13 Agosto 2026 - 8.54

Dark tourism, guardoni per curiosità nei luoghi della cronaca nera

C’è stato un tempo in cui, quando decidevamo di fare una gita, cercavamo un bel posto.
Una città d’arte, un borgo medievale, un museo, una montagna, un lago.
Magari anche soltanto una trattoria dove mangiare bene.
Adesso no.
Adesso possiamo prendere la macchina, fare qualche decina, o qualche centinaio, di chilometri per andare a vedere “dove è successo qualcosa”.
Non importa che cosa.
Un delitto, una tragedia familiare, una vicenda giudiziaria, una persona scomparsa, una famiglia diventata improvvisamente famosa, possibilmente suo malgrado.
L’importante è che se ne sia parlato abbastanza in televisione.
Benvenuti nel meraviglioso mondo del dark tourism, il turismo macabro, che detta così sembra quasi una cosa seria, studiata nelle università e analizzata dai sociologi.
In realtà, in versione italiana, potrebbe essere definito più semplicemente come turismo della morbosità.
L’ultima destinazione alla moda, per esempio, sembra essere il paese della cosiddetta “famiglia nel bosco”, quella famiglia salita agli onori della cronaca per aver scelto di vivere in un casolare isolato a Palmoli, in provincia di Chieti (Abruzzo), senza acqua corrente, elettricità né servizi igienici tradizionali.
Uno potrebbe chiedersi: ma cosa c’è da vedere?
Un monumento? Un museo? Un paesaggio straordinario? Un’opera d’arte?
No.
C’è solo il posto dove abitava una famiglia finita al centro della cronaca. E tanto basta.
Perché ormai la televisione non si limita più a raccontarci la realtà; la trasforma in una destinazione turistica.
Prima ci mostra per giorni il luogo, la casa, la strada, il cancello, la radura, il vicino di casa intervistato per la quindicesima volta.
Poi ci racconta ogni dettaglio della vicenda.
Poi arrivano gli inviati, poi gli esperti, poi il plastico, poi i commentatori, poi i collegamenti in diretta.
E alla fine qualcuno pensa bene: “Perché non andarci?”
Ed ecco comparire il turista della cronaca.
Che magari si fa tre ore di macchina per fotografare una staccionata.
Perché, diciamolo, se hai già visto tutto in televisione, sul posto non resta poi molto da vedere.
Ma resta una cosa importantissima: la fotografia.
Il selfie davanti al cancello, l’immagine da pubblicare sui social.
“Io c’ero”.
Come se fosse stato necessario un viaggio in automobile per dimostrare di aver seguito una trasmissione televisiva.
Un tempo si tornava dalle vacanze con le fotografie del Colosseo, della Torre Eiffel o del Grand Canyon.
Adesso si può tornare con quella del cancello di casa di qualcuno finito sulle prime pagine.
La tecnologia, del resto, ci ha insegnato che qualsiasi cosa può diventare un contenuto.
Anche il dolore degli altri, anche la tragedia, anche la stranezza, anche la vita privata.
E qui il fenomeno diventa decisamente meno divertente.
Perché c’è una differenza enorme tra l’interessarsi ad una vicenda di cronaca, e l’andare fisicamente sul posto per guardare da vicino le persone ed i luoghi coinvolti.
La prima cosa è normale.
La seconda comincia ad assomigliare al voyeurismo.
Cogne, Avetrana, Erba: sono soltanto alcuni dei casi italiani nei quali la cronaca ha prodotto una sorta di pellegrinaggio verso luoghi diventati improvvisamente famosi.
E il meccanismo è sempre lo stesso.
La televisione trasforma un luogo reale in un luogo narrativo. Noi lo vediamo per giorni sullo schermo, lo riconosciamo, ci sembra quasi familiare.
Ed a un certo punto nasce la curiosità di andarci.
Come se quella casa, quella strada o quel bosco fossero diventati il set di una fiction.
Solo che non è una fiction.
Le persone che ci abitano non sono attori.
E quello che è accaduto non è una sceneggiatura. È vita vera. Ed è proprio qui che il nostro rapporto con la cronaca mostra qualcosa di abbastanza inquietante. Siamo diventati bravissimi a consumare le tragedie.
Le guardiamo mentre mangiamo, le commentiamo, le condividiamo, le discutiamo sui social, le trasformiamo in podcast, documentari, serie televisive, plastici, talk show.
E adesso, quando possibile, ci andiamo anche fisicamente.
Una volta il turismo cercava la bellezza; adesso, qualche volta, cerca l’anomalia.
Il turista non vuole più soltanto vedere ciò che è bello. Vuole vedere ciò che è strano, ciò che è inquietante, ciò che è proibito, ciò che gli consente di avvicinarsi al male senza correre alcun rischio.
È una specie di brivido a buon mercato.
Vado a vedere il luogo della tragedia, mi guardo intorno, faccio una fotografia e poi torno a casa, dove tutto è normale.
In qualche modo è anche un modo per esorcizzare la paura.
Ma c’è un particolare che tendiamo a dimenticare.
Per chi vive lì, quella non è un’attrazione turistica.
È casa, è il paese dove si vive, è la strada che si percorre ogni giorno, è il bar dove si prende il caffè, è il negozio dove si fa la spesa.
E improvvisamente arrivano automobili, giornalisti, curiosi, telecamere, fotografi improvvisati e turisti della tragedia.
Il piccolo paese diventa un set, gli abitanti diventano comparse, la privacy diventa un ostacolo alla curiosità, ed il dolore degli altri diventa, incredibilmente, una forma di intrattenimento.
Naturalmente non tutti quelli che visitano questi luoghi sono persone prive di sensibilità.
La curiosità umana è normale.
Il problema nasce quando la curiosità perde completamente il senso del limite.
Quando non ci si chiede più “che cosa sto guardando?”, ma soltanto “che cosa posso fotografare?”
È una differenza importante.
Perché il diritto di cronaca riguarda ciò che è di interesse pubblico, ma non significa che tutto ciò che diventa pubblico debba diventare anche pubblicamente visitabile, fotografabile e consumabile.
E forse sarebbe utile ricordarcelo.
Perché dietro ogni caso di cronaca ci sono persone vere, non personaggi, non protagonisti di una serie televisiva, non comparse di un plastico.
Persone. Con le loro paure, i loro dolori, le loro debolezze. E magari con il semplice desiderio di tornare, prima o poi, a vivere una vita normale.
C’è però un’altra cosa che questo nuovo turismo racconta.
Racconta molto di noi.
Perché se un luogo privo di particolari attrattive storiche, artistiche o paesaggistiche riesce improvvisamente a riempirsi di visitatori soltanto perché è diventato famoso in televisione, significa che la notorietà mediatica è ormai diventata una forma di attrazione turistica.
Non importa più ciò che un luogo è; importa ciò che abbiamo visto raccontare di quel luogo.
La realtà, insomma, sembra aver bisogno della televisione per diventare interessante.
E qui c’è una piccola ironia. Per secoli gli uomini hanno viaggiato per vedere il mondo.
Adesso rischiamo di viaggiare per vedere quello che abbiamo già visto in televisione.
Con una differenza fondamentale.
Davanti al televisore possiamo cambiare canale. Davanti alla casa di qualcun altro, invece, sarebbe bene ricordarsi che non abbiamo il diritto di cambiare la vita di chi ci abita soltanto perché la sua storia ci incuriosisce.
Altrimenti il prossimo passo sarà organizzare i pacchetti turistici.
“Weekend del delitto: due notti, colazione inclusa e selfie davanti al cancello”.
E conoscendo il mercato, qualcuno prima o poi potrebbe davvero trovarlo un modello di business.
Umberto Baldo

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