Lottizzazioni: Durigon sta alla pallavolo femminile come io sto a Messi

Claudio Durigon presidente della Lega Volley femminile. La prima domanda non è se farà bene o male. La prima domanda è un’altra: che cosa c’entra con la pallavolo?
La risposta è semplice: poco o nulla. Esattamente come il sottoscritto c’entra con Lionel Messi. Eppure oggi, nell’Italia del merito tanto evocato dalla politica, un esponente di primo piano della Lega viene catapultato alla guida di uno dei movimenti sportivi più importanti del Paese.
Non è una questione personale. È una questione di sistema.
Il problema non è Durigon. Il problema è l’idea che ogni spazio di potere debba essere occupato dalla politica. Che ogni istituzione, ogni ente, ogni federazione, ogni società partecipata debba finire sotto il controllo di qualcuno che abbia il “bollino” del partito giusto.
È una logica antica, che pensavamo appartenesse ai manuali della Prima Repubblica. Invece è tornata più viva che mai. Cambiano i partiti, cambiano i simboli, cambiano gli slogan, ma il metodo è sempre lo stesso: spartirsi le poltrone.
La destra aveva promesso una rivoluzione contro il sistema delle nomine, contro le élite, contro le rendite di posizione. Aveva promesso meritocrazia. Ma quando arriva il momento di scegliere chi guida un’istituzione, il curriculum sembra passare in secondo piano rispetto all’appartenenza politica.
Lo sport, poi, dovrebbe essere il luogo in cui il merito è l’unico criterio possibile. Un atleta non gioca perché è amico del presidente. Un allenatore non vince perché ha la tessera di un partito. Un dirigente dovrebbe essere scelto perché conosce quel mondo, ne comprende le dinamiche, ha dimostrato capacità manageriali e visione.
Invece assistiamo alla colonizzazione della politica anche nello sport.
Il rischio è enorme. Perché quando tutto diventa terreno di conquista, nulla rimane realmente autonomo. La politica smette di governare e comincia a occupare. È una differenza sostanziale. Governare significa creare regole; occupare significa distribuire incarichi.
Qualcuno obietterà che anche in passato è sempre successo. Ed è vero. Ma proprio perché è sempre successo bisognerebbe smettere di considerarlo normale. La lottizzazione non diventa una buona pratica solo perché è bipartisan. Resta un vizio della politica italiana, uno dei principali fattori che hanno alimentato sfiducia nelle istituzioni e mediocrità nella classe dirigente.
Chi oggi difende queste nomine con il classico “lo facevano anche gli altri” rinuncia a qualsiasi pretesa di cambiamento. È la certificazione che nulla è cambiato.
Il punto non è sapere se Durigon sarà un buon presidente. Glielo si può anche augurare. Il punto è che quella poltrona dovrebbe essere assegnata al migliore, non al più vicino al potere.
Perché quando la politica entra ovunque, lo sport perde autonomia, le istituzioni perdono credibilità e il merito diventa soltanto uno slogan da campagna elettorale.
E così, un incarico dopo l’altro, una nomina dopo l’altra, l’Italia torna lentamente a ciò che aveva giurato di lasciarsi alle spalle: la Repubblica delle spartizioni, dove le competenze contano meno delle appartenenze e le poltrone sono il premio di una fedeltà politica, non il riconoscimento di un merito.
Altro che Terza Repubblica. Sembra di essere tornati alla Prima


















