Dalla frontiera di Trump alla spiaggia di Riccione: quando l’incubo diventa propaganda

La politica della paura ha una caratteristica curiosa: non ha bisogno necessariamente di grandi numeri, bensì di grandi immagini.
Un esercito alle porte. Un Paese assediato. Una spiaggia trasformata in simbolo di un futuro da incubo.
La comunicazione politica, da sempre, conosce il potere delle metafore.
Ma nell’epoca dei social le metafore diventano immagini surreali, spesso costruite con l’intelligenza artificiale, capaci di arrivare in pochi minuti a centinaia di migliaia di persone.
Perché, evidentemente, l’essere umano davanti ad una fotografia falsa reagisce più velocemente che davanti ad un rapporto statistico.
La razionalità, povera lei, non ha mai avuto lo stesso budget pubblicitario della paura.
Ne abbiamo avuto un esempio nelle parole di Donald Trump dopo i fatti di Ceuta, dove migliaia di migranti hanno tentato di entrare nell’enclave spagnola.
“Ho visto la Spagna ed ho assistito alla catastrofe che è accaduta”, ha dichiarato Trump, descrivendo la situazione come una sorta di invasione di un Paese da parte di centinaia di migliaia di persone, e sostenendo che “qualcosa di simile potrebbe accadere agli Stati Uniti se i Repubblicani non dovessero vincere”.
Al di là del giudizio politico, colpisce soprattutto il linguaggio utilizzato.
Non si parla più di immigrazione illegale, di controllo delle frontiere, di accordi internazionali, di integrazione o di sicurezza.
Temi reali, complessi, sui quali i Governi hanno il dovere di intervenire.
Si parla invece di “invasione”.
Una parola che appartiene al vocabolario delle guerre, non a quello delle politiche migratorie.
Ed una volta che si trasforma un fenomeno sociale in una guerra immaginaria, il passo successivo è semplice: chi arriva da fuori non è più una persona da identificare, valutare, eventualmente accogliere o respingere secondo le leggi.
Diventa il nemico.
Un meccanismo simile, anche se in un contesto diverso, emerge dal caso del video apparso qualche giorno fa su TikTok su una pagina denominata “Legaofficial”.
Un filmato costruito come scenario distopico mostra una spiaggia immaginaria spacciata per Riccione, popolata esclusivamente da persone dalla pelle nera, accompagnata da un messaggio politico che collega quella rappresentazione “al fatto che Matteo Salvini non è Ministro dell’Interno”.
Non sappiamo chi abbia realizzato quel contenuto, né se ci sia, e quale sia, il rapporto effettivo tra quella pagina ed il Partito della Lega.
Saranno gli eventuali chiarimenti a stabilirlo.
Ma un dato rimane: un canale con spunta blu, oltre 200 mila follower, grafiche e denominazione apparentemente sovrapponibili a quelle ufficiali, e pare seguito anche dal profilo ufficiale di Matteo Salvini, ha diffuso un contenuto che ha raggiunto oltre trecentomila visualizzazioni.
Ed è proprio questo il problema.
Perché una cosa è discutere seriamente di immigrazione.
Un’altra è costruire un futuro immaginario nel quale il colore della pelle diventa automaticamente il simbolo del degrado.
La sindaca di Riccione Daniela Angelini ha parlato di “razzismo estremo che infanga la nostra città” e di un’offesa ai valori costituzionali, che stabiliscono l’uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione alcuna. Chiedendo ovviamente che il Vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini prenda subito le distanze da quel contenuto, si scusi ufficialmente con la città di Riccione, e ne ordini l’immediata rimozione.
Ma al di là delle valutazioni giuridiche, resta una domanda politica: quale idea di società viene trasmessa?
Perché una democrazia può discutere anche animatamente di sicurezza, confini ed accoglienza. Deve farlo.
Ma c’è una linea che non dovrebbe mai essere superata: quella che separa la critica ad un fenomeno dalla disumanizzazione delle persone coinvolte.
La storia insegna che le società entrano in territori pericolosi quando iniziano a rappresentare interi gruppi umani come una minaccia indistinta.
Il migrante diventa allora non più un individuo con una storia, ma un elemento di una scenografia dell’angoscia.
Una spiaggia piena di persone nere può diventare così, nell’immaginario costruito dalla propaganda, la fotografia di un futuro da evitare.
Poco importa che quella spiaggia non esista, che quel futuro sia inventato, e che la realtà sia infinitamente più complessa.
La paura non chiede prove. Chiede solo immagini.
E proprio qui sta la responsabilità della politica: governare le paure dei cittadini, non alimentarle.
Badate bene che qui non si tratta di essere favorevoli alla politica delle “porte aperte”, ed io non lo sono, ma di capire che un Paese serio non si difende creando nemici immaginari.
Si difende affrontando problemi reali con strumenti reali.
Anche perché, alla fine, le invasioni più pericolose non sempre arrivano dai confini.
A volte entrano dagli schermi dei nostri telefoni.
Umberto Baldo


















