10 Luglio 2026 - 9.35

La legge cancella il patriarcato, l’abitudine no: il flop invisibile del doppio cognome

Umberto Baldo

Mio nipote Enrico, nel momento in cui di recente ha acquisito la cittadinanza del Regno di Spagna, ha dovuto obbligatoriamente aggiungere al proprio cognome quello di mia sorella, sua madre, che poi è anche il mio. 

Non essendoci più altri maschi in vita, lui sarà l’ultimo della mia schiatta a portare il cognome Baldo; anche se non potrà trasmetterlo alle sue figlie, sempre per via della legge iberica. 

Vi racconto questo frammento di vita familiare perché, già nel 2022, scrissi su queste colonne un editoriale (https://www.tviweb.it/consulta-ai-figli-il-cognome-di-mamma-e-papa/)  su questo tema. 

Allora  si veniva da un dibattito che  languiva  da decenni nelle secche della politica. 

Poi, come spesso accade nella nostra Repubblica di Cialtronia – dove il legislatore arriva quasi sempre in ritardo sulle mutazioni della società – è dovuta intervenire la Corte Costituzionale. 

Con la storica sentenza n. 131 del 2022, la Consulta ha finalmente cancellato quell’automatismo patriarcale che imponeva il solo cognome paterno, definendolo discriminatorio e lesivo dell’identità del figlio.

Da quel giorno, il quadro giuridico è radicalmente cambiato. 

Credo vada sottolineato che l’attribuzione del doppio cognome in via automatica (che adesso sarebbe la regola) non è un obbligo, ma una scelta di libertà: se c’è accordo, i genitori possono ancora decidere di dare solo il cognome del padre, oppure solo quello della madre, o entrambi nell’ordine che preferiscono. In caso di disaccordo, decide il giudice.

I cognomi non sono semplici etichette burocratiche. 

Raccontano storie, cementano tradizioni, trasmettono valori (come ben sanno le famiglie nobili, gelose delle loro genealogie). 

Per questo la fine del monopolio maschile sulla loro trasmissione è stata salutata, ed io sono stato fra quelli, come una grande vittoria di civiltà. 

Ecco perché, a distanza di quattro anni da quella svolta, la curiosità di vedere come gli italiani abbiano accolto questa opportunità, mi ha spinto a guardare i dati. 

E la scoperta, purtroppo, è l’ennesima conferma di una regola italica: le riforme ottenute dopo decenni di battaglie, alla prova dei fatti, si scontrano con una realtà molto meno rivoluzionaria del previsto.

I dati ISTAT del 2024 ci consegnano una fotografia impietosa: nel 2023, appena il 6,2% dei nuovi nati in Italia ha ricevuto il doppio cognome. 

Anche nelle aree urbane culturalmente più vivaci e teoricamente progressiste, come Torino, la percentuale si ferma a un modesto 13%. 

Un piccolo balzo iniziale post-sentenza, poi il piattume.

Com’è possibile che un’opportunità così positiva, che restituisce dignità e visibilità al ruolo materno nell’identità familiare, venga snobbata da quasi il 94% dei neo-genitori?

Il primo motivo, il più profondo, è sociologico: la regola del patronimico è talmente interiorizzata da essere diventata invisibile. 

Per la stragrande maggioranza delle giovani coppie l’assegnazione del cognome del padre non è il frutto di una scelta consapevole o di un’ideologia patriarcale rivendicata; è, molto più banalmente, un riflesso condizionato. 

È una scelta di default. 

Non ci si pensa, si fa e basta, confondendo la consuetudine con la normalità. 

Manca, in sostanza, quel briciolo di scatto culturale necessario a mettere in discussione un’abitudine secolare, se non millenaria.

Accanto alla pigrizia culturale, c’è però anche una debolezza strutturale nell’applicazione della riforma, che funge da perfetto alibi per i più scettici.

Molti genitori rinunciano al doppio cognome sollevando obiezioni pratiche sul futuro: “Cosa succederà quando due persone con il doppio cognome avranno un figlio? Avrà quattro cognomi?”. La legge prevede che si debba scegliere, ma l’idea di dover “potare” l’albero genealogico ad ogni generazione forse spaventa, o sembra troppo complicata. 

In realtà basta andare in Spagna  ed in molti altri Paesi per vedere come la cosa funzioni  da sempre senza alcun problema. 

A questo si aggiunge la farraginosità di una burocrazia che non aiuta: uffici dell’Anagrafe non sempre aggiornati o pronti a spiegare l’opzione, moduli che implicitamente ricalcano i vecchi schemi e la paura diffusa (seppur infondata) di complicare la vita amministrativa del bambino tra codici fiscali, passaporti e scartoffie.

La verità è che la legge ha scardinato l’automatismo giuridico, ma non ha scalfito la pigrizia degli italiani. 

Preferiamo dichiararci a favore della parità di genere nei sondaggi, per poi rifugiarci nella comodità del “si è sempre fatto così” quando compiliamo il modulo di nascita in ospedale. 

Così il doppio cognome resta una bellissima conquista di civiltà, che però attende ancora che gli italiani si sveglino dal loro torpore culturale per diventare vera normalità.

Umberto Baldo

Potrebbe interessarti anche:

La legge cancella il patriarcato, l'abitudine no: il flop invisibile del doppio cognome | TViWeb La legge cancella il patriarcato, l'abitudine no: il flop invisibile del doppio cognome | TViWeb

Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

Luca Faietti Direttore Fondatore ed Editoriale - Arrigo Abalti Fondatore - Direttore Commerciale e Sviluppo - Paolo Usinabia Direttore Responsabile

Copyright © 2026 Tviweb. All Rights Reserved | Tviweb S.R.L. P.Iva E C.F. 03816530244 - Sede Legale: Brendola - Via Monte Grappa, 10

Concessionaria pubblicità Rasotto Sas

Credits - Privacy Policy