Tutti al mare? Sì però al Mare del Nord: Adriatico addio

C’è una frase che ogni estate continuiamo a ripeterci, quasi fosse una formula magica capace di sconfiggere il termometro: “ma in spiaggia c’è sempre vento. Basta fare un bagno e passa tutto”.
Peccato che il clima, a differenza delle nostre illusioni, non legga le brochure degli stabilimenti balneari.
Chi ha trascorso gli ultimi luglio e agosto sulle spiagge dell’Alto Adriatico sa bene che, quando arriva l’anticiclone africano, il vento spesso sparisce proprio quando servirebbe di più.
L’aria si ferma, diventa pesante, immobile, quasi solida.
Il sole picchia senza tregua e quella che un tempo chiamavamo “sabbia dorata” assume le caratteristiche di una gigantesca piastra riscaldante.
Altro che refrigerio.
La spiaggia, con certe temperature, non è poi così diversa dall’asfalto di una città.
Cambia soltanto il colore: invece del grigio abbiamo il rassicurante giallo delle cartoline.
Ma il principio fisico è lo stesso: accumulare calore e restituirlo lentamente, possibilmente proprio quando il turista cerca di dormire.
Anche il mare non è più sempre quell’immensa vasca rinfrescante che ricordiamo.
Quando l’acqua raggiunge temperature quasi tropicali, il bagno non è necessariamente una fuga dal caldo.
A volte è semplicemente un trasferimento del caldo dalla spiaggia al mare.
E così può accadere il paradosso dell’estate moderna: pagare una vacanza al mare magari per trascorrere molte ore chiusi in camera o nel bungalow con il condizionatore acceso, aspettando che il sole tramonti.
Una vacanza vista mare, ma vissuta al riparo dal mare!
Non è soltanto una sensazione di chi vive e frequenta le coste italiane.
Del fenomeno cominciano ad occuparsi anche fonti internazionali autorevoli. Euronews parla della crescita della coolcation, l’OCSE segnala come gli eventi climatici estremi stiano modificando geografia e stagionalità del turismo, nel senso che i viaggiatori cercano sempre più destinazioni con temperature più moderate, comprese quelle del Nord Europa, mentre Tagesschau , in un articolo interessante proprio perché arriva dalla Germania, cioè da uno dei principali bacini turistici per Italia, Croazia e Spagna, si chiede se questa nuova ricerca del fresco sia ormai una tendenza strutturale.
Si può quindi sostenere che del problema se ne stanno accorgendo anche i turisti che per decenni hanno alimentato il nostro turismo balneare: tedeschi, olandesi, belgi, scandinavi.
Sono loro che hanno iniziato a guardare verso nord.
Come accennato, la parola di moda è coolcation: una vacanza fresca, una scelta che qualche anno fa sembrava quasi una curiosità da rivista di costume, e che oggi sta diventando una tendenza sempre più evidente.
Perché anche il turista del Nord Europa, quello che per generazioni ha inseguito il sole mediterraneo, ha fatto un semplice ragionamento: se devo affrontare mille chilometri di viaggio per arrivare in una località dove rischio di passare le giornate boccheggiando, forse posso trovare un’alternativa.
E le alternative esistono.
I litorali dei Paesi Bassi e del Belgio, un tempo considerati mete meno affascinanti rispetto al Mediterraneo, stanno acquistando un nuovo appeal.
Così come le coste francesi dell’Atlantico, dalla Normandia alla Bretagna.
Quest’ultima, per chi scrive, resta una delle regioni più belle d’Europa.
Un luogo dove il mare non viene addomesticato, ma vissuto nella sua natura più autentica: scogliere, fari, vento, grandi maree, cieli che cambiano nel giro di mezz’ora. La Bretagna non è solo una destinazione fresca. È il simbolo di un altro modo di vivere il mare: non il mare come consumo (“quanto costa l’ombrellone? quanto è calda l’acqua?”), ma come paesaggio. È un passaggio culturale interessante.
Certo, da quelle parti può capitare di dover indossare una giacca anche in estate.
L’acqua dell’oceano non ha certo le temperature di una piscina termale. Il vento può essere impetuoso.
Ma c’è una differenza fondamentale: lì si respira.
E forse questo sta diventando il nuovo lusso.
Per molto tempo abbiamo pensato che il privilegio fosse avere il sole garantito per quindici giorni consecutivi.
Oggi sempre più persone potrebbero scoprire che il vero privilegio è una sera d’agosto in cui si dorme con la finestra aperta.
Il cambiamento non significa che l’Italia perderà il suo fascino.
Sarebbe assurdo pensarlo. Il nostro patrimonio storico, culturale, paesaggistico ed enogastronomico, resta qualcosa che il mondo continua a invidiarci.
Ma potrebbe cambiare il calendario.
Forse il Mediterraneo del futuro non sarà più il regno assoluto di luglio e agosto, ma quello delle stagioni intermedie: maggio, giugno, settembre, ottobre.
I mesi in cui il mare torna ad essere un piacere e non una prova di sopravvivenza.
Ed è qui che arriva a mio avviso la vera sfida per il turismo italiano.
Per anni abbiamo costruito un modello basato sull’idea che l’estate fosse un blocco immutabile: quindici giorni di agosto, spiaggia piena, prezzi alti, tutto esaurito.
Ma il clima non firma contratti con le tradizioni.
Se luglio e agosto diventano progressivamente mesi troppo caldi per essere piacevoli, il turismo dovrà reinventarsi.
Dovrà offrire esperienze diverse, distribuire le presenze nell’arco dell’anno, valorizzare territori e stagioni finora considerate secondarie.
Perché alla fine il turista non compra il caldo, compra il piacere di stare bene.
E se un giorno il vero simbolo della vacanza perfetta sarà un maglione leggero indossato la sera davanti al mare, forse dovremo accettare una piccola rivoluzione: l’estate europea potrebbe non finire più sulle spiagge del Mediterraneo, ma cominciare sulle coste dove ancora si può respirare.
Anche questa, in fondo, è una conseguenza del cambiamento climatico: non ci sta soltanto spostando le temperature.
Ci sta spostando i desideri.
Per secoli il Nord Europa ha invidiato il nostro sole; forse per la prima volta siamo noi a dover invidiare il loro vento.
Umberto Baldo


















