14 Luglio 2026 - 9.48

Remigrazione: la parola che l’italiano non voleva e il braccio che nessuno punisce

di Alessandro Camarano

La prima balla è già nel vocabolario, e infatti bisognerebbe partire da lì con un ghigno, non con un’introduzione. “Remigrazione” è una parola che l’italiano non ha mai prodotto da solo: è un impianto, una protesi lessicale avvitata su una lingua che di suo non aveva bisogno di un termine per dire “deportazione” con la faccia pulita. Chi la usa non sta arricchendo il dizionario, sta solo cercando un paravento dietro cui nascondere un’operazione che, detta con le parole giuste, farebbe accapponare la pelle anche al più distratto dei lettori.

Il trucco filologico è vecchio quanto la propaganda stessa: prendere un termine tecnico e neutro — negli anni Settanta indicava semplicemente chi tornava a casa di sua spontanea volontà dopo essere emigrato per lavoro — e farlo scivolare, decennio dopo decennio, dentro un progetto molto meno neutro. Il travaso comincia nell’ambiente identitario francese a inizio anni Dieci, si struttura in un movimento apposito già nel 2013, e trova il suo architetto ideologico in uno scrittore convinto che l’Europa sia vittima di una sostituzione demografica pilotata: la teoria, va detto per onestà minima verso i lettori, non regge a un controllo statistico serio, essendo fondata su impressioni ansiogene più che su dati reali, ma questo non ha impedito a un sondaggio del 2021 di misurare un 67% di francesi “preoccupati” da un fenomeno che gli stessi ricercatori giudicano privo di fondamento empirico. È la vecchia regola del contagio emotivo: non serve che una paura sia vera, basta che sia ripetuta abbastanza forte da qualcuno con un microfono.

Da lì il salto alla praticità operativa avviene in Germania, e qui la vicenda smette di essere un esercizio da salotto intellettuale francese e diventa un verbale. In un albergo nei dintorni di Berlino, alla fine del 2023, un pugno di quadri di un partito oggi sorvegliato dai servizi segreti interni tedeschi si riunisce con un teorico austriaco della purezza etnica per discutere, carta e penna alla mano, l’espulsione di alcuni milioni di persone — comprese, secondo la ricostruzione, persone con cittadinanza tedesca giudicate non abbastanza “assimilate”. Il dettaglio che nessun cronista onesto ha potuto ignorare è che quell’albergo si trova a una manciata di chilometri da una villa dove, ottant’anni prima quasi al giorno, un altro gruppo di uomini in giacca e cravatta mise a verbale un’altra soluzione amministrativa per un’altra categoria di esseri umani giudicati di troppo. La geografia, a volte, ha un senso dell’umorismo che i suoi stessi protagonisti non colgono.

Le conseguenze, altrove, sono state quelle che ci si aspetterebbe da un paese che ha ancora voglia di guardarsi allo specchio: piazze piene per mesi, un cancelliere che parla apertamente di minaccia per la tenuta democratica, tribunali che sentenziano — senza fronzoli — che applicare simili piani a cittadini è incostituzionale, e una giuria linguistica che elegge il termine “parolaccia dell’anno”, riconoscendone ufficialmente la funzione di eufemismo criminale. Persino chi ha provato a citare in giudizio i cronisti che avevano ricostruito l’incontro, sperando in una ritrattazione, si è visto respingere il ricorso da un tribunale che ha confermato la sostanza dei fatti. Vale la pena notarlo: ci sono voluti piazze, sentenze e commissioni parlamentari per fare quello che sarebbe bastato il buon senso a fare in un pomeriggio, cioè chiamare una deportazione con il suo nome anziché con un francesismo elegante.

E l’Italia, va da sé, non poteva mancare all’appuntamento con il suo consueto ritardo di due stagioni e l’entusiasmo tipico di chi scopre la ruota convinto di averla inventata lui. Prima una sezione giovanile di partito che, dopo alcuni fatti di cronaca in una provincia del nord, invoca pubblicamente la stessa ricetta anche per chi non ha precedenti penali, ricevendo applausi istituzionali locali invece di un richiamo. Poi un ventitreenne organizzatore, ex militante di gioventù di partito, che allestisce in un teatro comunale del varesotto la prima tappa italiana di un summit internazionale dedicato interamente al tema, con ospiti che arrivano da mezza Europa per confrontare tecniche di espulsione come si confrontano ricette di cucina. Poi, dulcis in fundo, un comitato che mette insieme sigle neofasciste storiche e raccoglie decine di migliaia di firme in ventiquattr’ore per una proposta di legge che nel titolo ha già tutto il suo programma: “Remigrazione e riconquista” — parola, quest’ultima, che almeno ha il merito di essere sincera sulle intenzioni.

Di fronte a tutto questo, chi avrebbe il compito istituzionale di arginare la deriva ha preferito la scorciatoia più comoda: travestire l’indignazione legittima da attentato alla libertà di pensiero. Un membro del governo, interpellato sulle proteste contro il summit varesino, ha liquidato la questione ricordando solennemente che non siamo in Unione Sovietica — come se il problema fosse un’opinione scomoda da tollerare e non un piano organizzato di espulsione etnica messo in vetrina con tanto di relatori internazionali e streaming.

E qui arriva il pezzo che fa più male, perché non riguarda ideologi in giacca o ex militanti con l’ambizione da influencer, ma un generale della Repubblica che ha scelto di prestare la propria uniforme, il proprio grado e la propria credibilità istituzionale a un summit del genere, mandando un video di sostegno in cui parlava — con quella retorica vuota e rassicurante che è ormai il suo marchio di fabbrica — di buon senso e di dovere degli Stati di “ripristinare ordine, sicurezza e sovranità” sul proprio territorio. Espressioni che si possono riempire con qualunque contenuto, dal codice della strada al filo spinato, e che infatti sono state riempite, nel medesimo video, con il sostegno esplicito a un progetto di deportazione di massa. Un generale in pensione che gioca all’ideologo da salotto sarebbe già di per sé imbarazzante; un generale che presta la sua uniforme a un summit identitario internazionale, per poi fondare un proprio marchio politico personale e litigare pubblicamente con il partito che lo ha eletto, è qualcosa che meriterebbe più di un titolo di giornale e molto meno di un video di auguri.

Ma la parte più vergognosa di questa storia, quella che dovrebbe far arrossire non i teorici della remigrazione ma chi li ha lasciati crescere indisturbati, riguarda i ragazzini in maglietta e occhiali neri che alzano il braccio teso senza sapere — perché nessuno glielo ha mai insegnato — che cosa stiano davvero ripetendo. La legge che dovrebbe punire quel gesto esiste dal 1952, prevede fino a tre anni di reclusione, ed è stata applicata così poche volte e con requisiti probatori così cavillosi da essere, nei fatti, quasi lettera morta: la giurisprudenza chiede di dimostrare un “concreto pericolo di riorganizzazione” del disciolto partito fascista, cosa pressoché impossibile da provare in tribunale anche di fronte a centinaia di braccia tese in diretta streaming. Il risultato è che quei ragazzi possono ripetere un rituale nato per identificare, discriminare e infine sterminare intere categorie di esseri umani, e tornarsene a casa quasi sempre senza conseguenze.

Ecco il paradosso che nessuno ha il coraggio di mettere nero su bianco nei salotti televisivi: quei ragazzi possono alzare il braccio proprio perché altri, ottant’anni fa, hanno combattuto e sono morti per liberare questo paese da chi quel braccio lo alzava sul serio, con l’esercito, le leggi razziali e i vagoni piombati. È la libertà conquistata con la Resistenza che oggi permette, per un cortocircuito che la storia ama produrre, l’esibizione impunita del suo esatto contrario. E questo accade — non è un dettaglio, è la causa — perché la storia del Novecento nelle scuole italiane si insegna quando va bene di corsa, nell’ultimo trimestre, saltata per mancanza di tempo, relegata a nota a margine dopo l’Unità d’Italia: un’omissione che non è casuale ma colpevole, perché un paese che non spiega ai suoi ragazzi da dove viene quel gesto sta coltivando, con negligenza organizzata, l’ignoranza che rende quel gesto di nuovo possibile.

Non ci sono attenuanti da distribuire, in questa storia, a nessuno dei suoi protagonisti: non ai teorici che hanno inventato la parola per non dover pronunciare quella vera, non ai partiti che l’hanno importata con l’entusiasmo di chi scopre la moda giusta, non ai ministri che l’hanno difesa in nome di una libertà di pensiero mai concessa a chi la pensa diversamente, non al generale che le ha prestato gallone e telecamera, e non allo Stato che, non insegnando la propria storia, consegna ogni gennaio nuove braccia da tendere a chi le sa ancora ben istruire. La condanna, su questo, non ammette sconti né distinguo: si tratta di un progetto di espulsione di massa travestito da parola crociata, sostenuto da chi dovrebbe difendere la Costituzione e tollerato da chi dovrebbe insegnarla, e va respinto senza eufemismi, senza excusatio, senza appello.

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