Prostitute e prestazioni a pagamento. Il business del sesso nell’epoca digitale

Umberto Baldo
C’è un paradosso ipocrita che galleggia nella nostra società della finta tolleranza; un cortocircuito che i nostri padri e i nostri nonni faticherebbero persino a capire. Riguarda la prostituzione.
Ma chiamiamola con il suo nome: “il mercato della puttane”.
Se torniamo indietro di qualche generazione, i conti tornavano con una logica geometrica.
La prostituzione poggiava su pilastri sociali ed economici granitici.
Da un lato, il culto ferreo e talvolta spietato della verginità femminile, difeso a oltranza dalle famiglie e dalla morale corrente; dall’altro, le pulsioni ormonali giovanili maschili che sbattevano contro quel muro.
In mezzo, un oceano di tabù e sensi di colpa.
In quel mondo rigido, il bordello o il marciapiede erano l’unica valvola di sfogo.
E non a caso il primo accesso al “casìno” era allora visto e salutato come un “rito di passaggio” all’età adulta.
Una transazione cinica, d’accordo, ma geometricamente spiegabile all’interno di quella sociologia patriarcale.
Oggi quel mondo è morto e sepolto.
L’integrità sessuale delle ragazze è l’ultimo dei problemi dei genitori di un’adolescente, ampiamente superata dal terrore della droga, delle cattive compagnie, e dei neuroni bruciati davanti a uno smartphone.
Oggi, parliamoci chiaro, per una parte consistente delle nuove generazioni il sesso occasionale non rappresenta più il tabù che era cinquant’anni fa. (qualcuno meno forbitamente direbbe “una ragazzina la dà al compagno di una sera senza farsi troppi problemi”).
Non era così per le ragazze della mia generazione, le quali prima di andare oltre certi limiti, ammesso che alla fine te lo consentissero, ti facevano sudare l’anima.
Il sesso si è liberalizzato, sdoganato, fluidificato. È ovunque, a portata di mano.
E qui scatta lo schiaffo logico: se il sesso oggi è gratis e accessibile a chiunque, perché il mercato del sesso a pagamento è ancora così fottutamente florido?
Perché non è crollato?
La risposta vecchia – e un po’ pigra – si rifugiava dietro la fisicità del corpo: la ricerca dei “particolari anatomici”, di chissà quale esotismo fisico.
Ma siamo adulti: superata l’illusione estetica, la carne è carne, e non a caso i nostri vecchi, con un cinismo che oggi farebbe inorridire mezzo Paese, sostenevano: “vista una, viste tutte”.
No, la verità è molto più cruda. La persistenza del sesso a pagamento non è una questione di “scopata”.
È una questione di testa. E di vigliaccheria.
MI spiego meglio.
La rivoluzione sessuale ha liberato i corpi, ma la modernità ha fatto terra bruciata delle relazioni.
Oggi corteggiare una donna, esporsi al rischio di un “no”, gestire le sue insicurezze e le proprie, richiede uno sforzo, un investimento emotivo.
E la società del “tutto e subito” odia lo sforzo.
La puttana, oggi, è la scorciatoia transazionale per eccellenza: paghi per azzerare il rischio di essere rifiutato. Paghi per saltare la fatica.
Ma c’è di peggio.
In un’epoca iper-connessa dove la solitudine ti divora vivo, il cliente moderno non compra solo un buco od una prestazione fisica; compra un’illusione.
Compra un’ora di finta attenzione.
Paga una donna perché finga di ascoltarlo, perché simuli un orgasmo, perché lo faccia sentire al centro del mondo per sessanta minuti, salvando il suo ego miserabile.
Il resto lo ha fatto la cultura dell’e-commerce. Siamo abituati a far scorrere il pollice sullo schermo per ordinare una pizza, comprare un libro o scegliere una serie tv.
Il meccanismo è lo stesso; e quel che facciamo per un pacco, con le app di escort, o con piattaforme come OnlyFans, trasformiamo l’intimità in un catalogo.
Il sesso è diventato un servizio di consumo privato, igienizzato, accessibile con carta di credito, senza nemmeno il brivido di vergogna, o lo sporco del marciapiede di una volta.
Dall’altra parte del bancone, però, c’è un’altra tragedia.
Se il cliente compra un’illusione, spesso chi la vende lo fa perché il mercato le ha insegnato che perfino il proprio corpo può diventare un capitale da monetizzare. Anche questa è una forma di mercificazione.
La prostituzione non è sopravvissuta alla fine dei tabù: è diventata il cancro perfetto della nostra mercificazione totale.
Non è più la risposta alla repressione di ieri, ma lo specchio spietato del vuoto relazionale di oggi.
Abbiamo liberato il sesso, sì (o forse ce ne illudiamo), ma ci siamo ridotti a doverlo comprare per non morire di solitudine.
E questa, per una società che si crede evoluta, è la sconfitta più umiliante.
Umberto Baldo


















