Creme solari, il tormentone dell’estate 2026. Quando l’algoritmo sfida la scienza

Se avete trascorso gli ultimi giorni lontano dai social, congratulazioni. Avete inconsapevolmente protetto anche la vostra salute mentale.
Nel frattempo, però, sappiate che in Italia è scoppiata una nuova emergenza nazionale.
Non il caldo, non il costo dell’energia, on il debito pubblico: le creme solari.
Quelle che fino a ieri servivano ad evitare di trasformarsi in crostacei sulla spiaggia, quelle che le nostre nonne e mamme pretendevano di spalmarci ovunque prima di portarci sul bagnasciuga.
Secondo una nuova corrente di pensiero, sarebbero il vero nemico della pelle.
Ogni estate italiana produce il suo tormentone, come le cicale producono rumore.
Un anno gli squali, un anno le meduse, poi il caldo, poi il caldo eccezionale, poi il caldo eccezionalmente eccezionale.
Quest’anno, finalmente, abbiamo trovato anche un colpevole diverso dal Sole: la crema contro il Sole.
L’estate 2026 ci regala proprio questa novità culturale: le creme solari non proteggono dal melanoma, anzi secondo alcuni sarebbero loro il problema.
Tutto nasce da una curiosa teoria che in queste settimane impazza sui social. Secondo alcuni influencer, quella nuova categoria di esperti universali che al mattino spiegano la geopolitica, a pranzo la nutrizione, nel pomeriggio la fisica quantistica e prima di cena risolvono definitivamente l’oncologia, qualche personaggio famoso, e perfino qualche medico “fuori dal coro”, il Sole sarebbe stato ingiustamente demonizzato: il melanoma non dipenderebbe dai raggi ultravioletti, e le creme solari non solo non proteggerebbero, ma potrebbero addirittura favorire i tumori della pelle.
A sostegno vengono sventolati studi scientifici letti in modo creativo, aneddoti personali elevati a prova definitiva, e l’immancabile sospetto che dietro tutto ci sia il solito complotto delle multinazionali della cosmetica.
Ma a ben pensarci, questa non è davvero solo una storia di creme.
Le creme sono soltanto l’ultimo bersaglio.
Il tema è molto più grosso e, francamente, più preoccupante: l’idea che qualsiasi conoscenza scientifica possa essere ribaltata da un video di novanta secondi, da un influencer particolarmente ispirato o da uno studio letto a metà, e raccontato peggio.
Il copione, ormai, è sempre lo stesso. Cambia solo il protagonista.
Prima il cambiamento climatico era un’invenzione delle élite.
Poi sono arrivati i vaccini, le scie chimiche, la Terra piatta.
Adesso tocca all’SPF 50. Domani chissà.
L’obiettivo, ripeto, non è la crema solare.
È il principio stesso che esista una conoscenza costruita con metodo, verifiche, errori corretti, esperimenti ripetuti e migliaia di ricercatori che, invece di cercare visualizzazioni, cercano di capire come stanno davvero le cose.
Sui social, invece, il metodo scientifico ha un difetto imperdonabile: è lento, pretende verifiche, chiede conferme indipendenti, ammette persino di potersi sbagliare.
Insomma, è costruito esattamente al contrario dei social.
Vale a dire non urla, non promette rivelazioni sconvolgenti, non comincia mai con “Quello che nessuno vi dice…”.
Di solito conclude con frasi poco adatte a TikTok, tipo: “servono ulteriori studi”, “i dati disponibili suggeriscono”, “la correlazione non implica causalità”.
Che è un modo elegante per dire: prima di parlare, vediamo se abbiamo capito.
Ma questo non genera milioni di visualizzazioni.
Molto meglio prendere uno studio, estrarre una riga dal contesto, ignorare le altre venti pagine di limiti e cautele, e proclamare che finalmente è stato smascherato il complotto mondiale delle creme solari.
È un meccanismo ormai collaudato.
Se chi usa la crema si ammala più spesso di tumori della pelle, non ci si domanda se magari sia proprio chi passa dieci ore sotto il sole a usare più crema degli altri.
No. Si conclude che è la crema a provocare il tumore.
Con la stessa logica si potrebbe sostenere che le cinture di sicurezza causano gli incidenti, visto che le indossano quasi tutti quelli coinvolti nei sinistri.
Oppure che gli ospedali fanno ammalare la gente, dato che sono pieni di malati.
Nel frattempo proliferano le alternative “naturali”.
Olio di cocco, olio d’oliva, cera d’api, sego bovino.
Abbiamo impiegato secoli per sviluppare filtri solari testati sempre più efficaci, regolamentati e continuamente migliorati, e adesso qualcuno propone di affrontare il sole di Ferragosto impanati nel grasso di bue, come fossimo costate marinate.
Più che protezione solare, una preparazione alla cottura lenta.
Naturalmente tutto questo viene presentato come un ritorno alla natura.
Curioso. Perché il melanoma, quello sì, è naturalissimo.
Non ha mai avuto bisogno dell’industria farmaceutica per esistere.
La cosa davvero interessante, però, è un’altra.
Ogni volta il bersaglio cambia, ma il metodo resta identico.
Non si mette in discussione una teoria portando prove migliori.
Si mette in discussione l’esistenza stessa dell’autorevolezza scientifica.
L’esperienza personale diventa più importante dei dati; un aneddoto vale quanto una revisione sistematica; un video girato in cucina pesa più del lavoro di migliaia di ricercatori.
Il “l’ho visto su TikTok” sostituisce il “l’ho verificato”.
È il trionfo del dottor Google promosso primario di tutto lo scibile umano.
E allora prepariamoci, perché le creme solari sono solo una tappa del viaggio.
Dopo aver riscoperto che la Terra è piatta, potremmo serenamente rivalutare Tolomeo e archiviare Copernico come un astronomo venduto alla lobby dell’eliocentrismo.
Newton? Chiaramente finanziato dalla potente industria della gravità.
Pasteur? Un antesignano di Big Pharma.
Galileo? Un influencer mancato che, diciamolo, senza un profilo social oggi avrebbe avuto molta meno fortuna.
Il paradosso è che la scienza, quella vera, è sempre stata disposta a cambiare idea.
Lo fa da secoli. Ma cambia idea quando arrivano prove migliori.
Oggi, invece, sembra che bastino molti follower.
Il problema non è che esistano idee stravaganti; quelle sono sempre esistite
Il problema è che oggi l’algoritmo premia proprio quelle più estreme.
Se dici che la crema protegge dal sole, sei uno dei tanti, se dici che provoca il melanoma, diventi virale.
Nell’economia dell’attenzione, l’assurdo rende molto più della prudenza.
La scienza non ha mai chiesto di essere creduta sulla parola.
Ha sempre chiesto di essere messa alla prova.
È così che è andata avanti per secoli: dubitando, verificando, correggendosi.
Il problema non è farsi domande, il problema è smettere di cercare le risposte e sostituirle con il primo video che conferma quello che avevamo già deciso di credere.
Umberto Baldo


















