Il turismo corre ma è straniero: italiani a casa senza “schei”

Tutti a casa a riempire le sagre paesane o i supermarket in vista del picnic dà Ferragosto. Così in Veneto ma pure nel resto d’Italia. L’Italia turistica corre, gli italiani molto meno. È questo il grande paradosso dell’estate 2026: alberghi pieni, città d’arte affollate, località balneari prese d’assalto e un settore che continua a macinare numeri importanti, mentre dietro la fotografia scintillante delle presenze si nasconde un’altra Italia, decisamente meno spensierata, quella di chi riduce le ferie, sceglie soggiorni sempre più brevi, resta a casa oppure arriva perfino a chiedere un prestito pur di concedersi qualche giorno di vacanza. Due Italie che convivono sotto lo stesso ombrellone. Secondo le previsioni Isnart-Unioncamere, tra luglio e agosto sono attese 171,8 milioni di presenze turistiche, con una crescita complessiva del 4,6% rispetto al 2025. Ma il dato più significativo è un altro: oltre 89 milioni di presenze, pari al 52% del totale, saranno straniere. E proprio la componente internazionale dovrebbe crescere dell’8,3%, mentre quella italiana è prevista sostanzialmente stabile. Il turismo italiano, insomma, sta bene, ma questo non significa necessariamente che stiano bene anche gli italiani. Già nei primi mesi dell’anno il divario era evidente: nel primo trimestre 2026 le presenze straniere erano aumentate del 23%, superando i 39 milioni, mentre quelle domestiche erano cresciute molto meno. Contemporaneamente continuavano a salire i prezzi dei servizi turistici, con ristorazione e strutture ricettive sensibilmente più care rispetto a tre anni fa. E quando si passa dalle statistiche turistiche ai bilanci familiari, il quadro cambia drasticamente. L’Osservatorio nazionale di Federconsumatori ha stimato che nell’estate 2026 solo il 44% degli italiani si concederà una vacanza e tra coloro che partiranno oltre la metà sceglierà un soggiorno ridotto tra tre e cinque giorni, spesso appoggiandosi ad amici o parenti. Le diverse indagini disponibili utilizzano metodologie differenti, ma la direzione è piuttosto chiara: il prezzo è diventato la variabile decisiva delle vacanze. Non è difficile capire perché. Federconsumatori calcola che una settimana al mare in alta stagione per una famiglia di quattro persone possa arrivare a costare 6.733 euro, mentre una settimana in montagna sfiora i 4.915 euro e una crociera supera i 6.600. Assoutenti, concentrandosi sul soggiorno alberghiero, segnala che una famiglia con due figli deve spendere mediamente oltre 2.000 euro per sette notti in hotel nella settimana centrale di agosto. Poi ci sono benzina, autostrada, ristoranti, lettini, ombrelloni, gelati e aperitivi, quella lunga sequenza di piccoli e grandi costi che trasforma una settimana di ferie in una voce sempre più pesante del bilancio familiare. Ed ecco il dato forse più impressionante di tutti: nei primi cinque mesi del 2026 sono stati erogati circa 170 milioni di euro di prestiti destinati alle vacanze. La richiesta media è stata di circa 5.400 euro, da restituire mediamente in 50 rate da circa 132 euro al mese, mentre dal 2019 le richieste di finanziamenti per le ferie sono aumentate del 42%. Una vacanza che finisce ad agosto, insomma, ma che qualcuno continuerà a pagare per quattro anni. È probabilmente questo il dato che meglio racconta la crisi del potere d’acquisto italiano. Perché andare in vacanza non è certamente un diritto costituzionale e nessuno può pretendere una settimana in Sardegna o in Costa Smeralda a prezzi popolari, ma quando una quota crescente di famiglie deve ridurre drasticamente i giorni di ferie, affidarsi all’ospitalità dei parenti oppure ricorrere al credito per partire, il problema smette di riguardare soltanto il turismo e riguarda direttamente i redditi. Il risultato è una sorta di turismo a due velocità. Da una parte c’è un’Italia che vende benissimo sé stessa al mondo, con americani, britannici, tedeschi, svizzeri e turisti internazionali che continuano a scegliere il nostro Paese, sostenendo alberghi, ristorazione, commercio e servizi. Ed è naturalmente un’ottima notizia per un comparto fondamentale dell’economia nazionale. Dall’altra c’è una parte sempre più consistente della popolazione residente che guarda quelle stesse località come qualcosa di progressivamente meno accessibile. Gli alberghi possono essere pieni e contemporaneamente le famiglie italiane essere più povere. Le due cose non sono affatto in contraddizione. È questa, forse, la fotografia più significativa dell’estate 2026: un Paese pieno di turisti e con tanti italiani che fanno sempre più fatica a permettersi di essere turisti a casa propria. Il tutto mentre la vacanza, per alcuni, smette perfino di essere un piacere pagato con i risparmi e diventa un consumo comprato a rate. Il turismo italiano brinda ai record. Molte famiglie italiane, invece, fanno i conti. E spesso scoprono che per loro, quest’anno, sotto l’ombrellone non c’è più posto.


















