16 Luglio 2026 - 11.31

La grande paura delle preferenze.  Il Parlamento dei nominati piace a tutti

Machiavellus

Lasciamo pure che i partiti di minoranza stappino lo spumante per il recente passo falso parlamentare della coalizione di governo sulla riforma elettorale. 

È innegabile che il colpo all’immagine di infallibilità della Premier sia stato assestato, evidenziando le prime, reali crepe all’interno della maggioranza.

Tuttavia c’è un abisso tra il godersi i passi falsi altrui ed il contrabbandare una rissa interna alla destra come una gloriosa vittoria del centrosinistra. 

Le opposizioni, in questa dinamica, sono state semplici spettatrici non paganti, perché è evidente che il voto segreto è stato sollecitato sotterraneamente da certi settori della maggioranza.

È lo stesso paradosso di un atleta rimasto fuori dalle Olimpiadi che esultasse dal divano perché il suo rivale ha perso la finale: una gioia per procura che rasenta il ridicolo.

Purtroppo, appropriarsi dei meriti altrui è un vizio antico della sinistra italiana.

Dall’anno della sua fondazione (14 ottobre 2007)  ad oggi, il Pd non ha mai ottenuto una maggioranza elettorale tale da poter governare da solo, eppure ha sempre cercato una legittimazione riflessa nei successi delle sinistre globali, da Obama a Biden, da Zapatero a Sanchez, da Lula a Starmer . 

A voler essere cattivi, una sorta di voyeurismo politico che serve solo a nascondere le proprie fragilità.

Ma cosa c’è dietro questa fantomatica “vittoria parlamentare” da suscitare tante emozioni?

Al di là delle urla, dei cartelli, dei cori a Montecitorio, l’emendamento Meloni, per chiamarlo così, pur con tutti i limiti dovuti alla mediazione imposta da Salvini e Tajani, introduceva, seppure in misura limitata, la possibilità per gli elettori di scegliere almeno una parte dei candidati.

Poiché sembra difficile che detto emendamento venga riproposto in Senato, è chiaro che alla fine la riforma passerà blindata nella sua versione più pura ed oligarchica.

Quindi  bonus di seggi enorme (70 alla Camera e 35 al Senato) per la coalizione che raggiungerà una soglia minima (il 42%), ed un Parlamento composto esclusivamente da designati dalle Segreterie.

Per evitare di ammettere che il ritorno alle preferenze è un tabù in realtà condiviso da tutti i principali schieramenti, a sinistra si sprecano i paragoni iperbolici con il Ventennio (legge Acerbo) o con l’immediato dopoguerra (legge Truffa).

Le analogie storiche fanno sempre scena nei talk show. Molto meno quando si va a rileggere ciò che gli stessi partiti hanno fatto negli ultimi vent’anni.

Ma questa tattica va bene per i gonzi; perché chi segue la politica con attenzione ricorda bene che sono stati proprio i governi a guida Pd, nel decennio scorso, ad imporre a colpi di fiducia  con l’Italicum (Governo Renzi)  ed il Rosatellum (primo firmatario Ettore Rosato del PD),   sistemi elettorali studiati ad hoc per blindare i nominati e tagliare le gambe alle forze antisistema dell’epoca.

Quindi nessuno si senta al di sopra degli altri; perché il filo rosso che unisce tutte queste riforme è il medesimo: il sistematico progressivo esproprio del potere decisionale dei cittadini.

In conclusione, l’avversione per la scelta diretta del candidato ha radici trentennali ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti: gli elettori che preferiscono il mare ai seggi (l’affluenza è passata dal 93,8% delle politiche del 1976 al 63,9% del 2022).

Chi vuole davvero invertire la rotta e riavvicinare i cittadini alle istituzioni dovrebbe avere il coraggio di proporre un sistema proporzionale puro con preferenza unica — fra l’altro l’unico modello già blindato dalle sentenze della Consulta.

La politica continua a ripetere che bisogna riportare i cittadini alle urne. Poi, quando si tratta di restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri parlamentari, quasi tutti fanno un passo indietro. È questa la vera contraddizione della Seconda Repubblica. Non la governabilità contro la rappresentanza, ma il timore delle segreterie di perdere il controllo delle candidature

La vera domanda quindi è molto semplice. 

Se domani arrivasse in Parlamento una proposta di sistema proporzionale con preferenza unica, quanti dei leader che oggi brindano sarebbero davvero disposti a votarla? 

Vale per Schlein, Conte e Fratoianni. Ma vale, naturalmente, anche per Meloni, Salvini e Tajani. Perché la paura delle preferenze non ha colore politico: ha soltanto un comune denominatore, quello delle segreterie di partito.

Machiavellus

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