Unicredit-CommerzBank. Il “fattore 50%” che piega le rigidità teutoniche

Umberto Baldo
C’è qualcosa di profondamente terapeutico nel guardare la dura Realpolitik che piega le rigidità teutoniche al sole del libero mercato.
Per mesi, la narrazione ufficiale attorno alla scalata di UniCredit su Commerzbank ha cavalcato i toni dell’epica wagneriana: un’apocalisse finanziaria imminente, l’assalto dei barbari italiani alle porte di Francoforte, la difesa disperata della fortezza economica nazionale.
Mancavano solo i corni da guerra.
Poi, si sa, le regole eterne della politica – che non guardano in faccia a nessun passaporto e rispondono al brutale pragmatismo della matematica – hanno fatto il loro ingresso virtuale.
La realtà ha bussato alla porta della Cancelleria con le sembianze di un rotondo, inequivocabile 50%.
Di fronte ad un Andrea Orcel che, con il passo felpato ma implacabile del negoziatore di razza, ha blindato la metà dei diritti di voto di Commerzbank sul mercato, le barricate ideologiche di Berlino sembrano sciogliersi come neve al sole.
E così, dopo i proclami di fuoco ed i giuramenti di resistenza ad oltranza, ecco il miracolo: la politica tedesca ha improvvisamente riscoperto che l’arte del compromesso è pur sempre l’arte del possibile.
Quando non puoi più fermare il carro del vincitore, la strategia più saggia (e decisamente più comoda) è salirci a bordo, provando a dettare la fermata.
Tradotto dal politichese: se opporsi non serve più a nulla, meglio portare a casa quel che si può.
Naturalmente, nel tentativo di salvare la faccia, la ritirata strategica deve essere accompagnata dal solito spartito diplomatico.
E qui si entra nel terreno del puro intrattenimento per chiunque mastichi un minimo di dinamiche finanziarie.
Gli sherpa governativi sono già al lavoro per preparare la “lista della spesa” da sottoporre a Piazza Gae Aulenti, ed in cima a tutte le preoccupazioni svetterebbe il grande classico di ogni fusione che si rispetti: il terrore per la sorte delle “Mittelstand”, le celeberrime piccole e medie imprese a guida familiare che costituiscono l’ossatura economica del Paese.
Il timore paventato da Berlino – e puntualmente rilanciato dai vertici di Commerzbank in versione “resistenza” – è che l’arrivo del predatore italiano possa tradursi in un improvviso calo di attenzioni (e di crediti) verso la clientela di riferimento.
Un copione che si ripete identico ad ogni latitudine (pensate alle operazioni “domestiche” in corso in Italia), una recita a soggetto che fa quasi sorridere per la sua totale assenza di logica.
Bisognerebbe chiedere agli strateghi di Berlino quale perversa strategia di business dovrebbe spingere Andrea Orcel a sborsare miliardi di euro sul mercato al solo scopo di alienarsi, un minuto dopo il closing, proprio la clientela più ricca e profittevole della banca acquistata.
Distruggere quote di mercato e buttare al vento i guadagni futuri per il puro gusto del dispetto transalpino?
Eppure, la commedia degli equivoci richiede che si finga di credere a questo spettro, pur di poter sbandierare domani un “accordo blindato a tutela del territorio”.
Riti propiziatori a parte, la trattativa vera e propria si giocherà su binari molto pragmatici, dove la CEO di Commerzbank, Bettina Orlopp, proverà a portare a casa impegni formali su due fronti specifici:
Il feticcio delle Mittelstand: la richiesta di garanzie scritte sul mantenimento dei flussi di finanziamento alle imprese, utile più a placare l’opinione pubblica interna che a correggere reali piani industriali.
Il presidio territoriale e di Borsa: la richiesta cioè che la Banca rimanga quotata in Germania, e che la storica sede di Francoforte mantenga la sua centralità operativa, rinunciando tuttavia a pretendere un improbabile trasloco sul Meno del quartier generale dell’intero gruppo, che resterà saldamente ancorato a Milano.
Mentre la Germania si interroga su come “confezionare” politicamente questo arretramento strategico, l’Esecutivo guidato da Friedrich Merz ha dovuto incassare anche il “fuoco amico” di Bruxelles e della BCE, che continuano a spingere per un consolidamento bancario transfrontaliero (cross-border) per superare l’anacronistica frammentazione dei mercati nazionali.
In questo scenario, UniCredit si trova in una posizione di assoluto vantaggio negoziale.
Forte delle autorizzazioni normative che a settembre avrà in mano, e di una maggioranza di fatto già blindata per la prossima assemblea di primavera, la Banca italiana – che in Germania è già di casa da anni con HypoVereinsbank HVB – si dichiara aperta al dialogo.
La fortezza di Francoforte alla fine non cadrà sotto i colpi di un assedio, ma semplicemente si arrenderà, con molto pragmatismo ed un pizzico di ipocrisia, alle regole del mercato globale.
La morale è semplice.
La politica può rallentare il mercato, complicarlo, perfino ostacolarlo.
Ma quando un investitore arriva a controllare metà dei diritti di voto, la sovranità economica lascia il posto all’aritmetica.
E l’aritmetica, a differenza della propaganda, non va mai in televisione a spiegarsi.
Umberto Baldo


















