La democrazia fa paura. Soprattutto ai Partiti

Umberto Baldo
Questa è l’ennesima volta che torno sul tema legge elettorale (https://www.tviweb.it/ennesima-nuova-legge-elettorale-serve-proprio/); lo faccio perché ogni volta che in Italia si torna a parlare di questo tema, gli italiani sbadigliano.
E come dar loro torto?
Da trent’anni il dibattito non riguarda quasi mai la qualità della democrazia, ma gli interessi contingenti dei partiti.
L’obiettivo profondo di ogni maggioranza è rimasto immutato nel tempo: blindare il potere dei gruppi dirigenti, e conservare il privilegio oligarchico di decidere a tavolino chi possa varcare la soglia del Parlamento.
Cambiano le formule, si succedono i nomi esotici dei decreti (oggi si discute dell’ennesima proposta di riforma elettorale avanzata dalla maggioranza di centrodestra) ma la sostanza resta identica.
Le liste rimangono blindate nelle mani dei leader, privando gli elettori del diritto più elementare: scegliere il proprio rappresentante.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un Parlamento popolato da “nominati”, dove il legame di fiducia tra cittadino ed istituzioni è ridotto ai minimi termini, di fatto subordinato a quello fra “eletto-designato” e “Capo” del Partito.
In questo scenario, tuttavia, si consuma un paradosso politico che mi lascia stupefatto.
Il problema della nuova legge elettorale ovviamente divide gli schieramenti, ma è sbalorditivo constatare come le opposizioni di sinistra concentrino tutto il loro fuoco d’artiglieria sul premio di coalizione o di maggioranza, guardandosi bene dal fare delle preferenze una battaglia identitaria e di principio.
È un silenzio che pesa più di molte dichiarazioni, e suggerisce una conclusione difficile da evitare: la preferenza spaventa anche chi, a parole, si proclama paladino del popolo.
Molto meglio, anche a gauche, poter promuovere i fedelissimi, magari scalzando le voci dissenzienti, o anche solo non allineate alla linea dominante.
Eppure, quello delle preferenze non è un mero tecnicismo per addetti ai lavori; è uno dei punti cardine di una “Democrazia” degna di questo nome.
Se i Rappresentanti del popolo, invece di emergere dal voto popolare, vengono scelti o designati dalle oligarchie di partito o, peggio, dal solo Segretario, quale residuo di democrazia stiamo difendendo?
Questa chiusura del sistema produce un effetto devastante che altera la natura stessa delle Forze politiche.
La Costituzione immagina i Partiti come strumenti attraverso cui i cittadini partecipano democraticamente alla vita politica.
Quando però la selezione dei candidati dipende esclusivamente dai vertici, il Partito smette di essere una comunità viva; si trasforma in un circuito chiuso che autoriproduce i propri dirigenti, soffoca il merito, e spegne ogni autentico ricambio.
È proprio questa sterilità a spalancare le porte ai populismi, e ad alimentare la disaffezione.
Un Parlamento in cui il voto serve solo a ratificare decisioni prese altrove perde progressivamente autorevolezza e diventa fragile.
La vera resilienza democratica si costruisce con istituzioni credibili e Partiti aperti, non nelle stanze chiuse dei nominati.
Anche nella maggioranza attuale prevalgono i calcoli di convenienza.
Chi teme il costo delle campagne elettorali, chi gli effetti sugli equilibri interni, chi l’ascesa di candidati troppo autonomi.
Nel frattempo le forze di opposizione, che dovrebbero essere le prime ad alzare gli scudi contro il populismo, chiedendo a viso aperto il ritorno alle preferenze, rimangono alla finestra.
La verità è che senza restituire la scelta agli elettori, senza Partiti capaci di aprirsi alla partecipazione reale, e di parlare la lingua della vita quotidiana dei cittadini, nessuna riforma potrà mai rafforzare lo Stato.
Continuare a preferire la fedeltà al Capo, rispetto al consenso popolare, significa condannare le Istituzioni al declino.
È tempo che la politica, soprattutto quella che si oppone all’andazzo corrente, ritrovi il coraggio della “Democrazia”: perché è l’unico modo per ridare dignità ai cittadini e credibilità alla Repubblica.
Lo so bene che in passato le preferenze hanno favorito clientelismo, voto di scambio ed abusi.
Ma la risposta non può essere sottrarre agli elettori il diritto di scegliere.
La risposta è perseguire chi compra voti, e rendere trasparente la competizione.
Una democrazia non diventa più forte quando teme il giudizio dei cittadini.
Diventa semplicemente meno democratica.
Concludendo, il vero spartiacque non è tra proporzionale e maggioritario.
È tra un Parlamento scelto dagli elettori ed un Parlamento scelto dai Segretari di Partito.















