17 Luglio 2026 - 10.40

La “Supercazzola” delle Preferenze ed il genio svanito della Sinistra

Machiavellus

Almeno i lettori meno giovani – o quelli dotati di una sana cultura cinematografica – ricorderanno sicuramente quel sublime manifesto filosofico pronunciato nel capolavoro Amici Miei.
Alla domanda retorica: «Cos’è il genio?», la risposta giungeva fulminea come una sberla alla stazione di Firenze: «È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione».
Quattro ingredienti semplici, capaci di dare vita alle leggendarie “zingarate”, quegli scherzi sublimi, folli e immediati concepiti per lasciare la vittima di turno basita, tramortita e ed irrimediabilmente beffata.
La domanda sorge spontanea, quasi con un brivido di nostalgia: ma esiste ancora traccia di questo “genio” nei corridoi polverosi della politica nostrana?
La risposta purtroppo è sì, sulla carta, ma i requisiti rimangono immutati e severissimi.
Il politico geniale deve possedere Fantasia per immaginare un futuro che ancora non c’è; Intuizione per fiutare l’attimo fuggente; Decisione per compiere scelte spericolate; e, sopra ogni cosa, Velocità, perché in politica, esattamente come nelle zingarate del Perozzi e del Melandri, è la frazione di secondo che decide se passerai alla storia come un fine stratega o come un dilettante allo sbaraglio.
Prendiamo come esempio quanto accaduto ieri alla Camera dei Deputati durante la discussione della nuova legge elettorale.
I rappresentanti della lista Vannacci (Futuro Nazionale) presentano un emendamento – primo firmatario il deputato Edoardo Ziello – volto a scardinare l’odiatissimo sistema dei “listini bloccati”, reintroducendo nientemeno che le preferenze dirette per i candidati.
Una roba da far tremare le vene ai polsi alle oligarchie di partito.
Al momento del voto (rigorosamente a scrutinio segreto, regno indiscusso dei franchi tiratori), Giorgia Meloni compie la sua mossa di kung-fu politico: lascia il governo “libero di rimettersi all’Aula”, e i deputati di Fratelli d’Italia e Noi Moderati si fiondano a votare a favore dell’emendamento, insieme ai vannacciani.
Dall’altra parte della barricata della maggioranza, Lega e Forza Italia si spaventano, si coalizzano con le opposizioni e votano contro, respingendo il testo con 233 contrari e 139 favorevoli.
Un “tutti contro tutti” da manuale del caos parlamentare, con i vannacciani che subito dopo espongono in Aula cartelli di protesta con lo slogan: «Partiti padroni? No! Cittadini sovrani».
Ed è esattamente qui, in questo preciso millisecondo di disorientamento generale, che avrebbe dovuto manifestarsi il puro, celestiale genio politico.
Ma l’astratta divinità del tempismo deve aver guardato altrove.
Proviamo a fare un esercizio di fanta-politica.
Se la sinistra italiana avesse avuto tra le proprie fila anche solo una mezza figura di “statista”, o quantomeno qualcuno che in gioventù avesse letto Machiavelli – invece delle figure impettite che oggi affollano i banchi della minoranza e di cui si fatica persino a ricostruire il percorso vitale – avrebbe capito al volo che quella era l’occasione della vita.
Una di quelle situazioni irripetibili che capitano una volta ogni tre legislature.
Se solo avessero deciso seduta stante, senza riunioni fiume, senza consultare i coordinamenti o lanciare tweet indignati; se avessero, surrettiziamente, aggiunto i propri voti a quelli di Fratelli d’Italia e dei Vannacciani, l’emendamento sarebbe passato a sorpresa.
Boom! Legge elettorale letteralmente disintegrata in Aula, maggioranza di governo spaccata in mille pezzi su un tema divisivo e insuperabile, e forse crisi di governo servita su un piatto d’argento prima dell’ora di cena.
Il tutto, per giunta, senza dover rinnegare un solo grammo di coerenza ideologica: d’altronde, il ritorno alle preferenze e il “potere agli elettori” sono da sempre cavalli di battaglia sbandierati dal progressismo nostrano.
Invece, il nulla.
La paralisi. Perché per certi personaggi imbevuti di ortodossia ideologica fino al midollo spinale, il solo pensiero di unire, anche solo per pura astuzia strumentale, il proprio voto a quello dei “fascisti” meloniani o dei “generali” vannacciani equivale a un’eresia teologica da Santa Inquisizione.
Troppo alto il rischio di scandalizzare i ragazzi dei Centri Sociali, di mandare in tilt l’universo dei propugnatori della patrimoniale, di agitare il mondo pro-Pal o di turbare il sonno della galassia degli occupatori di case.
Così, mentre la maggioranza offriva il fianco scoperto, la sinistra è rimasta immobile, rigida e purissima, a guardare il treno che passava.
Ed è qui che la lezione del grande cinema italiano si abbatte impietosa sulla realtà.
Cara Schlein, caro Conte, caro Fratoianni, cari leader della sinistra: il genio è davvero fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione.
Ma di fronte ad una simile occasione mancata, c’è il forte sospetto che abbiate confuso l’alta strategia politica con un’altra celeberrima specialità del conte Mascetti.
Avete preso la politica, ci avete aggiunto un po’ di rigore ideologico a destra, una spruzzata di purismo a sinistra, e avete finito per servire all’elettorato l’ennesima, colossale “supercazzola prematurata con scappellamento a destra. Tarapia tapioco, ovviamente, e con i listini bloccati come se fosse antani”.
Machiavellus

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