6 Agosto 2026 - 12.06

Non è morto solo Guccini, è un pezzo di noi che se ne va

Non è morto solo Guccini. Con lui se ne va un altro pezzo di noi.

Umberto Baldo

C’è un silenzio che pesa più del rumore.
E’ quello che resta quando se ne va qualcuno che, senza aver mai bussato alla nostra porta, ha abitato la nostra vita per cinquant’anni.
La notizia che ho appena letto è di quelle che creano un vuoto nell’aria, di quelle che fanno risuonare il silenzio più di mille chitarre esplose.
Se n’è andato per sempre un pezzo di noi, di quella giovinezza vissuta a pugni chiusi e a bocca aperta, cantando a squarciagola nelle stanze piene di fumo e candele, o nei prati dei primi festival, mentre il mondo intorno correva forte e cercava di cambiarci.
Con Francesco Guccini non scompare soltanto un cantautore.
Si spegne una voce che ci accompagnava da quando avevamo i capelli lunghi, pochi soldi in tasca e l’ingenuità di credere che il mondo si potesse ancora cambiare.
Noi siamo stati una generazione fortunata.
Siamo nati mentre arrivava la rivoluzione del rock.
Abbiamo visto i Beatles spalancare le finestre del Novecento e i Rolling Stones insegnare che qualche regola poteva anche essere presa a calci.
Ma dall’altra parte, noi avevamo bisogno di parole per capire chi fossimo davvero.
E per quello, la Provvidenza o il destino ci hanno dato i poeti; Fabrizio De Andrè e Francesco Guccini.
Mentre Faber ci insegnava la pietà per gli ultimi, gli emarginati e le anime smarrite nei carruggi, Francesco era la nostra coscienza ruvida, il profeta di montagna, l’oste filosofo con la barba spessa e il bicchiere di vino sempre a portata di mano.
Guccini non cantava semplicemente: scolpiva con le parole, ragionava ad alta voce.
E noi, senza quasi accorgercene, ragionavamo con lui.
Abbiamo gridato Dio è morto quando eravamo troppo giovani per capire davvero tutto quello che quelle parole significavano. Ma sentivamo che dentro c’era qualcosa che ci apparteneva. Era rabbia, era speranza, era il rifiuto dell’ipocrisia di un mondo che pretendeva di insegnarci tutto senza ascoltare nulla.
Poi arrivava La Locomotiva.
Ogni volta sembrava che quel treno potesse davvero sfondare il muro delle ingiustizie.
Oggi sappiamo che il mondo non si cambia con una canzone.
Ma sappiamo anche che senza certe canzoni forse saremmo diventati persone peggiori.
Guccini ci ha lasciato in eredità molto più della sua musica.
Ci ha lasciato l’odore delle osterie di via Paolo Fabbri, la nebbia della pianura, le discussioni infinite davanti a un bicchiere di vino, le amicizie che sembravano eterne, gli amori che credevamo immortali.
Se ne va un modo di fare musica che non aveva bisogno di effetti speciali, ma solo di tre accordi di chitarra arpeggiata, una voce graffiata dal fumo e dalla vita, e una poesia così densa da farti venire i brividi lungo la schiena.
È il tempo dell’amarcord, ed è un amarcord che brucia.
Perché salutare Francesco Guccini significa salutare la meglio gioventù che siamo stati, i sogni che abbiamo inseguito, i compagni di strada che abbiamo perso lungo la via.
Significa guardare indietro e riconoscere che quelle canzoni sono state la colonna sonora della nostra maturità, il dizionario con cui abbiamo imparato a chiamare le cose con il loro nome: la giustizia, l’amore, la nostalgia, la morte, la dignità.
Oggi la locomotiva ha tirato il freno nella sua ultima stazione.
Ma il fischio della sua freccia continua a risuonare dentro di noi.
Francesco ha insegnato che la nostalgia non è una malattia. È il prezzo che si paga per avere vissuto davvero.
Per questo apprendere che non c’è più fa così male.
Perché non stiamo salutando soltanto Francesco Guccini.
Stiamo salutando la parte migliore di noi stessi.
Quei ragazzi che eravamo, quelli che cantavano senza vergognarsi, che parlavano di politica fino alle due di notte, che si innamoravano con una facilità disarmante e che pensavano che la cultura potesse ancora cambiare una persona.
Molti di quei compagni di viaggio non ci sono più.
Altri sono diventati nonni.
Altri ancora li incontriamo soltanto nelle fotografie ingiallite.
Eppure basta che partano poche note di una sua canzone perché tornino tutti lì. Come se il tempo, per qualche minuto, decidesse di fare marcia indietro.
Si dice che gli uomini muoiano due volte: quando smettono di respirare e quando nessuno li ricorda più.
Francesco Guccini, questa seconda morte, non la conoscerà mai.
Finché qualcuno, in una sera qualsiasi, prenderà una chitarra, stapperà una bottiglia di rosso e comincerà a cantare una sua canzone, lui sarà ancora seduto a quel tavolo. Con la barba, il sorriso appena accennato e quell’aria di chi aveva capito il mondo senza mai pretendere di aggiustarlo.
E noi saremo ancora lì con lui.
Per qualche minuto.
Giovani, ancora una volta.
Anche se astemio (chissà come mi avrebbe apostrofato Guccini) alzo quel bicchiere di rosso. Per Francesco, per Fabrizio, per noi.
E per quel tempo irripetibile in cui la musica aveva la forza di cambiare il mondo, o almeno di salvarci l’anima.
Umberto Baldo

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