3 Luglio 2026 - 9.11

In America Latina Trump raccoglie dove altri hanno seminato

Umberto Baldo

Per decenni l’America Latina è stata il grande laboratorio della sinistra populista.

Hugo Chávez, Evo Morales, Rafael Correa, i Kirchner, Lula, Pedro: nomi diversi, un’idea comune. 

Più Stato, più distribuzione della ricchezza, più potere concentrato nelle mani dei leader.

Oggi il pendolo sembra muoversi nella direzione opposta.

L’elezione di Abelardo de la Espriella in Colombia, il ritorno del fujimorismo in Perù con Keiko Fujimori, e la possibile affermazione del bolsonarismo alle prossime elezioni brasiliane raccontano una storia che va ben oltre i confini dei singoli Paesi. 

L’America Latina sta cambiando pelle, e molti osservatori parlano già di “trumpizzazione” del continente.

Non mi sento di dire che l’espressione non contenga una parte di verità. 

Donald Trump è ormai molto più di un presidente degli Usa; è diventato un marchio politico internazionale. 

Un modello di leadership fondato sul linguaggio diretto, sulla promessa di ristabilire l’ordine, sulla lotta all’immigrazione illegale, sulla diffidenza verso le élite, e sulla convinzione che le decisioni debbano essere prese rapidamente, senza troppi lacci e lacciuoli.

Ma a mio avviso questa non è la spiegazione, perché attribuire tutto a Trump significa confondere la causa con l’effetto.

Come Trump non ha creato il malcontento negli Usa, ma lo ha solo intercettato, la stessa cosa vale oggi per molti leader latinoamericani. 

Non sono loro ad aver inventato la rabbia dei cittadini. 

Hanno semplicemente capito che milioni di persone non credono più alle ricette politiche che hanno dominato gli ultimi decenni.

Sarebbe però un errore liquidare tutto come una semplice importazione delle ideologie della destra americana. 

L’esempio colombiano è lampante. Fino a ieri Gustavo Petro era il manifesto vivente del riscatto progressista sudamericano: il primo ex guerrigliero a sedersi sulla poltrona presidenziale di Bogotà, portando in dote l’utopia della “Pace Totale”. Quell’utopia è naufragata contro la dura realtà della strada. Sotto la sua presidenza, la dottrina del dialogo ad oltranza con cartelli e bande armate ha prodotto un paradosso drammatico. 

Infatti secondo numerosi rapporti indipendenti, durante la presidenza Petro diversi gruppi armati hanno ampliato la propria presenza territoriale, mentre estorsioni e sequestri sono tornati a crescere.

La sinistra ha risposto con la sociologia, la criminalità con i kalashnikov. Quando lo Stato abdica al monopolio della forza, il cittadino comune non cerca un filosofo, cerca un custode feroce.

In Perù abbiamo assistito alla stessa patologia con una diversa cartella clinica. 

Dopo un decennio di paralisi cronica e lo sgangherato tentativo di auto-golpe della sinistra di Pedro Castillo, il paese andino è tornato a rifugiarsi nel grembo del Fujimorismo. 

Il trionfo di Keiko Fujimori non è una riabilitazione morale del regime degli anni ’90, ma l’evocazione di un fantasma terapeutico. 

Di fronte al vuoto di potere, l’elettore peruviano ha scelto la memoria muscolare: il ricordo dell’ordine poliziesco e della stabilità economica imposti dal padre Alberto. 

La sinistra ha perso le città ed il ceto produttivo perché ha trasformato le Istituzioni in un’assemblea permanente incapace di decidere, spingendo il paese all’autodifesa macroeconomica.

Come vedete, non serve a mio avviso scomodare l’ideologia.

Perché quando un padre ha paura di mandare il figlio a scuola per la violenza delle bande criminali, quando un imprenditore è soffocato dalla burocrazia, quando un giovane non trova lavoro e vede nella politica soltanto privilegi e corruzione, diventa difficile convincerlo che il problema sia il linguaggio troppo duro di un candidato.

Il problema, per lui, è molto più concreto.

Per questo la nuova destra latino-americana avanza.

Naturalmente esistono anche rischi evidenti. La tentazione di trasformare la vittoria elettorale in un assegno in bianco, l’ostilità verso i contrappesi istituzionali, gli attacchi alla stampa indipendente o alla magistratura non possono essere liquidati come dettagli. 

Una democrazia non vive soltanto di elezioni. Vive anche di limiti al potere.

Ma sarebbe un errore speculare sostenere che qualsiasi governo conservatore rappresenti automaticamente una minaccia per la libertà. 

La storia dimostra che gli autoritarismi possono nascere a destra come a sinistra.

Cambiano le bandiere, non cambia la tentazione del potere assoluto.

Esiste poi una curiosa contraddizione.

Molti di questi leader di destra parlano continuamente di sovranità nazionale, ma cercano al tempo stesso una sintonia quasi perfetta con Washington. 

L’America Latina ha trascorso due secoli a contrastare la “dottrina Monroe”, a rivendicare la propria autonomia dagli Stati Uniti. 

Sarebbe singolare se proprio coloro che si proclamano patrioti finissero per modellare la propria agenda politica sulle priorità della Casa Bianca.

Ma il punto decisivo è un altro.

Una parte della sinistra internazionale continua a raccontarsi una favola rassicurante: se cresce la destra è perché gli elettori sono stati manipolati, sedotti dalla propaganda o vittime dei social network.

È una spiegazione comoda.

Peccato sia quasi sempre sbagliata.

Gli elettori cambiano perché giudicano chi ha governato prima. 

Non cercano il nuovo per capriccio. Lo cercano perché il vecchio li ha delusi.

Ogni volta che una classe dirigente perde il contatto con la realtà, comincia a spiegare le sconfitte accusando gli elettori di aver sbagliato. 

È il momento in cui, quasi sempre, ha già smesso di meritare il governo del Paese

È accaduto negli Stati Uniti. È successo in Argentina. 

Sta succedendo in buona parte dell’Europa. 

Ora tocca anche all’America Latina.

I leader non inventano il vento, al massimo imparano ad issare le vele.

Il trumpismo, dunque, non si esporta come si esportano automobili o smartphone. 

Si diffonde quando trova un terreno già preparato dalla sfiducia, dall’insicurezza, dalla stagnazione economica e dall’incapacità delle classi dirigenti di offrire risposte credibili.

In politica, come in agricoltura, i semi germogliano soltanto se il terreno è fertile.

E quel terreno non lo prepara Donald Trump.

Lo preparano, quasi sempre, quelli che lo hanno preceduto.

Umberto Baldo

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