3 Agosto 2026 - 9.08

Per la sinistra italica la fede in Sánchez resiste ai fatti

Umberto Baldo

C’è un fenomeno curioso nella politica italiana.

Ogni volta che il centrosinistra vuole dimostrare che esiste un modo migliore di governare, guarda oltre le Alpi. 

Non a Berlino, non a Parigi, non a Varsavia. Adesso guarda a Madrid. 

E puntualmente compare Pedro Sánchez, elevato al rango di modello europeo, di progressista illuminato, di statista da imitare.

Ho già avuto modo di scrivervi che per la sinistra italiana, Sánchez è diventato una specie di santo laico (https://www.tviweb.it/san-pedro-de-madrid-il-nuovo-santo-straniero-della-sinistra-italiana/).

Se in Spagna il carburante costa meno, è merito suo. Se l’economia cresce, è merito suo. Se vengono approvate riforme sociali, è merito suo. 

E quando qualcosa non funziona, il problema diventa improvvisamente l’Europa, la congiuntura internazionale o l’opposizione di destra e “fascisti”.

Il culto di San Pedro, insomma, resiste a qualsiasi evidenza.

Sapete che amo molto la Spagna ed apprezzo  la qualità della vita  e l’efficienza della burocrazia iberica, ma questo non mi impedisce di  osservare la realtà spagnola con un minimo di distacco, per scoprire un quadro assai meno edificante.

Pedro Sánchez governa senza riuscire ad approvare una legge di Bilancio da tre anni. Un’anomalia che, in qualunque democrazia parlamentare europea, verrebbe considerata il sintomo di una maggioranza ormai esaurita.

Non solo.

In tutte le ultime consultazioni amministrative il Partito Socialista ha perso il controllo di buona parte delle Comunità autonome e di molte grandi città. 

Alle ultime elezioni politiche il Partito Popolare è risultato la prima forza del Paese. 

Sánchez è rimasto alla Moncloa non perché abbia vinto, ma perché è riuscito a costruire, dopo il voto, una maggioranza parlamentare estremamente eterogenea.

È qui che entra in gioco la particolarità della Costituzione spagnola.

La cosiddetta “sfiducia costruttiva” impedisce di far cadere un Governo se non esiste contemporaneamente una maggioranza pronta a sostituirlo. 

È una norma concepita per garantire stabilità istituzionale dopo il franchismo, che ha impedito crisi al buio, svolgendo così un ruolo importante nel consolidamento della democrazia spagnola.

Ma oggi produce anche un effetto politico evidente: un Capo di Governo può restare in carica pur non disponendo della forza necessaria per governare con continuità.

Ed è esattamente ciò che accade a Sánchez.

Ogni provvedimento diventa una trattativa. Ogni voto richiede una negoziazione. 

Ogni legge dipende dall’umore dei partiti regionalisti baschi e catalani, alcuni dei quali hanno posizioni ideologiche di destra, ed hanno come obiettivo dichiarato un progressivo distacco dallo Stato spagnolo.

Per mantenere quella maggioranza Sánchez è arrivato perfino a concedere l’amnistia ai dirigenti del processo indipendentista catalano del 2017, una scelta che fino a pochi mesi prima lui stesso giudicava incostituzionale. 

Non è un giudizio morale. È la dimostrazione del prezzo politico richiesto dalla sopravvivenza parlamentare.

Quindi quella di Sanchez non è una maggioranza politica.

È un equilibrio precario costruito sulla convenienza reciproca.

L’esempio delle accise racconta perfettamente questa situazione.

In questi giorni il centrosinistra italiano indica la Spagna come esempio virtuoso, accusando il Governo Meloni di non aver seguito la strada di Sánchez.

Peccato che la realtà sia diversa.

Madrid avrebbe dovuto equiparare l’accisa sul gasolio a quella della benzina, come previsto dagli impegni assunti con Bruxelles nel Piano di Ripresa. Non lo ha fatto. Non perché non lo ritenesse opportuno, ma perché il Governo sa di non avere i voti necessari per approvare una misura impopolare.

La Commissione europea ha persino congelato una parte dei fondi del PNRR destinati alla Spagna proprio a causa del mancato rispetto di quell’impegno.

Eppure nessuno, in Italia, cita questo particolare.

Lo stesso Pedro Sánchez, indicato come punto di riferimento della sinistra pacifista europea, ha autorizzato un incremento della spesa per la difesa di ben 10,471 miliardi di euro in un solo anno, portando gli stanziamenti dal 1,4% al 2% del PIL e realizzando uno degli aumenti più consistenti dell’intera NATO.  La decisione è stata adottata dal Consiglio dei ministri senza una preventiva approvazione di una nuova legge di bilancio da parte del Parlamento,proprio perché il Governo non dispone di una maggioranza stabile. 

La scelta ha provocato forti tensioni anche all’interno della stessa maggioranza, in particolare con gli alleati di Sumar, contrari all’aumento delle spese militari (immaginatevi cosa farebbero Elly Schlein e Company se il Governo Meloni decidesse di comprare armi bypassando il Parlamento)

Pochi ricordano anche che la Spagna socialista è costretta periodicamente a fronteggiare crisi migratorie drammatiche come quella di Ceuta. Quando migliaia di persone tentano di entrare dal Marocco, il Governo Sánchez non risponde con gli slogan dell’accoglienza illimitata che una parte della sinistra italiana ama predicare. 

Rafforza i controlli, negozia con Rabat, effettua rimpatri  massivi e difende le frontiere.

Perché il confine, quando si governa, smette di essere un concetto ideologico e torna ad essere un problema concreto.

Ma secondo la nostra gauche quando governa la destra ogni scelta viene descritta come un tradimento; quando la stessa scelta viene compiuta da Sánchez, diventa improvvisamente pragmatismo.

È il miracolo della doppia morale (che sorvola ad esempio sul fatto che in Spagna l’energia costa meno che da noi perché gli spagnoli si sono tenute ben strette le centrali nucleari). 

Naturalmente tutto questo non significa che Pedro Sánchez sia un cattivo politico.

Al contrario.

Pur avendo il Partito squassato dagli scandali, che hanno coinvolto anche i suoi familiari, ha dimostrato una straordinaria abilità tattica, una notevole capacità negoziale ed un istinto di sopravvivenza che molti leader europei gli invidiano.

Ma un conto è riconoscerne il talento tattico, un altro è trasformarlo nel modello universale della buona politica.

Perché un Governo incapace di approvare il proprio bilancio, costretto a trattare ogni settimana con una costellazione di partiti territoriali, e sopravvissuto soprattutto grazie all’assenza di un’alternativa parlamentare, non rappresenta necessariamente un esempio da esportare.

Forse rappresenta soltanto un sistema istituzionale che consente di restare al potere molto più a lungo di quanto il consenso politico suggerirebbe.

Il vero miracolo di San Pedro, allora, non è quello di aver risolto i problemi della Spagna.

È quello di essere riuscito a convincere una parte della sinistra italiana che, qualunque cosa accada a Madrid, la risposta giusta è sempre la stessa.

E la cosa curiosa è quella che più la realtà smentisce il mito, più il mito diventa necessario.

Amen.

Umberto Baldo

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