3 Luglio 2026 - 9.13

Fa caldo, governo ladro (ma l’osteria non è la scienza)

Umberto Baldo

Respirate profondamente. Sentite questa boccata d’aria fresca arrivata dal Nord Europa dopo le piogge di mercoledì? 

Ecco, godetevela, perché è solo un “time-out” concesso dalla Provvidenza. 

L’estate è appena iniziata e l’Anticiclone africano è lì che scalda ancora i motori, pronto a ricordarci che l’inferno non è solo un concetto teologico, ma una realtà da affrontare ormai ogni estate. 

In questi giorni di tregua, mentre la colonnina di mercurio riprende fiato, è interessante osservare come il surriscaldamento globale non bruci solo i raccolti, ma tenda a liquefare anche i neuroni. 

Da che mondo è mondo, il sacro mantra italico passa dal “Piove governo ladro” a “Fa caldo, governo ladro

Ma ultimamente penso siamo andati oltre. 

Nelle polemiche di questi giorni mi è capitato di leggere persino che qualcuno è convinto che in Italia si schiatti di caldo perché a Palazzo Chigi siederebbero dei negazionisti climatici. 

Come se bastasse un Decreto legge per abbassare l’umidità, o un’interrogazione parlamentare per placare il solstizio.

Proviamo allora, per un attimo, a rimettere i piedi per terra. 

Che le temperature siano in aumento è un dato di fatto, e personalmente credo che, se lo si nega, o è per partito preso o per polemica fine a se stessa.

Che la colpa sia nostra (intesa come genere umano che da secoli sputa gas serra) non è ancora del tutto provato, ma secondo la scienza ci sono ottime e solide ragioni per crederlo. 

Ma come per tutti i problemi epocali, la soluzione non è un pranzo di gala, né tantomeno una televendita. 

Io partirei dal fatto che noi europei i compiti per casa li abbiamo già fatti. 

Certo c’è ancora da lavorarci su, ma io penso che fare di più sia molto difficile. 

La prova sta nel fatto che l’Europa intera pesa ormai solo per il 6% delle emissioni globali; l’Italia per meno dell’1%. 

Significa che se domattina ci mettessimo tutti seduti a non fare nulla, spegnendo ogni auto, fabbrica, lampadina e respiro sul suolo nazionale, il beneficio per il pianeta sarebbe statisticamente irrilevante. 

Già, perché la Cina e l’India, gli Usa ed il resto del mondo, continuano a correre (e ad emettere alla grande), e lo stesso Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC)dell’Onu ci ricorda che anche azzerando tutto oggi, per invertire la rotta climatica ci vorrebbero decenni.

Eppure, a guardare la TV ed a leggere i social , sembra tutto facilissimo. 

Arriva il meteorologo di turno, e ci spiega che il cataclisma si risolve mettendo un pannello solare sul tetto o una ventola su un crinale.

Non voglio negare che questi interventi siano utili, anzi, ed io per primo i pannelli solari sul tetto li ho installati da tempo.  

Ma per il resto qualcuno potrebbe anche pensare che si tratti di un depistaggio in piena regola, un abuso della nostra buona fede di cittadini sudati.

Mentre consumiamo le nostre giornate in questa colossale distrazione, si consuma anche un altro grande classico: il dibattito tra dilettanti. 

C’è sempre il barista sotto casa, o l’esperto laureatosi all’Università di Facebook nell’intimità del proprio bagno, pronto a spiegarti che “le grandinate ci sono sempre state” o che “è tutto un complotto dei poteri forti”. 

A costoro bisognerebbe somministrare un TSO culturale: estrarre dati sensati dal clima (non dal meteo eh!) richiede scienziati veri, gente che ha studiato fisica o matematica, non giurisprudenza o architettura, e metodi complessi, gli stessi usati per pianificare lo sbarco in Normandia o lanciare i satelliti. 

La scienza, piaccia o no, non è democratica: l’ “Uno non vale uno” non vale. 

Se Franco il barista ha una teoria alternativa sul riscaldamento globale, prenda una laurea in fisica, pubblichi su una rivista internazionale e ne riparliamo. 

Altrimenti, è solo rumore di fondo, roba da “ombre in osteria”.

Ma la vera drammatica beffa è che questa ossessione sul “compito della scienza” ci distrae dall’unica domanda che conta, e che è prettamente politica: che cosa facciamo adesso?

Le emissioni vanno ulteriormente ridotte, d’accordo, ma nell’immediato la strada è una sola:  o convinciamo tutti gli altri abitanti della terra che devono contenere il loro sviluppo perché la nostra Europa si scalda più degli altri Continenti, oppure non resta che adattarci.

Ma cosa vuol dire adattarci?  Fare processioni propiziatorie o invocare gli dei della pioggia?

No  ovviamente.  Dobbiamo prima di tutto proteggere i più deboli e blindare il Paese. 

Ed è qui che il “governo ladro”, nel senso più ampio del termine, torna in ballo. 

Non perché ha le colpe dell’Anticiclone, ma perché non sta pianificando nulla.

Quanti soldi vogliamo spendere per salvare l’agricoltura dalla siccità? 

Come adeguiamo gli ospedali per evitare che i nostri nonni muoiano quando il termometro segna 45 gradi? 

Come mettiamo in sicurezza le città? 

I soldi non sono infiniti: preferiamo metterli sul territorio o su altre cose, sulle scuole o sui bonus per il frigorifero? 

Queste sono scelte di valore, queste sono decisioni politiche su cui scannarsi.

Pensate a come sarebbe stato più utile il Superbonus 110% se invece di essere impiegato per rifare le seconde case ai benestanti, si fosse utilizzato per dotare di un condizionatore quante più case possibili!

In Italia, si sa, la parola “pianificazione” evoca allergie. Si pensa solo al prossimo ciclo elettorale. 

Eppure in passato abbiamo dimostrato di saperlo fare: abbiamo ricostruito il Veneto dopo l’alluvione del Polesine, abbiamo creato l’Alta Velocità. 

Ma quando l’Europa ci ha bussato alla porta con i miliardi del PNRR,  a voler essere onesti ci siamo fatti trovare impreparati a gestire investimenti di quella portata, perché non avevamo un piano. 

Come diceva un grande statista francese, i piani non si fanno perché si possono attuare subito, ma perché sarebbe criminale non sapere cosa fare quando si presentano le condizioni (e le risorse) giuste.

Il clima sta cambiando, lo vediamo tutti sulla nostra pelle (e sulle carrozzerie delle auto distrutte dalle grandinate). 

Smettiamola di fare i filosofi da tastiera sulla scienza e pretendiamo dalla Politica un piano esecutivo trentennale, serio e calcolato al centesimo, per capire che economia ci aspetta.

Altrimenti, la prossima volta che cercheremo un po’ di refrigerio davanti al condizionatore d’aria – ad oggi il più grande strumento di civilizzazione e sopravvivenza che la tecnologia ci abbia donato – ricordiamoci che se il Paese andrà a rotoli, non sarà colpa del termometro. 

Sarà solo colpa nostra, e di chi non abbiamo costretto a governare il futuro. 

Umberto Baldo

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