17 Luglio 2026 - 12.01

L’ignoranza non fa più vergogna: la generazione dei “non so” con lo smartphone in mano

di Alessandro Cammarano

C’è una scena che si ripete identica da anni, in tutte le stagioni e su tutte le coste: il cronista con il microfono, la fila fuori dal locale, la domanda innocua che smaschera tutto. Chi è il capo dello Stato. Qual è la capitale di un paese europeo qualunque. Dov’è, su una carta muta, un continente intero. Le risposte, quando arrivano, sono un campionario di invenzioni sparate con la disinvoltura beata di chi non sospetta nemmeno l’esistenza dell’errore. Un tempo si sarebbe detto materiale da avanspettacolo. Oggi è più semplicemente il ritratto dal vero di una generazione che ha smesso di vergognarsi di non sapere, e che anzi lo esibisce come un tratto di carattere, un accessorio, quasi una posa.

Perché diciamolo con la franchezza che la materia impone: questi ragazzi non sono più i cugini poveri, ritardatari, degli sprovveduti statunitensi che da decenni offrono al mondo il proprio repertorio di gaffe geografiche e storiche come fossero un genere folkloristico nazionale. Li hanno raggiunti. In certi casi li hanno superati. Lo stesso smarrimento davanti a una carta muta, la stessa allegra approssimazione sui nomi delle capitali sparati a caso come numeri del lotto, la stessa incapacità di collocare un continente che non sia il proprio, ammesso che sappiano collocare pure quello. L’Italia, culla da manuale scolastico di una civiltà che ha insegnato al mondo intero come si scrive la storia, produce oggi ventenni capaci di confondere un presidente con un cantante, un secolo con l’altro, un dittatore con un personaggio di una serie in streaming. Non è più imitazione del modello americano, è omologazione completa: stessa ignoranza rivendicata con lo stesso sorriso soddisfatto, la stessa fierezza cafona di chi non ha bisogno di sapere perché tanto tutto si trova con un dito sullo schermo, salvo poi non saperlo trovare comunque.

Sarebbe la scorciatoia più comoda, a questo punto, prendersela solo con gli adolescenti e i loro telefoni. Comoda e vigliacca, perché quel vuoto non è nato con loro: lo hanno ereditato, intatto e anzi peggiorato, da chi avrebbe dovuto insegnare a smontarlo e invece ha preferito guardare altrove, magari specchiandosi compiaciuto nei propri ricordi scolastici mai davvero verificati. Il punto non è più soltanto la cronaca di ieri, il nome del ministro o la sigla del partito nuovo di zecca. Il punto è un buco enorme che riguarda da dove veniamo, l’unica cosa che permetterebbe di capire dove stiamo, molto rapidamente, andando a sbattere.

I numeri, quando si mettono in fila, raccontano un declino misurabile, non un’impressione malevola di chi scrive per mestiere di essere severo. In Italia poco più di un terzo delle persone tra i sedici e i sessantacinque anni fatica oggi a orientarsi in un testo appena più complesso di un titolo di giornale, una quota salita di sette punti nell’arco di un decennio, quando un tempo si fermava assai più in basso. L’età, qui, non offre l’alibi comodo che si vorrebbe: chi ha tra i sedici e i ventiquattro anni se la cava perfino un poco meglio di chi ha superato i cinquantacinque, il che significa una cosa sola, e cioè che il tracollo non è un vizio dell’ultima cucciolata ma una palude in cui affondano insieme nonni, genitori e figli, complici più che vittime, tutti egualmente disarmati davanti a un contratto, a un grafico, a una mappa. Solo che il nonno non finisce mai intervistato fuori da un locale alle due di notte, e così la sua ignoranza resta un segreto di famiglia mentre quella del nipote diventa spettacolo.

Sullo sfondo di questa comprensione zoppicante del presente si staglia un vuoto ancora più vasto, quello della storia lunga, non solo quella dell’ultimo trimestre di telegiornali. Ed è qui che il discorso smette di essere bonario, perché tocca esattamente il nodo che tiene insieme ignoranza e propaganda: chi non conosce cosa siano stati davvero un regime totalitario, una deportazione, un genocidio pianificato a tavolino, non possiede gli anticorpi per riconoscerne le repliche quando si ripresentano vestite di linguaggio nuovo, magari a ritmo di reel. Il paradosso italiano, degno di un trattato di autolesionismo nazionale, è che la conoscenza formale della Shoah, presa da sola, non è mai stata così diffusa: quasi tutti ne hanno sentito parlare, la scuola organizza cerimonie e concorsi ogni gennaio con la puntualità di un rito civile ormai svuotato. Eppure quella conoscenza recitata come una litania non si è tradotta in comprensione: viene archiviata come una grande tragedia fra le tante, alla pari di qualunque altra cosa vista scorrere in una bacheca, priva del peso specifico che dovrebbe distinguerla da tutto il resto. Sapere il nome di un evento senza coglierne la portata è solo un modo più elegante, e più vigliacco, di non sapere nulla.

E il problema non riguarda soltanto i ragazzi, sia chiaro, altrimenti sarebbe fin troppo comodo archiviarlo come un difetto di fabbrica delle nuove leve. Nell’opinione pubblica adulta nel suo complesso si registra uno slittamento che meriterebbe l’allarme rosso permanente: chi è convinto che l’Olocausto sia un’invenzione, agli inizi del secolo una frazione marginale, oggi sfiora quote a due cifre della popolazione, mentre un’ulteriore fetta consistente ritiene che il numero delle vittime sia comunque stato gonfiato rispetto alla realtà. Non stiamo parlando di un manipolo di eccentrici sperduto in un angolo di internet: stiamo parlando di milioni di adulti, spesso genitori, spesso elettori, spesso proprio quelli che ai figli rinfacciano che ai loro tempi si studiava di più, salvo poi dimostrare in un sondaggio di non aver studiato granché neppure loro. La storia che non si tramanda bene non è un vezzo estetico da lasciare ai professori annoiati: è un buco nella diga, ed è dalla stessa diga che oggi rientra l’acqua, gelida e feconda di conseguenze.

Perché la parte più caustica di questa vicenda, quella che dovrebbe davvero togliere il sonno a chiunque non si accontenti di ridacchiare davanti al video del ragazzino che scambia l’Ucraina per uno stato americano, è la funzione che la conoscenza storica avrebbe dovuto svolgere e che evidentemente ha fallito su tutta la linea: impedire che gesti, simboli e retoriche già visti tornassero a circolare spacciati per novità assoluta. Chi ignora come si costruisce, passo dopo passo, un consenso totalitario, il nemico esterno, la nostalgia identitaria, la semplificazione brutale di problemi complessi, non riconosce lo schema quando lo vede riproporsi in un video di quindici secondi, confezionato con un ritmo musicale orecchiabile e un’estetica da campagna pubblicitaria pensata da persone che sanno perfettamente quello che fanno, anche se il pubblico bersaglio no. La nostalgia per le dittature del secolo scorso circola oggi attraverso meme colorati, canzoni virali, contenuti generati con l’intelligenza artificiale, in un linguaggio confezionato apposta per attecchire tra i più giovani e per far apparire quella nostalgia come un gioco innocuo anziché come quello che è per davvero. Chi ha studiato sul serio cosa produsse quel tipo di propaganda ottant’anni fa riconosce lo schema a colpo d’occhio; chi non l’ha studiato, o l’ha studiato distrattamente giusto il tempo di un’interrogazione dimenticata il giorno dopo, scambia il ritorno di fiamma per una trovata originale, e magari pure gli mette un like.

Su questo terreno già arido si innesta poi il meccanismo dell’informazione contemporanea, che non fa che aggravare il quadro clinico. Oltre metà dei giovani italiani usa quotidianamente i social come principale fonte di notizie, e una porzione tutt’altro che marginale mette pubblicamente il proprio assenso a contenuti che sa perfettamente essere falsi, pur essendo nella maggioranza dei casi convinta, con quella fiducia in se stessi che meriterebbe applicazioni migliori, di saper distinguere il vero dal falso. È esattamente questa la cifra dell’ignoranza contemporanea, ed è ciò che la rende più insidiosa di quella, quasi rispettabile in confronto, dei nonni analfabeti che almeno sapevano di non sapere: non l’ammissione onesta del limite, ma la certezza granitica di avere già capito tutto grazie a un video da un minuto girato da uno che ne sa quanto loro, se non meno. Su quel terreno chi ha messaggi semplici da vendere, il nemico venuto da fuori, l’identità minacciata, il passato da rimpiangere anziché da studiare, ottiene una diffusione sproporzionata rispetto a chiunque provi a spiegare le cose con la complessità che meritano: l’algoritmo premia il contenuto che emoziona in fretta, non quello che informa con calma, ed è un dettaglio tecnico che si è rivelato, nei fatti, squisitamente politico.

Il cortocircuito, arrivati fin qui, si chiude da solo, con la stessa eleganza brutale di una trappola ben congegnata. Un ragazzo che non sa indicare un continente su una carta, che confonde le capitali come fossero figurine intercambiabili, che non distingue un regime totalitario da un capitolo di storia lontana e ormai chiusa, è anche il bersaglio più facile per chi quel continente lo usa come minaccia astratta in un reel, e per chi quel regime prova silenziosamente a riabilitarlo come stile prima ancora che come programma politico dichiarato. Non è colpa sua, non soltanto: è la conseguenza naturale di una catena di trasmissione della memoria che si è spezzata molto prima che nascesse, in aule dove la storia si studiava per l’interrogazione e non per capire il presente, in famiglie dove il passato si citava per nostalgia da bar e non per lezione da tramandare. Resta però una differenza, ed è quella che dovrebbe far male più di tutte: gli americani, almeno, la loro ignoranza se la sono costruita in casa, senza avere alle spalle duemila anni di storia da consultare a portata di mano. Noi quella storia ce l’abbiamo scritta sui muri, nei musei, nei nomi delle piazze che questi ragazzi attraversano ogni sera senza leggerli. E abbiamo trovato comunque il modo di ignorarla esattamente come loro, con lo stesso identico sorriso, la stessa identica sicurezza di chi non ha nulla da imparare da un passato che considera, semplicemente, roba vecchia.

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