6 Agosto 2026 - 8.27

Moda, la vera donna, il vero uomo dello stilista è il mercato

Avete presente quei servizi televisivi sulle ultime sfilate di Milano o Parigi?
Quelle immagini patinate accompagnate da voci solenni, dove ogni abito improvvisamente smette di essere un abito e diventa una “riflessione sulla società”, una “ricerca sull’identità”, quasi una rivelazione sul futuro dell’umanità?
Lo stilista di turno, ci spiegano, “racconta la donna del 2027”.
E ogni volta mi viene da sorridere.
Non per mancanza di rispetto verso la moda, che è una delle forme più antiche attraverso cui l’uomo comunica se stesso.
Mi viene da sorridere perché quella donna ideale, misteriosa e rivoluzionaria, ha una caratteristica straordinaria: cambia continuamente.
Nel 2025 era minimalista, rigorosa, essenziale.
Nel 2026 è diventata romantica, avvolta in tessuti morbidi e linee fluide.
Nel 2027 sarà probabilmente un’altra creatura ancora.
Una trasformazione antropologica che, curiosamente, coincide sempre con l’arrivo della nuova collezione e con la necessità di aprire nuovamente il portafoglio.
Una coincidenza, naturalmente.
La moda vive di miracoli. E i miracoli, si sa, arrivano puntualmente ogni stagione.
Parlo da profano.
Per me, uomo dalla concretezza un po’ antica, un abito conserva ancora una funzione piuttosto semplice: le scarpe servono per camminare, il cappotto per ripararsi dal freddo, i pantaloni per coprire le gambe.
Non significa non apprezzare la qualità.
Un bel taglio, un tessuto pregiato, una lavorazione artigianale sono espressioni di talento e cultura.
La storia dimostra che alcuni grandi stilisti hanno davvero cambiato il modo di vestire, e perfino il modo in cui una società percepisce il corpo, il ruolo delle donne, il rapporto tra individuo e immagine.
Ma le vere rivoluzioni sono rare.
Molto più spesso la moda funziona come una ruota.
Gira.
Non procede sempre verso qualcosa di nuovo: recupera, mescola, ripropone.
Tornano gli anni Settanta, poi gli Ottanta, poi i Novanta. Ritornano le spalline, i pantaloni larghi, le giacche oversize, i colori e le forme già conosciuti dalle generazioni precedenti.
Il passato viene recuperato, lucidato, ribattezzato e restituito al mercato con una confezione nuova. Il vecchio diventa vintage. Il già visto diventa iconico. Il riciclo diventa innovazione.
E una generazione con poca memoria storica finisce spesso per scambiare la ripetizione per rivoluzione.
Ma il punto vero non è nemmeno questo.
Il punto è il meccanismo economico che sostiene tutto il sistema.
La moda, come molte industrie contemporanee, non può limitarsi a vendere prodotti.
Deve vendere desideri.
Perché una giacca acquistata l’anno scorso è ancora una giacca. Magari è ancora perfetta, elegante, funzionale.
Il problema è proprio questo. Se dura troppo, il mercato ha un problema.
Per convincere qualcuno a comprarne un’altra bisogna allora trasformare ciò che possiede in qualcosa di superato.
Non deve “essere” vecchio. Deve “sembrare” vecchio.
Nasce così quella che potremmo definire l’industria dell’inadeguatezza.
Il messaggio implicito è semplice: non sei abbastanza moderno, non sei abbastanza aggiornato, non appartieni più al presente.
L’oggetto non perde valore perché si è consumato; lo perde perché qualcuno ha deciso che non rappresenta più il momento.
È l’obsolescenza programmata applicata al guardaroba.
Bisogna alimentare il movimento continuo: collezioni stagionali, pre-fall, capsule collection, eventi, campagne pubblicitarie.
Una macchina perfetta nella quale il prodotto conta, ma conta ancora di più il desiderio di possederlo.
Già alla fine dell’Ottocento il sociologo ed economista Thorstein Veblen aveva individuato un meccanismo simile parlando di “consumo vistoso”: molti beni non vengono acquistati soltanto per la loro utilità, ma perché comunicano posizione sociale, successo, appartenenza.
La moda moderna ha portato questo meccanismo ad una dimensione enorme.
Non compriamo soltanto un vestito. Compriamo un’immagine. Compriamo la promessa di essere più giovani, più interessanti, più accettati. Compriamo, soprattutto, l’illusione di poter diventare qualcun altro.
Sarebbe però troppo semplice attribuire tutta la responsabilità agli stilisti, alle aziende o alla pubblicità.
Loro fanno il loro mestiere: creare desideri e trasformarli in vendite.
La scelta finale resta anche nelle nostre mani. Il mercato propone, ma il consumatore decide.
Nessuno ci obbliga a cambiare guardaroba ogni stagione. Nessuno ci impone di sentirci inadeguati perché una rivista, un influencer o una passerella ci suggeriscono che il nostro modo di vestire appartiene ormai al passato.
Ogni acquisto è una scelta. Ogni scelta premia un certo modello economico.
Possiamo inseguire ogni nuova tendenza oppure recuperare un’idea più antica di eleganza: quella che non dipende dalla data sull’etichetta, ma dalla qualità, dalla misura e dalla capacità di restare fedeli a se stessi.
Perché la vera eleganza non ha bisogno di essere aggiornata ogni sei mesi.
La moda continuerà naturalmente a raccontarci che ogni stagione nasce una donna nuova.
La realtà è molto meno poetica.
Ogni stagione deve semplicemente far nascere un nuovo cliente.
Perché la “donna dello stilista” non esiste.
Esiste una persona reale, con i suoi gusti e la sua personalità.
E, soprattutto, esistono sempre gli schei.
Il vero lusso, forse, oggi consiste proprio nel non avere bisogno di essere continuamente convinti di dover diventare qualcun altro.
Umberto Baldo

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