Il caro carburante ci ammazzerà: è la fine di un’epoca

La favola del carburante economico. La politica nasconde la fine di un’epoca
Prendete i giornali italiani in questi giorni.
Le foto a tutta pagina dei distributori con benzina e diesel oltre i 2,50 euro al litro sono perfette per alimentare l’indignazione quotidiana.
Poco importa che si tratti spesso di prezzi da rete autostradale o di casi limite: la realtà è che il costo dei carburanti continua a salire, e non soltanto in Italia.
Basta confrontare i prezzi con quelli dei nostri principali partner europei per capire che non siamo di fronte a una peculiarità italiana. In Germania, Francia e Spagna i listini viaggiano su livelli analoghi (basta fare qualche ricerca in Rete), con differenze legate soprattutto alla diversa pressione fiscale.
Ila verità è che nessun Paese europeo, oggi, fare il pieno è un’operazione leggera per il portafoglio.
Ma la vera notizia di questa ennesima “crisi del carburante” non è il prezzo alla pompa.
È lo spettacolo deprimente della politica.
Un copione stanco che si ripete identico ad ogni aumento dei prezzi, con ruoli alternati ma con una sceneggiatura sempre uguale.
Da una parte un’Opposizione che accusa il Governo di provocare un massacro sociale. Sparare sull’Esecutivo quando benzina e gasolio aumentano è sempre facile: è quasi come sparare sulla Croce Rossa.
La soluzione proposta è immancabilmente la stessa: utilizzare il presunto surplus di IVA incassato dallo Stato per calmierare i prezzi.
Peccato che bastino pochi calcoli per capire che si tratta, nella migliore delle ipotesi, di un intervento marginale.
Anche ipotizzando una riduzione fiscale significativa, il risultato sarebbe quello di abbassare il prezzo di pochi centesimi.
Passare, per esempio, da 2,50 a 2,44 euro al litro può forse produrre un titolo di giornale, ma cambia poco o nulla nella vita quotidiana delle famiglie.
È un pannicello caldo presentato come una cura miracolosa.
Dall’altra parte c’è un Governo che conosce perfettamente il problema, ma si trova davanti alla solita realtà dei conti pubblici italiani: ogni euro di entrata fiscale diventa prezioso (. Quell’extra-gettito che oggi viene indicato come un tesoretto da restituire ai cittadini, domani serve per finanziare la spesa pubblica, coprire promesse elettorali od evitare nuove tensioni sui bilanci ( ma vedrete che Giorgia Meloni finirà inevitabilmente per cedere alle pressioni)
La politica, insomma, recita la sua parte. Gli uni promettono di abbassare i prezzi. Gli altri promettono di proteggere i conti.
Ma nessuno ha il coraggio di dire la verità.
E la verità è molto più scomoda di qualche centesimo di sconto fiscale.
Per decenni la politica occidentale, di qualunque colore, ha costruito il consenso su una promessa implicita: energia abbondante, carburanti economici, crescita continua, consumi senza limiti.
Abbiamo vissuto in un mondo nel quale sembrava normale poter viaggiare sempre di più, riscaldare e raffreddare case sempre più grandi, acquistare prodotti arrivati dall’altra parte del pianeta pagando trasporti quasi irrilevanti.
Abbiamo scambiato una condizione storica eccezionale per un diritto acquisito.
Ma non era un diritto.
Era il risultato di un equilibrio geopolitico favorevole, di mercati energetici relativamente stabili e di una disponibilità di risorse che oggi non possiamo più dare per scontata.
La prima grande favola che la politica dovrebbe smettere di raccontare è quindi questa: l’energia a basso costo non è garantita per sempre.
Se finora non abbiamo pagato la benzina 3 euro o più al litro, è anche perché negli ultimi anni gli Stati occidentali hanno utilizzato le proprie riserve petrolifere strategiche per assorbire gli shock dei mercati e contenere gli aumenti.
Ma le riserve, per definizione, non sono infinite.
Sono un salvagente da usare nelle emergenze, non una soluzione permanente.
Ed oggi il quadro internazionale non lascia spazio a grandi illusioni.
La guerra in Ucraina dura ormai da anni. Il Medio Oriente continua ad essere una polveriera. Le rotte commerciali fondamentali sono diventate vulnerabili: prima Hormuz poi Bab el-Mandeb, due dei passaggi più importanti per il commercio mondiale dell’energia.
In questo scenario pensare che i prezzi dei carburanti possano tornare stabilmente ai livelli del passato significa vendere agli elettori una promessa che nessun Governo può mantenere.
La colpa della politica non è soltanto quella di non riuscire a risolvere il problema.
È quella di fingere che il problema non esista.
Una classe dirigente seria dovrebbe preparare i cittadini a un cambiamento profondo: probabilmente l’epoca dell’energia sempre disponibile e sempre economica sta finendo.
Non è una questione ideologica. Non è una battaglia tra ambientalisti e consumisti negazionisti. È la realtà dei numeri, della geopolitica e delle risorse.
Come accadde durante la crisi energetica degli anni Settanta, potremmo essere costretti a cambiare abitudini. Non perché qualcuno ce lo impone dall’alto, ma perché le condizioni del mondo ci obbligheranno a farlo.
Ridurre gli sprechi. Usare l’automobile con maggiore attenzione. Valutare se ogni spostamento sia davvero indispensabile. Recuperare una certa cultura della moderazione.
Sono concetti poco popolari, perché la politica moderna preferisce distribuire promesse invece di spiegare limiti.
Dire la verità richiederebbe leadership, maturità e il coraggio di trattare i cittadini da adulti.
Ma in un sistema dove ogni problema deve avere una soluzione immediata, ogni costo deve essere cancellato e ogni difficoltà trasformata in colpa di qualcun altro, dire la verità è diventato quasi un atto rivoluzionario.
La politica continua a promettere carburante economico.
Peccato che il petrolio, la geopolitica e la matematica dei conti pubblici non partecipino alle campagne elettorali.
E, prima o poi, presentano sempre il conto,
A settembre quasi sicuramente la cosa sarà ancora più palese.
Umberto Baldo


















