Il vento è cambiato: perché l’Italia non è più sola in Europa

L’Italia non era un incidente. Il vento che soffia su Bruxelles
Umberto Baldo
Mi è capitato nei giorni scorsi di leggere un’intervista allo scrittore spagnolo Javier Cercas in cui paventava un’Europa che rischia di svegliarsi dal più dolce dei suoi sogni – l’integrazione democratica e solidale – per ritrovarsi catapultata nel peggiore degli incubi geopolitici.
Un incubo in cui tre motori del Continente (Francia, Germania e Spagna) scivolano quasi contemporaneamente sotto il controllo o la pesante ipoteca delle destre nazionaliste e sovraniste.
Persino il Regno Unito, ormai fuori dall’Unione, potrebbe imboccare la stessa traiettoria con Nigel Farage, segno che il fenomeno travalica ormai i confini di Bruxelles.
Un quadro in cui l’Italia, lungi dall’essere un’anomalia temporanea come immaginano Schlein e Company, si riscopre improvvisamente come l’avanguardia di un nuovo ordine continentale.
Fino a ieri lo scenario di un’Europa a trazione sovranista veniva liquidato dalle Cancellerie come lo spauracchio della “Frexit” o della fine dell’euro. Oggi, le analisi dei principali think tank, ed il polso della stampa internazionale ci dicono l’esatto contrario: la destra contemporanea non vuole distruggere i palazzi di Bruxelles; vuole abitarli, cambiarne i connotati, svuotarli dall’interno.
È la transizione dall’influenza transitoria alla “normalizzazione sistemica”.
Ma per capire come l’Europa sia arrivata a questo punto, a mio avviso non basta guardare alla forza comunicativa dei populismi.
Bisogna avere il coraggio di guardare dentro il campo di chi quella diga avrebbe dovuto reggerla: la sinistra europea.
Chi mi legge sa che non sono ossessionato del pericolo di rinascenti “fascismi”, ma da liberale convinto sono anch’io preoccupato da tempo sull’incapacità delle sinistre di dare risposte convincenti ai vari elettorati europei.
Il caso della Spagna di Pedro Sánchez è emblematico. Arrivato al governo nel nome della superiorità morale della sinistra, oggi si trova a difendersi da inchieste che coinvolgono il suo entourage ricorrendo agli stessi argomenti utilizzati in passato da Berlusconi o Trump: complotti giudiziari e campagne mediatiche. Quando cambia il protagonista, ma resta identico il copione, la presunta diversità etica perde ogni credibilità.
L’effetto è devastante: la sinistra abdica alla sua supposta superiorità morale, l’elettorato moderato si rifugia nell’astensione per disgusto, e le destre radicali – come Vox in Spagna – ottengono il passaporto definitivo come uniche forze “anti-sistema” credibili.
È la fine degli anticorpi politici.
E quando mancano gli anticorpi, il virus del populismo smette di incontrare resistenze.
C’è un grande malinteso che attraversa le analisi dei tecnocrati europei. Guardando i dati macroeconomici, la Spagna cresce, l’Italia tiene, la Francia galleggia, ed i bilanci delle Banche festeggiano.
Ma la macroeconomia non vota; votano i cittadini che vivono la microeconomia.
Sotto la superficie dei PIL positivi si consuma il vero dramma sociale europeo: il costo della vita è sempre in crescita, l’inflazione ha eroso i salari reali, ed il mercato immobiliare nelle grandi città è diventato un muro invalicabile per le nuove generazioni.
Se la transizione ecologica del Green Deal viene percepita dal ceto medio non come un salvataggio del pianeta, ma come una tassa impossibile sulle proprie auto e sulle proprie case, è evidente che lo slittamento verso chi promette deregolamentazione e protezione dei confini diventa immediato.
Le destre offrono risposte semplici ed identitarie a frustrazioni economiche materiali che la sinistra non ha saputo o potuto sanare.
Cosa accadrà, dunque, se nei prossimi mesi questo effetto domino dovesse completarsi?
Se Marine Le Pen dovesse conquistare l’Eliseo e l’estrema destra dell’AfD diventasse l’ago della bilancia della politica tedesca?
Naturalmente siamo nel campo degli scenari, non delle certezze.
Ma molto probabilmente assisteremmo alla nascita di un’Europa “paralizzata”.
Il Consiglio Europeo, dove le decisioni chiave richiedono l’unanimità o maggioranze blindate, diventerebbe il teatro di veti incrociati permanenti. Progetti di debito comune per investimenti strategici verrebbero cassati.
Le politiche migratorie subirebbero un indirizzo definitivo verso la “Fortezza Europa”, con l’esternalizzazione dei migranti sul modello dell’accordo Italia-Albania, e la sospensione di fatto dei trattati di Schengen per blindare le frontiere interne.
Ma la faglia più pericolosa si aprirebbe sulla geopolitica e sul sostegno all’Ucraina.
La destra europea non è un monolite.
Parlare di un’Internazionale dei nazionalisti è un piccolo ossimoro della storia. I nazionalismi possono marciare nella stessa direzione, ma ciascuno difende prima di tutto il proprio interesse nazionale. Ed è proprio qui che potrebbero nascere le maggiori tensioni.
Se l’asse atlantista e conservatore (di cui Giorgia Meloni è interprete) spinge per la fermezza contro Mosca, le destre radicali di Francia e Germania hanno storicamente radici diverse, molto più tiepide se non apertamente ostili all’invio di armi a Kyiv.
Con la Le Pen all’Eliseo, il supporto europeo all’Ucraina rischierebbe il congelamento, spaccando il Continente in due e creando una frattura insanabile con i Paesi dell’Est e del Baltico, proprio mentre l’ombra del trumpismo isolazionista si allunga da Washington.
In questa “tempesta perfetta”, l’Italia smetterebbe di essere il sorvegliato speciale.
Se il progetto del Campo Largo non riuscirà a trovare una sintesi solida, e stando alle premesse la vedo veramente dura, e l’attuale maggioranza di centrodestra dovesse confermarsi alla guida del Paese, Roma non si troverebbe più isolata a Bruxelles.
Al contrario, l’esperimento italiano verrebbe studiato come il modello politico d’avanguardia, che ha capito prima degli altri la direzione del vento: una destra capace di fare da ponte tra i moderati del PPE ed i conservatori, normalizzando posizioni un tempo considerate eretiche.
Io mi convinco sempre più che l’Unione Europea resti l’unica vera salvezza dei singoli Stati di fronte ai giganti globali.
Ma un’Unione ridotta a mero mercato comune, priva di un’anima politica, di una difesa condivisa e di una visione sociale comune, è un’Unione che ha già smesso di esistere.
Concludendo, se il vento continentale sta davvero cambiando, non è perché milioni di europei si siano improvvisamente innamorati del sovranismo.
È perché una parte della sinistra ha smesso di parlare la lingua della realtà, preferendo quella della superiorità morale.
E quando la politica rinuncia a descrivere il mondo per quello che è, prima o poi arriva qualcun altro a farlo al suo posto.
Umberto Baldo















