17 Luglio 2026 - 19.35

Il suicidio della Sinistra? Sperare in Vannacci…

(P.U.) C’è un paradosso politico e mediatico che merita una riflessione: una parte consistente dell’opposizione sembra aver trasformato Roberto Vannacci contemporaneamente nel simbolo del pericolo da combattere e nel protagonista da alimentare. Da un lato l’allarme continuo sul rischio di una deriva autoritaria, dall’altro una presenza mediatica incessante, fatta di interviste, titoli, approfondimenti e ospitate che finiscono inevitabilmente per amplificarne la visibilità e consolidarne il ruolo politico.

È una strategia singolare: più si cerca di descriverlo come una minaccia, più lo si rende centrale nel dibattito pubblico. Ogni polemica, ogni dichiarazione sopra le righe, ogni scontro diventa un’occasione per rafforzarne la riconoscibilità presso un elettorato che magari non lo avrebbe mai preso in considerazione. La politica, del resto, vive anche di attenzione: e l’attenzione mediatica è spesso il primo capitale da accumulare.

La domanda allora è inevitabile: perché una parte della sinistra sembra quasi compiacersi della crescita di Vannacci? La risposta potrebbe essere nella speranza di assistere a una frattura interna al centrodestra. Un nuovo protagonista capace di mettere in difficoltà Giorgia Meloni, di indebolire la leadership della premier e di aprire crepe dentro una maggioranza che, fino ad oggi, ha dimostrato una capacità di tenuta che molti osservatori avevano sottovalutato.

Ma è proprio qui che potrebbe nascondersi l’errore più grande.

Perché puntare sulla crescita di Vannacci nella speranza che distrugga gli equilibri del centrodestra rischia di essere un calcolo miope. La storia politica italiana dimostra che, quando si arriva al momento delle elezioni, le diverse anime del centrodestra riescono quasi sempre a trovare una sintesi. Le divisioni interne, per quanto profonde, vengono spesso congelate davanti all’obiettivo comune del governo.

La matematica elettorale, inoltre, non è un dettaglio. La somma dei consensi dell’attuale coalizione di governo con una forza guidata o rappresentata da Vannacci potrebbe produrre un blocco conservatore ancora più ampio e competitivo. Un sistema elettorale che premia le coalizioni potrebbe trasformare una frammentazione interna in un vantaggio esterno. Il rischio per la sinistra è quello di lavorare, consapevolmente o meno, alla costruzione di un avversario ancora più forte.

Un eventuale governo di centrodestra allargato a una componente vannacciana sarebbe probabilmente più complesso, più litigioso e attraversato da maggiori tensioni interne. Ma questo non significa necessariamente più debole sul piano istituzionale. Anzi, potrebbe essere nella condizione di incidere profondamente sugli equilibri della Repubblica, arrivando perfino all’elezione del prossimo presidente della Repubblica. Un passaggio che, considerando gli equilibri parlamentari, potrebbe portare per la prima volta nella storia repubblicana a un Capo dello Stato espressione piena della cultura politica della destra.

La sinistra, in questo scenario, rischierebbe di affidare il proprio futuro a una speranza fragile: che il centrodestra si spacchi, che Forza Italia assuma un ruolo di rottura che raramente ha esercitato, che gli equilibri interni alla maggioranza saltino da soli. Ma basare una strategia politica sugli errori degli avversari, senza riuscire a costruire un’alternativa credibile, è una strada pericolosa.

Il problema più evidente, però, riguarda la distanza tra la narrazione politica e la percezione di una parte dell’elettorato. Il tema della sicurezza ne è un esempio emblematico.

Da anni una parte della sinistra appare spesso più concentrata nel denunciare gli eccessi della retorica securitaria che nel costruire una propria risposta convincente sul tema. Ogni volta che un esponente della destra utilizza toni duri sull’immigrazione o sulla criminalità scatta una mobilitazione politica e mediatica, mentre troppo spesso la condizione delle vittime dei reati rimane sullo sfondo.

Difendere i diritti, compresi quelli delle persone accusate di un reato, è un principio fondamentale di uno Stato di diritto. Ma nella percezione di molti cittadini si è creato uno squilibrio: la sensazione che la tutela dell’autore di un’aggressione riceva più attenzione rispetto alla tutela di chi l’aggressione l’ha subita. Ed è proprio in quello spazio che la destra continua a raccogliere consenso.

Il paradosso è evidente: il governo di centrodestra non ha realizzato fino ad oggi una rivoluzione sul fronte della sicurezza paragonabile alle aspettative create durante la campagna elettorale. Molte delle promesse più ambiziose sono rimaste parzialmente inevase. Eppure, quando arrivano nuovi episodi di cronaca, il consenso delle forze che chiedono maggiore rigore continua spesso a crescere.

Perché? Perché la politica non viene giudicata solo sui risultati concreti, ma anche sulla capacità di interpretare paure, percezioni e priorità dell’opinione pubblica.

Anche il caso Lega racconta una contraddizione. Una parte del mondo politico sembra guardare con interesse alla crescita di Vannacci perché interpreta il fenomeno come il possibile colpo finale alla leadership di Matteo Salvini. Ma forse il ragionamento è incompleto.

La Lega di Salvini è certamente molto diversa da quella delle origini. Ha perso consenso rispetto agli anni del massimo consenso nazionale ed è oggi lontana dai numeri del passato. Tuttavia rimane una forza presente e determinante negli equilibri del centrodestra. E soprattutto non sembra esserci, al suo interno, una classe dirigente pronta a una vera sostituzione del leader.

Salvini ha attraversato anni di svolte politiche, cambi di linea e inversioni di rotta. Ma un partito composto in larga parte da dirigenti abituati alla fedeltà interna difficilmente produce una rivoluzione contro il proprio vertice. La speranza di una Lega completamente trasformata potrebbe quindi rivelarsi un’altra illusione.

Ma il problema della sinistra non riguarda solo la strategia elettorale. Esiste anche una questione più profonda su alcuni temi internazionali.

Il cosiddetto “campo largo” continua a convivere con posizioni molto diverse sulla politica estera, compresa la presenza di correnti critiche verso il sostegno occidentale all’Ucraina e più indulgenti nei confronti della Russia. È una contraddizione difficile da spiegare per una parte dell’elettorato progressista: ci si aspetta che una forza politica che si richiama ai valori democratici e ai diritti umani abbia una posizione netta contro ogni forma di autoritarismo e di imperialismo.

Naturalmente anche nel centrodestra esistono sensibilità differenti e posizioni controverse. Ma proprio per questo la contraddizione appare più evidente quando riguarda forze che storicamente si sono presentate come riferimento della difesa delle libertà e della democrazia.

Alla fine, il rischio per la sinistra italiana è quello di combattere la battaglia sbagliata. Concentrarsi ossessivamente sul fenomeno Vannacci, trasformandolo nel nemico assoluto, potrebbe significare contribuire alla sua crescita senza riuscire a costruire una proposta alternativa.

Un avversario politico non si sconfigge rendendolo più famoso. Si sconfigge offrendo una risposta migliore ai problemi reali delle persone.

Se invece la strategia diventa quella di sperare che un nuovo protagonista della destra distrugga la destra stessa, il rischio è di scoprire troppo tardi di aver lavorato per il proprio avversario.

Un vero suicidio politico.

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