Oltre i confini del passato: cosa rende uniche le migrazioni di oggi

Secondo me c’è un errore di prospettiva che commettiamo sistematicamente quando dibattiamo di immigrazione: pensare che il fenomeno a cui assistiamo oggi sia un’anomalia.
Non lo è.
Basta sfogliare i libri di storia per rendersi conto che l’umanità è, per sua stessa natura, una specie in movimento.
Dalle tribù nomadi del neolitico alle grandi migrazioni transoceaniche dell’Ottocento, i popoli si sono sempre spostati.
Lo hanno fatto per fuggire da carestie, guerre e miseria, o per l’ancestrale desiderio di conquistare nuovi territori.
Nulla di nuovo sotto il sole, dunque.
Così come non è una novità la conflittualità che ne consegue.
Nella storia dell’uomo, l’incontro tra chi arriva e chi già risiede non è quasi mai stato pacifico.
Nessuna comunità ha mai amato vedere i propri spazi occupati da nuovi arrivati.
Eppure, nel lungo periodo, con le buone o con le cattive, la storia ha sempre finito per digerire questi flussi, trasformando lo scontro in integrazione, la sovrapposizione in una nuova sintesi culturale.
I Longobardi non diventarono italiani in dieci anni, gli Ungari nemmeno, così come i Normanni.
Gli italiani emigrati in America impiegarono due o tre generazioni prima di essere completamente integrati.
La storia dimostra che l’integrazione è quasi sempre riuscita, ma raramente è stata rapida o indolore.
Se le spinte umane sono le stesse da millenni, sorge spontanea una domanda: perché oggi la gestione dei flussi migratori appare così inedita, polarizzante ed apparentemente insolubile?
La risposta non risiede a mio avviso nelle motivazioni di chi parte, ma nella struttura interna delle società che accolgono.
C’è una variabile moderna che ha scardinato le regole del gioco millenarie: lo Stato sociale, il welfare.
In passato, il conflitto legato alle migrazioni era di tipo “orizzontale”.
Si lottava per risorse naturali e tangibili: la terra da coltivare, le fonti d’acqua, lo spazio fisico.
Se un popolo si insediava, lo faceva a spese di un altro, in una brutale dinamica a somma zero.
Chi non riusciva ad integrarsi economicamente, od a trovare il proprio sostentamento andava incontro alla fame o alla morte.
C’era una drammatica autoselezione, e lo Stato – laddove esisteva in forma embrionale – si limitava a riscuotere gabelle e a garantire, se ci riusciva, la difesa dei confini.
Non aveva il dovere di proteggere la vita dei singoli.
In altre parole non esisteva un welfare pubblico universalistico.
La sopravvivenza dipendeva dalla famiglia, dalla comunità locale o dalla carità religiosa.
Oggi tutto è cambiato.
Le società occidentali hanno edificato il più straordinario monumento alla civiltà umana: un sistema di protezione sociale universale che garantisce sanità, istruzione, sussidi e pensioni.
Si tratta di una risorsa “verticale”, un bilancio pubblico alimentato da un patto intergenerazionale: i cittadini pagano le tasse oggi per ricevere servizi domani.
Quando un flusso migratorio si innesta in questo meccanismo, le regole economiche della storia saltano.
Il welfare moderno, giustamente ancorato ai diritti umani universali, offre tutele e reti di sicurezza a prescindere dal contributo economico immediato del nuovo arrivato.
Ed è qui che si inserisce quello che l’economista Milton Friedman riassunse in un celebre paradosso: “Non si può avere contemporaneamente un’immigrazione libera ed uno Stato sociale”.
In un sistema privo di welfare, i flussi si autoregolano in base al mercato del lavoro.
In presenza di un welfare generoso, il rischio è che il sistema stesso diventi un polo d’attrazione, rischiando il sovraccarico politico e finanziario.
La percezione di insicurezza della popolazione nativa, spesso liquidata come semplice razzismo, affonda le sue radici proprio in questo corto circuito fiscale.
La paura non è più solo culturale o territoriale; è la preoccupazione che risorse limitate – come un posto in ospedale o l’accesso ad un asilo nido – debbano essere spartite con chi non ha ancora contribuito a edificarle.
Tuttavia, la vera complessità della nostra epoca risiede nel fatto che questo paradosso vive di un secondo, opposto cortocircuito, dettato dal declino demografico dell’Occidente.
In un’Europa che invecchia e si rimpicciolisce, i migranti sono paradossalmente indispensabili per tenere in piedi quel medesimo welfare, pagando i contributi che finanzieranno le pensioni di domani.
La sfida del XXI secolo non è più, quindi, la banale convivenza tra culture diverse sotto lo stesso cielo.
La vera sfida è architettonica e politica: capire come estendere i diritti di un sistema assistenziale costoso e fragile a chi arriva da fuori, senza far saltare il banco per chi quel sistema lo ha finanziato e difeso per generazioni.
Fino a quando la politica continuerà ad ignorare il fattore welfare, dividendosi tra un’accoglienza ideologica senza limiti ed un rifiuto identitario senza realismo, la questione migratoria rimarrà un nodo impossibile da sciogliere.
“Il vero rischio, insomma, non è un’apocalisse culturale, ma il lento logoramento del nostro modello di civiltà.
Perché il welfare non si regge soltanto sui contributi.
Si regge sulla fiducia reciproca.
Quando i cittadini smettono di percepire come equo il patto sociale, il consenso che lo sostiene inizia a sgretolarsi molto prima dei bilanci.
Se non si troverà un equilibrio tra la doverosa solidarietà e la sostenibilità economica dei nostri conti, il punto di rottura non sarà una rivoluzione violenta, ma qualcosa di più silenzioso e drammatico: la fine del welfare state.
Se permettiamo che la percezione del patto sociale si rompa, rischiamo di perdere l’ambizione più nobile dell’Occidente moderno: quella di essere una società che non lascia indietro nessuno.
Concludendo, Il problema dell’immigrazione non è solo decidere chi entra e chi resta fuori.
Se il Novecento ci ha insegnato a costruire il welfare, ed il XXI secolo ci costringe a ripensarne i confini, la vera sfida non è scegliere tra umanità e sostenibilità.
È trovare il punto in cui possano ancora convivere.
Umberto Baldo















