6 Luglio 2026 - 11.32

La Gazzetta dello sport ed il naufragio di un giornale che abbiamo amato

C’è stato un tempo in cui La Gazzetta dello Sport era molto più di un quotidiano sportivo. Era un rito, un riferimento, un linguaggio comune. La “rosea” accompagnava generazioni di lettori non solo nelle vittorie e nelle sconfitte, ma anche nella formazione di un’idea alta di racconto sportivo: passione, competenza, equilibrio, memoria.

Oggi, per molti lettori, quella fiducia appare incrinata. Non per una singola prima pagina, non per un titolo discutibile, non per una scelta editoriale isolata. Il problema è più profondo: la sensazione crescente che il giornale abbia smarrito la sua terzietà, lasciando spazio a una linea percepita come sempre più orientata, selettiva, militante. Una linea che, invece di raccontare il calcio italiano nella sua complessità, sembra spesso piegarlo dentro una narrazione precostituita.

Quando un quotidiano sportivo diventa prevedibile, perde la sua forza. Quando il lettore intuisce già quale sarà il tono di un articolo prima ancora di leggerlo, qualcosa si è rotto. E quando una testata storica viene percepita non più come osservatore autorevole, ma come parte del gioco di potere che dovrebbe raccontare, il danno non è soltanto reputazionale: è culturale.

Il punto non è pretendere una neutralità impossibile o negare che ogni giornale abbia sensibilità, gerarchie e scelte. Il giornalismo non è matematica. Ma esiste una differenza enorme tra una linea editoriale riconoscibile e una redazione percepita come allineata a interessi, simpatie o convenienze. La prima è legittima. La seconda è una resa.

Il tema dell’editore, in questo senso, non può essere ignorato. In Italia il rapporto tra proprietà, informazione, industria e sport è spesso opaco, intrecciato, carico di ambiguità. Quando chi possiede un giornale ha anche interessi, rapporti o battaglie aperte nel sistema che quel giornale racconta, il dovere di indipendenza dovrebbe diventare ancora più rigoroso, non più debole. Proprio in quei casi una redazione dovrebbe dimostrare con i fatti di non essere una cinghia di trasmissione, ma un presidio autonomo.

E qui si arriva al ruolo dei giornalisti. Perché nessun editore, da solo, può cancellare la dignità professionale di una redazione se quella redazione decide di difenderla. Il giornalista non è un funzionario della convenienza, non è un addetto stampa mascherato, non è un soldato arruolato in una guerra tra proprietà, club, famiglie industriali o centri di potere. Il giornalista dovrebbe avere un solo padrone: i fatti. E un solo obbligo: raccontarli senza inginocchiarsi.

La crisi della Gazzetta, almeno agli occhi di una parte dei suoi lettori storici, nasce da qui. Non dall’amore o dall’odio verso una squadra. Non dal tifo. Nasce dalla percezione di una rinuncia: la rinuncia a disturbare tutti, a fare domande scomode a chiunque, a non concedere trattamenti di favore, a non trasformare il racconto sportivo in una battaglia di campo travestita da informazione.

Chi ha amato la “rosea” non gode nel criticarla. Al contrario, prova amarezza. Perché vedere un simbolo del giornalismo sportivo italiano ridursi, anche solo nella percezione pubblica, a strumento di una narrazione di parte è una sconfitta per tutti: per i lettori, per il calcio, per il giornalismo e per gli stessi professionisti che ogni giorno firmano quelle pagine.

La dignità giornalistica non consiste nell’essere contro qualcuno. Consiste nel non essere al servizio di nessuno. Consiste nel saper scrivere un articolo che non piaccia all’editore, al presidente, al dirigente, al grande inserzionista, alla piazza più rumorosa. Consiste nel ricordare che una testata storica non appartiene soltanto a chi la possiede, ma anche alla comunità di lettori che l’ha resa autorevole nel tempo.

La Gazzetta dello Sport può ancora scegliere cosa essere: un giornale che racconta il potere o un giornale che se ne lascia raccontare. Una voce libera o una voce prevedibile. Una memoria dello sport italiano o un bollettino di parte.

Ma per tornare grande non bastano le firme, la storia o il colore della carta. Serve una cosa più rara: il coraggio di essere indipendenti anche quando l’indipendenza costa.

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