2 Luglio 2026 - 9.33

Vannacci e Di Battista, le mine vaganti della politica italiana

Umberto Baldo

Se Eraclito di Efeso avesse dovuto analizzare la politica italiana, avrebbe trovato nel suo celebre “Panta rhei” – tutto scorre, tutto muta – non solo una massima filosofica, ma un perfetto compendio analitico. 

Nel teatro della nostra Repubblica, l’unica costante è il movimento perpetuo, una fluidità cronica in cui la stabilità si rivela essere una fragile illusione, e la vera forza risiede nella capacità di mutare pelle insieme al contesto.

Per molti anni la politica italiana ha seguito geometrie relativamente semplici. 

Ogni coalizione cercava soprattutto di evitare fughe interne, nella convinzione che il vero pericolo fosse perdere voti nel proprio campo.

Uno dei mantra storici del PCI, ad esempio, era il celebre “nessun nemico a sinistra”, un principio di fazione eretto a dogma identitario. 

Sorprendentemente, in tempi recenti, questo stesso schema geometrico era stato mutuato e fatto proprio dalla destra guidata di Giorgia Meloni: impedire che gli elettori trovassero offerte più radicali all’interno dello stesso schieramento.

Questo equilibrio, immaginato come solido, ha però subito l’irruzione sulla scena del generale Roberto Vannacci. 

Con la sua creatura politica “Futuro Nazionale”, il generale ha scombinato le carte del centrodestra, trasformandosi nella vera incognita per la coalizione di governo, e minacciando quel ruolo di guastatore interno capace di far perdere voti cruciali nei collegi.

In un primo momento, le geometrie politiche potevano lasciar pensare che il Campo Largo progressista – pur tra i mal di pancia tra Elly Schlein e Giuseppe Conte – potesse indirettamente beneficiare delle fibrillazioni causate dal “partito vannacciano” sull’altro fronte. 

La politica italiana, però, ha un vizio: smentisce continuamente le previsioni.

In altre parole se la “Droite” scopre di avere un problema sul proprio fianco destro, la sinistra rischia di vivere una situazione sorprendentemente simile.

Da qualche tempo, infatti, echeggiano con forza i rumors di una discesa in campo di Alessandro Di Battista e del suo movimento “Schierarsi” in vista delle politiche del 2027. 

Con migliaia di aderenti, un’organizzazione ormai consolidata, ed una raccolta firme per un referendum contro il finanziamento pubblico all’editoria usata come test di mobilitazione, l’ex frontman pentastellato  starebbe studiando il ritorno in grande stile.

L’identikit politico di Di Battista è noto: un corpo estraneo, un battitore libero, un anti-sistema che flirta con le piazze più radicali.

Si è proposto come una delle voci più visibili delle piazze pro-Palestina, assumendo posizioni fortemente critiche verso Israele, gli Stati Uniti, Trump e più in generale verso l’Occidente.

Sullo sfondo rimane inoltre una persistente ambiguità verso la Russia di Putin, che non è affatto un dettaglio secondario.

Al di là del giudizio sulla singola candidatura, l’eventuale discesa in campo di Di Battista a mio avviso va letta per quello che potrebbe rappresentare: un ulteriore elemento di disturbo in uno scenario politico che si delinea già estremamente complesso in vista del traguardo del 2027.

Mentre il Partito Democratico ed il Movimento 5 Stelle si contendono l’egemonia della coalizione, muovendosi con l’aplomb istituzionale richiesto a chi si candida a governare, Di Battista punta ad intercettare quel vasto bacino d’opinione orfano e radicale, a cominciare dal movimentismo pro-Pal. 

Schierandosi si presenta con l’utopia purista delle origini, ma finisce per riproporre il più antico riflesso della sinistra radicale: proclamarsi diversa, moralmente superiore, e comodamente confinata all’opposizione.

A furia di puntare i cannocchiali verso il centro del sistema politico, analizzando le dinamiche con schemi ormai superati, rischiamo di non accorgerci che a decidere gli equilibri delle prossime elezioni potrebbero essere invece proprio le ali estreme degli schieramenti. 

Se a destra la Meloni dovrà fare i conti con l’erosione di Vannacci, a sinistra Schlein e Conte rischiano di vedere i propri sogni di governo turbati da un “ritorno al futuro” guidato da Di Battista.

Le loro posizioni politiche sono quasi agli antipodi, ma svolgono una funzione sorprendentemente simile: attrarre quell’elettorato che considera troppo moderati i leader delle rispettive coalizioni.

Più Meloni governa, meno può permettersi il linguaggio della protesta. 

Più Conte e Schlein cercano credibilità come classe dirigente, meno possono parlare il linguaggio della piazza. 

È proprio in quello spazio che prosperano figure come Vannacci e Di Battista.

Il fiume della politica italiana continua a scorrere e,   come avrebbe ricordato Eraclito, nessuno può bagnarsi due volte nella stessa acqua.

E forse chi pensa di poter vincere le prossime elezioni con gli schemi di ieri rischia di scoprire, troppo tardi, quanto Eraclito avesse visto giusto.

Umberto Baldo

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