5 Agosto 2026 - 8.47

Attenzione, gli occhiali ti spiano! Altro che riconoscimento facciale!

Un mio amico qualche giorno fa mi ha mostrato i suoi nuovi occhiali intelligenti.
Una meraviglia tecnologica, non c’è che dire.
Guardi una persona, un oggetto, una scena qualsiasi (anche dall’auto o dalla moto) e quella immagine viene catturata, trasferita ad altissima definizione sullo smartphone, magari accompagnata anche da una bella musichetta di sottofondo.
La tecnologia ha fatto un altro balzo in avanti.
E la prima reazione, inevitabilmente, è quella dello stupore. Poi, però, arriva una domanda.
Una domanda meno entusiasta e forse più scomoda.
Come mai passiamo anni a discutere dei rischi del riconoscimento facciale utilizzato dallo Stato, invochiamo controlli rigidissimi sulla privacy, temiamo scenari da “Grande Fratello”, e poi accogliamo senza particolare inquietudine dispositivi che trasformano ogni individuo in una potenziale telecamera ambulante?
La questione non è tecnologica; è culturale.
Per decenni abbiamo immaginato la sorveglianza secondo un modello verticale: il potere che osserva il cittadino.
Era il mondo raccontato da George Orwell in 1984: un’Autorità superiore che controlla, registra, conosce ogni movimento.
La nostra paura era quella di essere guardati dall’alto.
Ma la tecnologia contemporanea sta creando qualcosa di diverso.
Non più soltanto il Grande Fratello; ma milioni di “Piccoli fratelli”.
Quindi la vera rivoluzione non è che il Potere ci osserva. È che siamo diventati volontari del Potere, fornendogli gratuitamente immagini, dati ed identità gli uni degli altri.
Una sorveglianza diffusa, orizzontale, nella quale non è più soltanto il Potere ad osservare noi, ma siamo noi cittadini che osserviamo, fotografiamo e registriamo continuamente gli altri.
È il fenomeno che gli studiosi chiamano “sousveillance”: il controllo dal basso, lo sguardo reciproco tra individui.
Una trasformazione enorme.
Perché per secoli lo spazio pubblico ha garantito una cosa fondamentale: l’anonimato.
Uscire di casa, camminare in una piazza, sedersi al bar significava entrare nella folla. Potevamo essere osservati, naturalmente, ma quella osservazione finiva lì.
Un volto visto per pochi secondi spariva dalla memoria.
Oggi non è più così.
Un gesto, una frase, un’espressione, un momento di debolezza possono essere catturati, archiviati, diffusi e potenzialmente diventare permanenti.
La memoria digitale non dimentica; e spesso non perdona.
Il problema degli occhiali intelligenti, degli smartphone e dei dispositivi indossabili non è soltanto il fatto che possano registrare.
È che rendono normale la registrazione; trasformano un atto eccezionale in un comportamento quotidiano.
La domanda fondamentale diventa allora: abbiamo ancora diritto a non essere ripresi?
Perché il paradosso è evidente.
Un Comune o un’Azienda che installa una telecamera in una strada deve rispettare regole, procedure, cartelli informativi, limiti e controlli.
Un privato cittadino che passa davanti a noi con una videocamera incorporata negli occhiali può potenzialmente raccogliere immagini senza che noi ne sappiamo nulla.
Proprio in questi giorni il Governo ha aggiornato le regole sul riconoscimento facciale recependo quanto previsto dall’AI Act europeo.
Sembra deciso che per utilizzare questi sistemi in tempo reale servirà l’autorizzazione del Pubblico Ministero; anche i riconoscimenti effettuati successivamente dovranno ottenere il suo via libera entro ventiquattr’ore, altrimenti tutto dovrà essere cancellato.
È una disciplina comprensibile.
Ma colpisce una cosa: la politica continua a discutere di come regolare il riconoscimento facciale dello Stato, mentre il riconoscimento facciale sta già entrando nelle tasche e, soprattutto, sul naso dei cittadini.
Come spesso accade, il legislatore combatte la guerra precedente, discute il semaforo mentre l’autostrada è già aperta al traffico, arriva con il taccuino in mano per annotare le regole, mentre la tecnologia ha già cambiato le abitudini di milioni di persone.
Nessuno nega che debbano esserci normative sulla Privacy.
Ma la difficoltà sta proprio qui: un conto è controllare un’Amministrazione Pubblica od un’Azienda, un altro è gestire milioni di persone che ogni giorno possono trasformarsi in produttori e distributori di immagini.
Il problema non è soltanto giuridico, è sociale.
Perché la tutela della privacy non sta fallendo soltanto per una mancanza di regole.
Sta fallendo perché abbiamo accettato un gigantesco scambio.
Abbiamo ceduto una parte della nostra riservatezza in cambio di comodità, divertimento e visibilità.
Abbiamo paura dell’occhio dello Stato perché associamo il controllo al potere e alla punizione.
Ma accettiamo volentieri l’occhio del prossimo perché lo percepiamo come un gioco, un gadget, una possibilità in più di condividere.
È la stessa società che protesta contro l’eccesso di esposizione e contemporaneamente pubblica ogni momento della propria vita sui social.
Una contraddizione tipica del nostro tempo.
Vogliamo essere protetti dallo sguardo degli altri, ma desideriamo essere visti. Vogliamo privacy, ma cerchiamo attenzione. Vogliamo libertà, ma cediamo continuamente pezzi di noi in cambio di servizi gratuiti.
Il futuro, probabilmente, non sarà soltanto quello immaginato da Orwell, con un’Autorità che obbliga tutti ad essere osservati.
Potrebbe essere qualcosa di più sottile.
Una società nella quale nessuno ci obbliga a mostrare tutto, perché siamo noi stessi a farlo spontaneamente.
Il vero problema non sarà soltanto chi controllerà le telecamere.
Sarà chi avrà ancora il diritto di dire: quella telecamera non doveva guardarmi.
La tecnologia non è il nemico. Il progresso non è il nemico.
Ma ogni progresso porta con sé una domanda che non possiamo evitare: ciò che possiamo fare tecnicamente significa necessariamente che dobbiamo farlo?
Perché il Grande Fratello di Orwell aveva bisogno di imporre il proprio sguardo.
Il nostro tempo ha trovato forse un metodo ancora più efficace.
Renderlo desiderabile.
Umberto Baldo

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