Il mezzo litro d’acqua a 2,90 euro e la morale perduta del mercato

Umberto Baldo
“Chiare, fresche et dolci acque” cantava il Petrarca. “Laudato si’, mi’ Signore, per sor’ Aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta” invocava San Francesco d’Assisi nel suo Cantico.
Per secoli, la nostra cultura e la nostra sensibilità hanno riconosciuto all’acqua un valore quasi sacro: elemento naturale primario, fonte di vita, simbolo stesso dell’accoglienza e del ristoro per chiunque si trovi in cammino.
Poi arriva il viaggiatore contemporaneo.
Varca i controlli di sicurezza di un aeroporto, si ferma in un’area di servizio autostradale, entra in una stazione ferroviaria.
La poesia finisce davanti allo scaffale di un bar e lascia spazio allo scontrino.
La “sora acqua” perde improvvisamente la sua umiltà francescana e si trasforma in un piccolo bene di lusso: 2,90 euro per una bottiglietta da mezzo litro.
Quasi tre euro per mezzo litro d’acqua.
Un prezzo che arriva a superare quello di molte bibite zuccherate o gassate., e di molto quello dei carburanti.
Ed il paradosso è evidente: in un’epoca nella quale tutti ci ricordano quanto sia importante idratarsi, il semplice atto di bere diventa una spesa da valutare.
A sollevare il caso è stato nei giorni scorsi l’infettivologo Matteo Bassetti, denunciando sui social il prezzo pagato all’aeroporto di Milano Malpensa.
Ma la sua protesta va oltre il singolo episodio.
Ha dato voce ad una sensazione diffusa: quella di milioni di cittadini che, ogni giorno, si trovano davanti a prezzi fuori misura nei luoghi dove la scelta è praticamente azzerata.
Perché il problema non è soltanto il costo dell’acqua.
Il problema è la libertà del consumatore.
In una situazione normale il cittadino può scegliere.
Se una bottiglia costa troppo, cambia esercizio, percorre cento metri, cerca un’alternativa.
In aeroporto o in autostrada, invece, la situazione è diversa.
Chi ha sete, chi viaggia con bambini, chi aspetta un volo o affronta un lungo viaggio, spesso non ha alternative reali.
Non è un cliente libero: è un cliente obbligato.
Ed è qui che la questione smette di essere una semplice lamentela sul caro prezzi e diventa un tema di equilibrio tra mercato ed interesse pubblico.
Sia chiaro: nessuno mette in discussione il diritto di un’impresa a guadagnare.
Gli aeroporti hanno costi elevati, le concessioni commerciali hanno prezzi importanti, la gestione di un punto vendita in un’infrastruttura complessa non è paragonabile a quella di un supermercato sotto casa.
Ma c’è un dettaglio che non può essere ignorato: aeroporti, autostrade e stazioni non sono semplici centri commerciali.
Sono luoghi strategici, infrastrutture nate per garantire servizi ai cittadini e funzionanti grazie a concessioni pubbliche.
Quando lo Stato affida ad un privato la gestione di uno spazio pubblico, non deve limitarsi ad incassare il canone.
A mio avviso deve anche stabilire alcune regole di civiltà.
Non sarebbe uno scandalo prevedere nei contratti di concessione l’obbligo di garantire acqua potabile gratuita, o almeno un formato essenziale ad un prezzo ragionevole, tipo mezzo euro per mezzo litro.
Non sarebbe il ritorno dello Stato padrone, ma il riconoscimento di un principio semplice: esistono beni e servizi che, pur restando dentro il mercato, non possono essere trattati come una qualsiasi merce.
Perché una società moderna non si misura soltanto dalla ricchezza che produce, ma anche dal modo in cui protegge i bisogni elementari delle persone.
Il profitto è legittimo.
Anzi, è il motore che permette alle economie di crescere.
Ma quando la posizione di forza permette di trasformare la necessità in una rendita, allora qualcosa si rompe, e si salta alla speculazione pura.
La bottiglietta a 2,90 euro non è soltanto una bottiglietta.
È il simbolo di un mercato che qualche volta dimentica che dall’altra parte dello scontrino non c’è soltanto un cliente, ma una persona.
Ed una società che mette un prezzo sproporzionato persino alla sete rischia di perdere qualcosa di più importante di qualche centesimo: rischia di perdere il senso della misura.
Umberto Baldo


















