Tav a Settecà: perché non può ridursi tutto ad uno scontro politico (ed è troppo tardi)

La polemica sulla Tav a est di Vicenza ha un pregio: costringe finalmente tutti a dire con chiarezza che cosa vogliono. E ha un difetto: arriva quando la partita tecnica sembra già molto avanzata, se non quasi chiusa. Il caso è quello del passaggio dell’Alta Velocità verso Padova, nel tratto di uscita dalla città, con la soluzione a raso indicata da RFI e con il contestato scavalco ferroviario, il cosiddetto “salto del montone”, previsto nell’area di Settecà. Tradotto fuori dal linguaggio tecnico: la linea correrebbe in affiancamento ai binari esistenti, ma per risolvere l’incrocio tra la nuova infrastruttura e la linea storica servirebbe un’opera in elevazione, lunga, visibile, impattante. Ed è lì che esplode lo scontro.
Chi ha ragione? Dipende da quale domanda si pone. Se la domanda è quale sia la soluzione più rapida, più semplice da realizzare e meno rischiosa per l’avanzamento complessivo della Verona-Padova, la risposta è probabilmente quella sostenuta da RFI, dal Ministero e dalla Regione: il tracciato a raso, con scavalco, consente di sbloccare il nodo, contenere costi e tempi, evitare di riaprire da capo una progettazione già complessa. Dal punto di vista dell’opera nazionale, questa posizione ha una sua logica. La Tav non è una strada comunale, ma un’infrastruttura strategica inserita in un corridoio più ampio. Chi la guarda da Roma o da Venezia vede soprattutto il rischio di fermare per anni un tratto decisivo per collegare Verona, Vicenza, Padova e il resto della rete.
Ma se la domanda è quale sia la soluzione migliore per Vicenza, per Settecà, per i quartieri attraversati e per una città che ha già pagato un prezzo altissimo in termini di cantieri, demolizioni, trasformazioni urbane e disagi, allora la risposta cambia. Un cavalcaferrovia di quelle dimensioni non è un dettaglio tecnico. È un segno permanente nel paesaggio. È un’infrastruttura che modifica il rapporto tra case, campagna, viabilità locale e qualità della vita. È un’opera che non si misura soltanto in metri, euro e cronoprogrammi, ma anche in rumore, visuale, valore degli immobili, percezione di isolamento, vivibilità dei residenti. Da questo punto di vista, il no del Comune e dei cittadini allo scavalco a Settecà non è una posizione ideologica: è una preoccupazione concreta.
Il punto politico più delicato è che entrambe le parti usano una parte di verità. Il centrodestra accusa l’amministrazione Possamai di essersi mossa tardi e di aver lasciato correre la progettazione fino al punto in cui tornare indietro diventa difficilissimo. È un’accusa che pesa, perché nelle grandi opere il tempo non è neutro: ogni mese perso riduce le alternative reali e aumenta il costo politico ed economico delle modifiche. Ma anche l’amministrazione Possamai ha un argomento forte quando ricorda che la localizzazione dello scavalco a Settecà non nasce oggi e che il problema affonda le radici nelle scelte e nelle omissioni degli anni precedenti. Se davvero nel 2021 il progetto ha imboccato quella direzione di chi è la responsabilità se non di tutti?
La verità, quindi, è scomoda per tutti: RFI ha ragione quando dice che una grande opera non può restare indefinitamente ostaggio di ripensamenti locali; il Comune ha ragione quando dice che Settecà non può essere sacrificata come se fosse uno spazio vuoto; il centrodestra ha ragione quando sottolinea che su questi dossier bisogna incidere prima, non quando il progetto è già maturato; il centrosinistra ha ragione quando ricorda che la soluzione oggi contestata non è comparsa all’improvviso durante questa amministrazione. Ma avere un pezzo di ragione non significa avere tutta la ragione.
La scelta migliore, allora, non è semplicemente dire sì o no alla Tav. Quella è una scorciatoia propagandistica. La scelta migliore è pretendere che il Ministero e RFI mettano nero su bianco, in modo pubblico e verificabile, il confronto tra tutte le alternative: a raso con scavalco a Settecà, galleria corta, galleria lunga, eventuali soluzioni miste e mitigazioni possibili. Non basta dire che l’analisi multicriterio ha scelto la soluzione più efficiente. Bisogna spiegare quanto pesano i costi, quanto pesano i tempi, quanto pesa l’impatto urbano, quanto pesa la tutela dei residenti, quanto pesa il rischio di contenziosi. Perché se il criterio dominante è soltanto “fare prima e spendere meno”, allora è chiaro che la città parte sconfitta.
Nel merito, la soluzione migliore per Vicenza sarebbe evitare lo scavalco a Settecà e privilegiare un’alternativa meno impattante, anche se più costosa, purché tecnicamente sostenibile e compatibile con tempi certi. Una città attraversata da un’opera nazionale non può chiedere di cancellare l’opera, ma può e deve chiedere che l’opera non scarichi il proprio peso su un quartiere per il prossimo secolo. Se l’interramento o una soluzione in galleria sono ancora realmente praticabili, vanno scelte. Se invece RFI dimostrerà, con dati trasparenti e non con formule burocratiche, che quelle alternative sono ormai impraticabili, allora la battaglia dovrà spostarsi su un pacchetto vincolante di compensazioni: barriere antirumore di qualità, inserimento paesaggistico, ricucitura della viabilità, tutela delle abitazioni più esposte, indennizzi adeguati, opere verdi e monitoraggi ambientali permanenti. Non promesse generiche, ma obblighi scritti.
In questa vicenda il torto più grande sarebbe ridurre tutto a una guerra tra partiti. Settecà non è un pretesto elettorale e la Tav non è un feticcio ideologico. È una decisione urbana irreversibile. Proprio per questo la scelta migliore non può essere quella più comoda per chi deve chiudere un dossier, ma quella che regge alla domanda più semplice: fra trent’anni, guardando quel tratto di città, potremo dire che Vicenza è stata attraversata da un’opera necessaria ma rispettosa, oppure dovremo ammettere che, per fare prima, si è scelta la soluzione più pesante per chi ci vive accanto? La risposta, oggi, non può essere affidata solo ai tecnici né solo ai comunicati politici. Deve essere pubblica, motivata e comprensibile. Perché la Tav passerà; il problema è che cosa lascerà dietro di sé.















