6 Luglio 2026 - 9.24

La Nato e l’arte italiana del gioco delle tre carte

Umberto Baldo

Il problema dei bluff è che funzionano soltanto fino a quando nessuno si siede al tavolo chiedendo di vedere le carte.
Martedì, al vertice Nato di Ankara, Giorgia Meloni scoprirà quanto questa regola aurea valga anche nelle relazioni internazionali.
Perché promettere è relativamente facile; molto più complicato è presentarsi senza il libretto degli assegni quando arriva il momento di pagare il conto.
Esiste una disciplina nella quale noi italiani continuiamo a eccellere senza che il Comitato Olimpico se ne sia mai accorto: l’arte di sembrare molto più forti, ricchi e virtuosi di quanto siamo realmente.
È una tradizione antica.
Consiste nel gonfiare il petto quando il portafoglio è vuoto, sperando che l’interlocutore si lasci impressionare dalla postura più che dalla sostanza.
Una tecnica da consumati giocatori del “gioco delle tre carte”.
Solo che questa volta, dall’altra parte del tavolo, non ci saranno ingenui turisti a cui vendere il Colosseo.
Ci saranno Governi che leggono i bilanci, confrontano i numeri ed hanno la pessima abitudine di distinguere un carro armato da una girata contabile.
L’Italia ha in più occasioni ufficiali promesso solennemente di aumentare le proprie spese per la difesa.
Lo abbiamo assicurato alla Nato, lo abbiamo garantito agli alleati.
Lo pretende, con la delicatezza di un caterpillar, Donald Trump, il quale continua a ripetere che sono gli Stati Uniti a sostenere il peso principale della sicurezza occidentale, mentre gli europei preferiscono fare economia per pagarsi il welfare.
Per una volta, bisogna ammetterlo, il ragionamento di “Ciuffo biondo” non fa una piega.
E qui iniziano i guai, perché la politica italiana, non appena sente parlare di miliardi destinati agli armamenti, sviluppa improvvisamente una vocazione gandhiana.
Destra, sinistra, populisti, sovranisti, progressisti: d’un tratto scoprono tutti di essere ferventi apostoli della non-violenza, tutto favorevoli al burro contro i cannoni.
Cosa volete che faccia la nostra povera Presidente del Consiglio?
Da buona populista, per accaparrare consenso fa e dice ciò che il popolo vuole, soprattutto a ridosso delle elezioni. E gli italiani, a sentire i sondaggi, tutto chiedono tranne che destinare miliardi e miliardi pubblici in armamenti.
Allora che dirà ad Ankara? Semplice: si presenterà con il classico pacchetto di “pagherò” ed una nuova, mirabolante branca della contabilità creativa.
Esibirà un fiero 2,8% del Pil investito nella difesa, che in realtà è la fotocopia del 2,1% dello scorso anno, gonfiato inserendo nel mazzo le spese per la Guardia Costiera e la Protezione Civile, il ricalcolo del metodo di rendicontazione delle pensioni delle Forze armate dall’INPS al bilancio della Difesa; e dopo un tentativo naufragato di far passare il Ponte sullo Stretto di Messina come un’infrastruttura strategica.
Un magheggio da fiera di paese, accompagnato dalla solenne promessa di salire al 5% entro il 2035.
Come? Promettendo piccoli aumenti progressivi a partire dal 2027 e 2028.
Comodo, no?
L’anno prossimo. O meglio, il prossimo Governo.
Si vedrà chi ci sarà; e la patata bollente con gli italiani pacifisti per vocazione ed i laeder politici gandhiani, se la “ciuccierà” chi verrà dopo.
In fondo, l’Europa e la Nato dovrebbero capirci.
Abbiamo tutti quell’amico o quel parente che ha sempre bisogno di un piccolo prestito. Quello che “tanto poi ti restituisco tutto il mese prossimo, o se non è il prossimo è quello dopo, perché ho un affare sicuro tra le mani, sempre che la sfortuna mi dia tregua”.
E se le cose vanno male, non è mai colpa sua: gli si è rotta la macchina, è morto il gatto, c’è lo Stretto di Hormuz bloccato, il petrolio russo, il cambiamento climatico… le cavallette!
Nella comunità internazionale, spiace dirlo, ma quell’amico o quel parente siamo noi.
Ma cosa volete fare? Siamo fatti così.
Chiediamo flessibilità sui patti di stabilità per fare un altro debituccio sulle bollette, mentre dal 2022 viaggiamo ad una media di 33 miliardi all’anno regalati o prestati dall’Europa tramite il Pnrr.
Praticamente è come se la nostra legge di bilancio fosse stata raddoppiata ogni anno per gentile concessione degli altri Paesi europei.
E qual è il risultato sul lungo termine?
Un disastro. Tolto l’ovvio rimbalzo post-Covid, l’Ufficio parlamentare di bilancio ci dice che nel 2026 il Pil crescerà dello 0,6%, ma lo 0,5 si deve interamente al Pnrr.
Quello che resta della nostra economia reale è un desolante, un misero 0,1%.
Il Pnrr è stato usato come una toppa temporanea su un enorme buco strutturale, senza produrre alcuna modernizzazione, specialmente nel digitale e nell’Intelligenza Artificiale, ambiti in cui le nostre imprese accumulano ritardi imbarazzanti, mentre la politica riscopre un conservatorismo reazionario in nome della penna a sfera e dei campi fioriti.
Aveva ragione Tito Boeri con il suo fulminante gioco di parole: Pnrr non significa Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ma “Proprio Nessuna Riforma Rilevante”.
Alla fine, ogni popolo si sceglie il proprio destino.
Se noi riteniamo un diritto divino accumulare debito pretendendo che l’Europa (definita “malvagia”) ce lo permetta; se riteniamo i soldi per la difesa “soldi del demonio” preferendo usarli per i bonus frigorifero ed il pieno di benzina, allora dobbiamo accettare la realtà.
Se vogliamo restare nella Nato e nell’Unione Europea scroccando sicurezza e investimenti, promettendo di restituire tutto “il mese prossimo”, l’etichetta internazionale che ci spetta è solo una: quella del parente accattone.
Almeno bisognerebbe avere il coraggio di accettarlo
Alla fine Giorgia Meloni salirà sull’aereo diretto ad Ankara con ciò che realisticamente può offrire: molta diplomazia, parecchio orgoglio nazionale e qualche raffinato esercizio di creatività contabile.
Cercherà di spiegare che gli obiettivi saranno raggiunti, che il percorso è avviato, che serve soltanto un po’ di tempo.
È il suo mestiere.
Il problema è che, questa volta, gli altri conoscono già i numeri, e probabilmente non sono disposti a farsi fregare al “gioco delle tre carte”.
Una volta esportavamo il Rinascimento, la lirica, il design e la Ferrari.
Oggi rischiamo di essere ricordati come il Paese che ha tentato di trasformare una pensione in un carro armato ed un ponte in una infrastruttura militare.
Anche questa, bisogna riconoscerlo, è creatività italiana.
Peccato che i generali della Nato sembrino preferire gli eserciti veri.
Umberto Baldo

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