Il fenomeno Vannacci: la falange, i dogmi, la messa in latino e ‘laqualunque’

Di Alessandro Cammarano
C’è un esercito che marcia compatto sui social e sui titoli dei giornali, e che però — appena lo si guarda da vicino — assomiglia più a una processione di San Gennaro che a una falange macedone. Roberto Vannacci ha trasformato un libro autopubblicato in un caso editoriale, il caso editoriale in un seggio europeo, il seggio europeo in una corrente, e la corrente in un partito personale chiamato Futuro Nazionale. La sequenza è impeccabile. Quello che resta meno chiaro, o forse fin troppo chiaro, è il contenuto del messaggio che la sostiene: una retorica che strizza l’occhio a temi razzisti e omofobi travestendoli da “buon senso”, da cose-che-tutti-pensano-ma-nessuno-ha-il-coraggio-di-dire. Peccato che il coraggio, in questo caso, consista nel prendersela con chi ha meno strumenti per rispondere. Ed è un coraggio, va detto, che cresce esponenzialmente con il numero dei like ricevuti.
I dieci comandamenti del mondo al contrario
Prima di proseguire, è utile elencare i mantra fondamentali di questo movimento, perché la ripetizione è la sua principale tecnica retorica. Chi li conosce può giocare a bingo durante qualsiasi comizio. Portate birra e patatine: dura poco.
Primo: “Il buon senso contro il pensiero unico.” Traduzione simultanea: la mia ignoranza è saggezza popolare, la tua competenza è dittatura culturale. Un sistema perfetto: più sei scemo, più sei autentico. Darwin, evidentemente, non aveva previsto Facebook.
Secondo: “La maggioranza silenziosa.” Esiste una moltitudine di persone che la pensa come il generale ma non osa dirlo per paura del politicamente corretto. Nessuno l’ha mai censita, nessuno l’ha mai intervistata, ma la sua esistenza viene proclamata con la stessa certezza con cui i terrapiattisti descrivono il bordo del mondo. Spoiler: il bordo non l’ha trovato nessuno. La maggioranza nemmeno.
Terzo: “Gli omosessuali non sono normali.” Frase testuale del fondatore, pronunciata con il tono di chi ha appena scoperto la penicillina. La procura di Roma stava valutando se configurasse istigazione all’odio razziale. Ha chiesto l’archiviazione. Il giudice l’ha respinta. Nel frattempo, il libro ha venduto 93.000 copie. Questo paese è uno spettacolo continuo.
Quarto: “I tratti somatici dell’italianità.” Un’atleta olimpica, nata in Italia, non sarebbe abbastanza italiana per ragioni di pigmentazione cutanea e morfologia facciale. È il contributo di Futuro Nazionale alla genetica moderna. Mendel si starà rivoltando nella tomba, ma Lombroso probabilmente annuisce soddisfatto.
Quinto: “La lobby gay internazionale.” Organizzazione segreta e onnipotente che controlla media, istituzioni, scuole e probabilmente anche il canone Rai. Non è mai stata individuata, nessuno ne conosce la sede, nessuno ha mai visto un organigramma. Ma esiste. Come Dio, richiede fede e non prove. A differenza di Dio, organizza sfilate più colorate.
Sesto: “Le femministe sono streghe.” Termine usato letteralmente nel libro, con la stessa naturalezza con cui si ordina un caffè. Siamo tornati al 1486, anno di pubblicazione del Malleus Maleficarum. Tecnicamente è un passo avanti rispetto al rogo, ma solo perché il rogo è diventato difficile da giustificare nei comunicati stampa del Ministero della Cultura.
Settimo: “I poveri inquinano.” Perla contenuta nel libro: è la povertà a produrre inquinamento, non i grandi gruppi industriali. Soluzione implicita: colpevolizzare chi non ha niente invece di disturbare chi ha tutto. Una proposta di politica ambientale che Confindustria non avrebbe osato formulare così esplicitamente nemmeno nei suoi sogni più sfacciati.
Ottavo: “Patria, sacrificio, gavetta e merito.” I quattro pilastri della civiltà. Enunciati senza mai spiegare cosa significhino nel concreto, perché spiegarli richiederebbe un ragionamento, e il ragionamento è il primo nemico dello slogan. “Patria” in particolare è una parola che funziona sempre, purché non si chieda mai a chi appartiene davvero e chi ne paga le spese.
Nono: “Il politicamente corretto censura la verità.” Meccanismo elegante: ogni critica diventa automaticamente prova della persecuzione. È un sistema chiuso, logicamente inattaccabile, che condivide questa proprietà con le sette apocalittiche e i regimi totalitari. Nessuno dei tre ammette di avere torto. Nessuno dei tre lo ha mai ammesso.
Decimo: “Le nostre radici cristiane.” Aggiunta recente, e particolarmente spettacolare, come si vedrà tra poco. Gesù Cristo — quello che caccìò i mercanti dal tempio, difese la prostituta dalla lapidazione, disse che i ricchi avrebbero faticato ad entrare in paradiso più di un cammello attraverso la cruna di un ago — viene arruolato come testimonial di un movimento che non vede l’ora di indicare il prossimo da odiare. Una forzatura esegetica di proporzioni bibliche, nel senso più letterale del termine.
La nuova frontiera: lo scisma come proposta culturale
Ed è qui che la falange rivela la sua dimensione più pittoresca. Tra i sostenitori di Futuro Nazionale stanno emergendo, con esternazioni pubbliche di commovente franchezza, personaggi che si professano fedeli alla liturgia del Vetus Ordo, frequentatori di istituti che rifiutano il Concilio Vaticano II, estimatori della Fraternità Sacerdotale San Pio X — quella fondata dall’arcivescovo Marcel Lefebvre, scismatica di fatto dal 1988, anno in cui Lefebvre consacrò vescovi senza mandato pontificio e si prese la scomunica papale da Giovanni Paolo II, poi revocata da Papa Ratzinger, con un gesto di misericordia che i lefebvriani hanno ricambiato continuando esattamente come prima, con la flemma di chi sa di avere ragione e non ha intenzione di discuterne.
In queste esternazioni — redatte con lo stile solenne di chi ha letto troppo poco Chesterton e troppo Evola, e con la proprietà di linguaggio di chi ha scoperto le virgole ma non ha ancora capito quando usarle — si deplora che la Chiesa contemporanea privilegi il dialogo ecumenico a scapito della civiltà cristiana, si biasima un senso della Carità definito “traviato” nei confronti dei migranti, si invocano le Crociate, Lepanto e Vienna come modelli di politica estera applicabile nell’immediato. I santi e i martiri come riferimento programmatico. La Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo come fondamento dell’azione politica di un partito che deve ancora presentarsi alle elezioni.
La domanda spontanea — in quale articolo della Costituzione si inserisce la teocrazia medievale — viene lasciata senza risposta. Probabilmente perché il Concilio Vaticano II, che questi signori rifiutano in blocco, aveva anche introdotto il concetto di libertà religiosa e separazione tra Stato e Chiesa. Non è chiaro come intendano aggirare l’ostacolo. Forse con un’altra messa in latino.
Ciò che colpisce non è la posizione teologica in sé, che ha una sua tradizione e, in certi ambienti, una sua serietà intellettuale. Ciò che colpisce è la combinazione: da un lato l’appello alle Crociate come modello geopolitico; dall’altro l’analfabetismo funzionale elevato a virtù civile, il sospetto verso la complessità eretto a sistema, la storia ridotta a un catalogo di battaglie vinte — ignorando sistematicamente quelle perse, che furono molte di più — senza mai chiedersi perché accadde, chi ci andò, chi tornò e chi no. È un cattolicesimo da stadio, rumoroso e identitario, che con la fede condivide la forma esteriore e con la riflessione teologica condivide circa quanto un kebab condivide con la cucina tradizionale italiana: il nome del paese di provenienza, nient’altro.
Il meccanismo: la guerra tra poveri come metodo
I sostenitori di questo mondo si descrivono volentieri come una minoranza silenziosa diventata maggioranza rumorosa. Sono uniti, dicono, da valori non negoziabili: la famiglia tradizionale, l’orgoglio nazionale, l’insofferenza per il “pensiero unico”. È un messaggio costruito per parlare alla pancia, non alla testa: funziona meglio dove la frustrazione sociale non trova altro sfogo che un nemico facile da indicare — il migrante, la coppia gay, il “diverso” di turno — e meno dove c’è l’abitudine a verificare un dato prima di condividerlo. Non è un caso che il generale prosperi nella semplificazione: la complessità non vende slogan, e i dati empirici non si adattano bene ai meme.
È il vecchio meccanismo fascista della creazione del nemico, con packaging aggiornato: creare un avversario interno o esterno per compattare un consenso che altrimenti non avrebbe nulla in comune. Solo che il nemico individuato — lo straniero povero, la minoranza sessuale, il “radical chic” con i suoi valori inclusivi — non è mai chi detiene davvero il potere economico o decisionale. È un’altra persona in fondo alla scala sociale, magari un gradino più sotto di chi applaude. Il risultato non è la guerra contro le élite promessa nei comizi, ma una guerra tra poveri: chi ha poco se la prende con chi ha ancora meno, mentre chi ha molto resta tranquillamente fuori dal radar, probabilmente impegnato a calcolare quanto gli convenga che il generale continui ad agitare le acque. Funziona così da Weimar in poi. La novità è che ora ci sono i meme.
Le Crociate, in questo schema, tornano buone: erano anch’esse, in larga misura, guerre di poveri mandati a morire lontano da casa da nobili che restavano a gestire i propri feudi. Ma questo genere di dettaglio storico non rientra nella liturgia del Vetus Ordo politico. Disturba la narrazione. Va omesso. Come sempre.
Chi perde di più: la sinistra o la destra di governo?
Resta la domanda più interessante, quella che i talk show preferiscono non porsi perché complica la narrazione: un’eventuale ascesa elettorale di Futuro Nazionale farebbe più danni alla sinistra o al centrodestra di governo?
Alla sinistra, la risposta sembra ovvia e quindi probabilmente sbagliata. Il generale sottrae voti a un elettorato che, in teoria, dovrebbe essere l’opposto del suo: eppure una fetta di mondo operaio e periferico, che un tempo si riconosceva nella sinistra sociale, da anni ha traslocato altrove in cerca di chi gli dia ragione sull’insicurezza, sull’immigrazione, sul “non se ne può più”. Se Futuro Nazionale consolida quel bacino, la sinistra perde non voti che aveva, ma voti che sperava di riconquistare. Un danno reale, ma indiretto: si chiama lutto per un fidanzamento mai concluso, non separazione. Va aggiunto, per onestà, che quella parte di elettorato che frequenta le messe lefebvriane e rimpiange il Sillabo di Pio IX non è mai stata a sinistra neanche per sbaglio topografico.
Al centrodestra di governo, invece, il danno è più chirurgico, e per questo più doloroso. Futuro Nazionale non pesca nel mare aperto dell’astensione, pesca nello stagno di chi già vota destra ma la trova troppo istituzionale, troppo compromessa con Bruxelles, troppo impegnata a fare il governo invece che la rivoluzione. È il classico ripulisti del “purista” che arriva dopo che il partito maggiore si è preso la responsabilità di amministrare: chi governa delude sempre qualcuno, e chi non governa può permettersi di restare puro, integralista e lefebvriano quanto vuole, senza mai dover rispondere di niente davanti a nessuno. Ogni punto percentuale che il generale toglie alla coalizione di maggioranza è un punto sottratto a chi sta provando — bene o male — a tenere il timone, non a chi sta comodamente all’opposizione a recitare il Kyrie eleison in gregoriano e a invocare la Regalità di Cristo come programma elettorale.
In sintesi: la sinistra perde un sogno, la destra di governo perde sostanza. E la differenza, in politica, è quella che separa un mal di testa da un infarto.
Conclusione: la falange e il seggio
Resta da vedere se la falange reggerà l’urto del tempo, cioè delle elezioni vere, dove l’entusiasmo da bacheca si misura contro la fatica di alzarsi la domenica mattina per andare al seggio — a meno che non sia domenica di Messa tradizionale, nel qual caso le priorità potrebbero spostarsi. Per ora il generale ha un esercito di follower tenuto insieme più dalla rabbia condivisa che da un progetto articolato. I dieci mantra funzionano come un catechismo: non richiedono verifica, richiedono adesione. E l’adesione, si sa, è molto più comoda della comprensione.
Sapremo presto se ha anche un esercito di elettori — categoria storicamente assai meno disciplinata, e soprattutto meno disposta a combattere battaglie che non le convengono. Le Crociate, in fondo, non le vinse chi cantava più forte. Le perse, quasi tutte. Ma anche questo, nei manuali del Vetus Ordo politico, non è scritto da nessuna parte.















