Da un calendario UNICEF alla finale del Mondiale. Messi e Yamal: il cerchio si chiude

Umberto Baldo
Bisogna riavvolgere il nastro del tempo di quasi vent’anni.
Siamo in Spagna. Per un calendario benefico dell’UNICEF, un ventenne prodigio del Barcellona, un ragazzo timido con i capelli lunghi che risponde al nome di Leo Messi, posa sorridente mentre fa il bagnetto ad un neonato di appena cinque mesi, estratto a sorte per l’occasione.
Quel bimbo ignaro, cullato dall’acqua e dallo sguardo del futuro re del pallone, si chiama Lamine Yamal.
Domenica prossima, su un prato di New York, quel neonato diventato uomo e quel ragazzo trasformatosi in leggenda si troveranno l’uno di fronte all’altro.
Non ci saranno vasche da bagno o sorrisi teneri, ma una Coppa del Mondo in palio.
Una sceneggiatura che persino il più audace dei romanzieri avrebbe ritenuto troppo retorica per essere credibile, e che invece è pura, clamorosa realtà.
L’Argentina di Lionel Scaloni ci arriva respirando ancora l’odore del sangue e del sudore di una semifinale epica, una di quelle battaglie per cuori forti che forgiano la leggenda della Selección.
Una partita sporca, iniziata tra i fischi assordanti agli inni nazionali, con un primo tempo dominato dai calci più che dal calcio.
Quando, ad inizio ripresa, Anthony Gordon ha gelato i sudamericani spingendo in rete il cross di Rogers, è scattato quel meccanismo ancestrale che rende l’Argentina una squadra che semplicemente si rifiuta di morire.
Scaloni ha gettato nella mischia l’artiglieria pesante, Nico Gonzalez e Lautaro Martinez su tutti, mentre Thomas Tuchel commetteva l’errore più fatale: barricarsi, inserire difensori a palate, consegnando l’inerzia del match al destino.
Ed il destino ha risposto “presente”.
Prima il siluro dalla distanza di Fernandez a sfiorare il novantesimo, poi, in pieno recupero, la magia: cross radiocomandato di un Messi in versione regista totale e l’incornata imperiosa del toro Lautaro.
Rimonta compiuta. New York aspetta.
Dall’altra parte del ring ci sarà la Spagna.
Sarà la prima volta nella storia dei Mondiali che l’atto finale opporrà direttamente i Campioni d’Europa in carica ai detentori della Copa América.
Una vera e propria “guerra dei due mondi”.
La cura collettiva, il palleggio ipnotico e l’organizzazione scientifica disegnata da Luis de la Fuente contro la competitività feroce, la verticalità sofferta ed emotiva degli argentini.
Due identità senza maschere: la Roja, capace di limare il proprio assetto inserendo Porro ed Olmo senza perdere un millimetro di filosofia di gioco, contro una Albiceleste che sa soffrire come nessun’altra, trovando risorse inaspettate nei momenti in cui il baratro sembra ad un passo.
La chiave tattica si consumerà a centrocampo, dove Rodri e Fabián proveranno a tessere la loro tela di passaggi millimetrici, mentre l’Argentina cercherà di spezzare il ritmo per scatenare transizioni letali non appena si aprirà un corridoio.
Ma la vera cornice dorata di questa notte newyorkese sarà il duello generazionale tra le due stelle.
Da un lato Lamine Yamal, l’astro nascente, colui che ha il futuro tra i piedi, capace, se inserito nel flusso del gioco collettivo spagnolo, di piegare una partita con una singola accelerazione
Dall’altro c’è sempre lui, “la Pulga”.
Oggi Messi non strappa più i tessuti muscolari e le difese con la velocità di vent’anni fa; oggi Leo gioca con il cervello.
Si abbassa, cuce il gioco, si trasforma nel regista offensivo totale di un popolo intero.
I numeri dicono che in questa campagna mondiale ha persino superato il record storico di Miroslav Klose, issandosi in vetta ai marcatori di sempre della storia della Coppa del Mondo.
Presente e futuro si daranno appuntamento domenica 19 luglio alle 21:00 a New York.
Due continenti, due filosofie di vita, un solo trofeo.
E quell’abbraccio ideale, nato vent’anni fa in un bagnetto dell’UNICEF, che si chiuderà per sempre sotto il cielo d’America.
Forse domenica Messi alzerà ancora una volta la Coppa del Mondo.
Forse sarà Lamine Yamal ad inaugurare una nuova dinastia.
Ma qualunque sarà il risultato, resterà una fotografia più potente di tutte: quella di un ragazzo che, senza saperlo, teneva tra le mani il bambino destinato a sfidarlo vent’anni dopo.
A volte il calcio è soltanto uno sport. Altre volte diventa letteratura.
Umberto Baldo


















