16 Luglio 2026 - 9.38

Dal mercato allo Stato padrone: la svolta del Pd

Contrordine, Compagni: Il Gosplan in Salsa Schleiniana

Umberto Baldo

C’era una volta una sinistra italiana che, per portare il Paese in Europa, aveva faticosamente compreso la necessità di smantellare i vecchi carrozzoni di Stato. 

Era la stagione di Romano Prodi, di Carlo Azeglio Ciampi, di Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani: leader che, pur con le proprie contraddizioni, avevano guidato la fase delle liberalizzazioni e della privatizzazione delle Partecipazioni Statali, liberando i contribuenti dall’onere insostenibile di Enti pubblici che succhiavano risorse a non finire al solo scopo di garantire il consenso clientelare. 

Quella stagione, che permise di abbattere il debito e modernizzare il tessuto produttivo nazionale, sembra possa essere oggi formalmente archiviata con un clamoroso e nostalgico “contrordine compagni”.

Il nuovo Partito Democratico guidato da Elly Schlein, orfano di una visione macroeconomica al passo con i tempi, e sempre più subalterno alle spinte massimaliste delle frange estreme, sembra non saper fare altro che guardare indietro nella storia. 

Se le idee scarseggiano, la soluzione viene cercata in una formula logora ma rassicurante per i nostalgici della pianificazione centralizzata: la collettivizzazione dell’economia. 

Il Libro Bianco che Andrea Orlando starebbe curando per conto del Nazareno ne sarebbe il manifesto programmatico. 

L’obiettivo dichiarato è trasformare Invitalia e Cassa Depositi e Prestiti nei bracci armati di una nuova e pervasiva regia pubblica, capaci di “assumersi rischi” e “orientare investimenti” sul lungo periodo.

Dietro questa formula edulcorata a mio avviso si nasconde lo spettro di un vero e proprio Gosplan in miniatura, una riedizione in salsa schleiniana dei piani quinquennali di sovietica memoria. 

L’idea che lo Stato debba farsi imprenditore, decidendo quali settori debbano vivere e quali morire, ignora deliberatamente i fallimenti storici di qualsiasi economia pianificata. 

Quando la politica si assume il compito di gestire il rischio imprenditoriale, a pagare il conto non sono mai i dirigenti di partito od i burocrati ministeriali, bensì i contribuenti. 

Il rischio reale, tutt’altro che ipotetico, è la trasformazione della politica industriale in un immenso reparto di terapia intensiva volto a tenere artificialmente in vita veri e propri cadaveri economici privi di alcuna prospettiva di mercato, come ad esempio l’Ilva. 

La sinistra di Elly Schlein scambia la modernizzazione con il dirigismo, riesumando logore logiche di pianificazione, dove il contribuente diventa l’unico azionista delle perdite dei nuovi carrozzoni di partito.

Passare da un modello di vigilanza e partecipazione finanziaria ad uno basato sulla pura egemonia pubblica significherebbe asservire le dinamiche aziendali alle priorità del governo di turno. 

Se il management delle controllate non risponde più alle logiche di efficienza ed agli interessi del mercato, ma agli ordini del Nazareno (o, in futuro, di un ipotetico e opposto Governo sovranista), l’intero sistema della concorrenza interna e delle regole europee salta in aria. 

Si torna all’epoca dei “panettoni di Stato”, dove l’inefficienza viene nazionalizzata ed il merito soffocato dalla fedeltà partitica. 

Oggi il PD parla correntemente la lingua del massimalismo di Nicola Fratoianni, cancellando decenni di cultura riformista e liberaldemocratica.

Il paradosso finale di questa deriva collettivista risiede a mio avviso nella scelta dei modelli di riferimento internazionali. 

In un cortocircuito logico e ideologico senza precedenti, la nuova sinistra progressista si ritrova a guardare con ammirazione alle politiche d’oltreoceano della Casa Bianca di Donald Trump. 

Pur di giustificare la ristatalizzazione dell’economia, il PD si aggrappa al massiccio piano americano di acquisizione di partecipazioni pubbliche in aziende considerate “strategiche” come Intel, Nvidia, AMD o Anthropic.

Una sinistra che si dichiara antifascista e progressista finisce così per adottare l’agenda economica del nazionalismo populista americano, scambiando il protezionismo emergenziale per l’alba del nuovo socialismo. 

Nel tentativo di rincorrere l’estremismo identitario, il PD non sta solo rottamando l’eredità di Prodi e dei democratici  progressisti europeisti, ma sta preparando per l’Italia un futuro di spesa pubblica fuori controllo, mercati distorti ed un’economia ingessata, dove lo Stato non crea valore, ma redistribuisce i costi del declino sulle spalle dei cittadini.

Naturalmente, per finanziare questo immenso apparato neo-collettivista e coprire le falle dei nuovi cadaveri di Stato, la ricetta della sinistra schleiniana non potrà che essere una sola, antica quanto prevedibile: la patrimoniale. 

Non c’è piano quinquennale che si rispetti senza un prelievo forzoso sulle spalle di chi ha risparmiato una vita. 

Con il pretesto dell’equità sociale, si punta a colpire la ricchezza privata per alimentare l’inefficienza pubblica, in un circolo vizioso in cui chi produce viene punito per tenere in piedi chi distrugge valore.

Così si chiude il cerchio perfetto del socialismo reale in salsa Nazareno: nazionalizzare le perdite delle imprese, collettivizzare i costi attraverso le tasse, e centralizzare il controllo politico. 

Un tempo la sinistra voleva espropriare i mezzi di produzione; oggi, più banalmente e cinicamente, si accontenta di espropriare il portafogli dei contribuenti.

Umberto Baldo

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