuso delle procedure, l’integrazione possibile dall’illegalità.
Non è una richiesta estremista. È una domanda di regole.
Ed è proprio qui che il centrosinistra continua, a mio avviso, a mostrare la sua maggiore difficoltà.
Non perché debba inseguire le posizioni del centrodestra. Sarebbe un errore speculare.
Ma perché continua ad evitare una risposta chiara su una questione che ormai attraversa anche il proprio elettorato.
Chi entra legalmente? Chi deve essere accolto? Chi deve essere ripostato al Paese di origine? Quali strumenti servono per espellere chi delinque o chi non possiede alcun titolo per restare?
Sono domande che milioni di italiani considerano di semplice buon senso.
Eppure, troppo spesso, vengono ancora archiviate come se fossero soltanto slogan della destra.
In questo silenzio si inserisce un altro elemento che raramente viene affrontato senza ipocrisie.
Attorno al sistema dell’accoglienza si è sviluppata negli anni una complessa rete di interessi economici, amministrativi ed associativi.
È una dinamica fisiologica: ogni settore alimentato da consistenti risorse pubbliche tende inevitabilmente a creare soggetti interessati alla propria conservazione (in fondo anche chi naviga a bordo delle navi delle Ong penso riceva uno stipendio!)
Fingere che questo fenomeno non esista non aiuta a comprendere il problema.
La politica dovrebbe avere il coraggio di uscire dalle ambiguità, spigare a queste persone che “la festa prima o poi finirà”, ma finora ciò non è stato fatto pienamente né dalla destra né tanto meno dalla sinistra.
Non basta ripetere che l’immigrazione è una risorsa.
Occorre spiegare quale immigrazione si intende governare.
Quella regolata dal lavoro? Quella selezionata? Quella fondata sul rispetto delle leggi?
Oppure una gestione nella quale il controllo delle frontiere diventa un tema secondario, perché contrario alla fede cattolica ed ai mantra della sinistra radicale e non?
Sono interrogativi ai quali nessuna forza politica potrà sottrarsi ancora a lungo, e per quanto mi riguarda da qui alle elezioni non ci sarà pezzo su questo tema in cui non chiederò ad Elly Schlein e compagni del Campo Largo di smettere di fare i pesci in barile
Il sondaggio della Ghisleri dimostra infatti che il Paese reale si è già spostato.
Non verso posizioni estreme, come dimostra anche lo scarso consenso raccolto dalle proposte vannacciane di “remigrazione” (gli italiani sono stati fregati da Salvini su questo tema) ma verso una richiesta molto concreta di legalità, controllo e chiarezza.
Per anni si è sostenuto che parlare di immigrazione significasse cavalcare le paure (questa la tesi preferita dalla sinistra caviar).
Forse oggi sarebbe più utile riconoscere che ignorare le preoccupazioni dei cittadini significa inseguire un’idea del Paese che esiste sempre meno.
Le elezioni si vincono con i programmi.
Ma, prima ancora, si perdono quando si smette di ascoltare la realtà.
Umberto Baldo















