Trump perde tutti i sondaggi e decide di dare la colpa alla Cina

La corsa alle elezioni di metà mandato del 2026 entra in una fase sempre più tesa e Donald Trump alza il livello dello scontro. Mentre i primi sondaggi nazionali sul controllo del Congresso indicano un vantaggio dei Democratici, il presidente americano torna a evocare lo spettro dei brogli elettorali e accusa la Cina di aver tentato di condizionare il voto americano. Accuse che Pechino respinge con forza e che, secondo le autorità statunitensi, non trovano conferma nelle indagini condotte dopo le elezioni del 2020.
Il quadro politico che emerge dalle rilevazioni più recenti non è favorevole ai Repubblicani. A pochi mesi dal voto di novembre 2026, diversi istituti registrano infatti un vantaggio democratico nella cosiddetta “generic congressional ballot”, il quesito che chiede agli elettori quale partito preferirebbero alla guida del Congresso.
L’ultimo sondaggio condotto da Alpharoc tra il 13 e il 14 luglio assegna ai Democratici un vantaggio di 5 punti: 42% contro il 37% dei Repubblicani. Anche Echelon Insights rileva un margine simile, con i Democratici al 50% e i Repubblicani al 44%. YouGov per The Economist indica invece un vantaggio democratico del 4% (46% contro 42%), mentre altre rilevazioni collocano il distacco tra i 2 e i 5 punti.
Un quadro complessivo che preoccupa il Partito Repubblicano, chiamato a difendere una maggioranza al Congresso considerata fragile. Proprio in questo clima Trump ha scelto di intervenire con un discorso alla nazione nel quale ha rilanciato le accuse sulle presunte interferenze straniere nel sistema elettorale americano.
“Non dobbiamo mai più assistere a un’altra elezione rubata”, ha dichiarato il presidente, riproponendo la tesi secondo cui le elezioni del 2020 sarebbero state condizionate da irregolarità a favore di Joe Biden, accuse mai dimostrate nei tribunali.
Nel mirino questa volta è finita la Cina. Trump ha annunciato la volontà di rendere pubblici documenti che, secondo la sua ricostruzione, dimostrerebbero una vasta operazione di hackeraggio sui dati elettorali americani. “La Cina ha condotto quella che sembra essere la più grande operazione di pirateria informatica sui dati elettorali della storia”, ha affermato, sostenendo che sarebbero state sottratte informazioni relative a circa 220 milioni di schede elettorali e ipotizzando anche tentativi di creare schede illegali a favore di Biden.
Accuse immediatamente respinte dal governo cinese. Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Lin Jian, ha definito le dichiarazioni americane “pure invenzioni e calunnie malevole”, ribadendo che la Cina “non ha alcun interesse nelle elezioni americane e non vi ha mai interferito”.
A sostegno della posizione cinese viene citato anche un rapporto declassificato dell’intelligence americana del marzo 2021, secondo cui non vi sarebbero state prove di tentativi da parte di attori stranieri di modificare tecnicamente il processo di voto. Il documento indicava che Pechino avrebbe valutato alcune forme di influenza politica, ma senza realizzare operazioni in grado di alterare il risultato elettorale.
Il nuovo scontro si inserisce però in una strategia politica già vista negli anni passati: Trump ha più volte denunciato presunti problemi di sicurezza del sistema elettorale americano e ha accusato istituzioni, media e oppositori politici di non voler affrontare il tema delle irregolarità. Nel discorso più recente ha definito “corrotti” alcuni apparati burocratici e ha attaccato anche alcune emittenti televisive che hanno scelto di non trasmettere integralmente il suo intervento.
La Casa Bianca e il Partito Repubblicano puntano dunque sul tema della sicurezza del voto, mentre i Democratici cercano di trasformare il vantaggio nei sondaggi in consenso elettorale. La partita delle midterm è ancora lunga, ma il confronto politico americano sembra già avviato verso una campagna elettorale dominata da accuse, sospetti e una battaglia sul controllo del Congresso.


















