Nel vuoto pneumatico dell’Europa, Dio batte Cesare

Umberto Baldo
I numeri, a volte, hanno il difetto della sincerità.
Quelli emersi dal recente Gewaltbarometer – il “Barometro della violenza” commissionato dal Senato di Berlino su un campione di quattordicimila studenti – non fotografano solo il termometro del disagio nelle aule della capitale tedesca.
Raccontano qualcosa di molto più profondo e, a tratti, sinistro.
Il dato che ha comprensibilmente infiammato il dibattito politico è quel 40% di studenti musulmani del nono anno (1° o 2° classe della scuola superiore) che dichiara senza mezzi termini che i precetti del Corano vengono prima delle leggi dello Stato e dei regolamenti scolastici.
Poco importa che i sociologi, per dovere di firma o per sollievo accademico, abbiano subito fatto notare che il virus della “polarizzazione identitaria” ha contagiato, per riflesso speculare, anche un terzo degli studenti cristiani e persino un quinto di quelli non affiliati.
Il nocciolo della questione resta intatto, ed è squisitamente politico, nel senso più alto ed antropologico del termine.
Come sempre qualsiasi ragionamento non può prescindere dalla storia.
L’Europa è arrivata alla tolleranza religiosa ed alla laicità dello Stato attraverso un percorso lungo e traumatico: secoli di guerre di religione devastanti, la Riforma protestante e, soprattutto, l’Illuminismo.
Questo percorso ha costretto le Istituzioni e le Chiese Cristiane a scindere il potere politico da quello spirituale.
Nel mondo islamico, questo processo di secolarizzazione (separazione tra Stato e Chiesa) non è avvenuto nello stesso modo o con la stessa intensità, se non in rari esperimenti storici, come la Turchia di Atatürk, oggi drammaticamente scivolata indietro sulla via dell’islamizzazione.
Per questo, in molti Paesi a maggioranza islamica, la legge dello Stato (Sharia) coincide ancora con la legge religiosa, e le minoranze (cristiane, yazide, o persino musulmane di rami diversi da quello dominante) subiscono pesanti discriminazioni o persecuzioni.
È un dato di fatto innegabile.
Inevitabilmente a questo punto si pone la domanda: cosa succede quando una cultura che non ha rielaborato il concetto di laicità si inserisce in una società profondamente laica?
Semplice: che si inneschi il cortocircuito di un modello.
Per decenni l’Europa si è cullata nell’illusione che l’integrazione fosse un processo automatico, quasi un effetto collaterale del benessere economico e del welfare.
Si è pensato che bastasse offrire un banco di scuola, un sussidio e la libertà di culto perché le seconde e terze generazioni di immigrati abbracciassero, per naturale osmosi, i valori della laicità, della parità di genere, della separazione tra Cesare e Dio.
Non è andata così.
Perché se l’Europa ha faticosamente scisso Cesare da Dio, l’Islam, nella sua corrente maggioritaria, quel processo di secolarizzazione non lo ha mai vissuto.
E quando una visione teocratica si innesta nel vuoto pneumatico di una società europea profana, stanca e spesso colpevolizzante verso se stessa, il risultato non è la sintesi multiculturale: è la frammentazione.
Per molti giovani nati qui, l’ortodossia religiosa diventa un’identità forte, un guscio fiero, ed un’arma di ribellione contro uno Stato ospitante di cui non riconoscono l’autorità morale.
Si crea così una asimmetria pericolosa: l’Europa garantisce, giustamente, ogni libertà di culto a chi arriva; ma nei Paesi d’origine di quelle stesse comunità, le minoranze cristiane vivono spesso in una condizione di sottomissione, se non di aperta persecuzione.
Se le famiglie e le comunità musulmane continuano a tramandare l’idea di una superiorità intrinseca della legge divina su quella civile, lo scontro non sarà domani, ma è già in nuce oggi.
Il rischio non è l’invasione militare in stile Roncisvalle, ma una progressiva, silenziosa abdicazione culturale.
Una democrazia che non ha più il coraggio di pretendere il rispetto assoluto dei propri valori fondanti in nome di un bizzarro “paradosso della tolleranza” – dove si tollera anche chi vuole distruggere la tolleranza stessa – è una civiltà che sta firmando la propria resa.
Mentre le autorità berlinesi corrono ai ripari riducendo il numero di alunni per classe ed arruolando psicologi, resta la sensazione che si stia curando un tumore sociale con un’aspirina.
Forse, di fronte alle aule che rivendicano la preminenza della fede sulla legge, varrebbe la pena di superare i vecchi steccati ideologici e rileggere con attenzione, ed un brivido di tardivo realismo, certi scritti di Oriana Fallaci.
Umberto Baldo


















