29 Luglio 2026 - 0.35

Nazionale, alla fine vincono gli amici del quartierino e il calcio italiano va in malora

La Nazionale degli amici miei. Quando il calcio perde, ma il circolo vince

C’è un momento preciso in cui una tragedia sportiva diventa una commedia all’italiana.
E’ quando una Nazionale che non si qualifica ai Mondiali da dodici anni, invece di interrogarsi sul perché sia sprofondata in questa situazione, apre il grande mercato delle amicizie.
Non servono più scouting, programmi, competenze.
Servono relazioni.
Il calcio italiano ha dimostrato ancora una volta di essere l’unico settore al mondo dove, dopo un fallimento, la prima domanda non è “chi ha sbagliato?”, ma “chi conosce chi?”.
E così la scelta del nuovo commissario tecnico si è trasformata in un magnifico spettacolo di teatro dell’assurdo.
Non una selezione del migliore candidato. Una guerra tra compagnie teatrali.
La compagnia dell’amico di questo, quella dell’amico di quello, quella del dirigente che conosce l’ex campione, quella del presidente che preferisce il tecnico incontrato al circolo.
Mancava soltanto il cameriere con il vassoio degli aperitivi a raccogliere le preferenze.
Alla fine ha vinto Roberto Mancini, con Claudio Ranieri nel ruolo di direttore tecnico.
Due professionisti di valore, nessun dubbio.
A parte che uno è emigrato in Arabia Saudita senza salutare nessuno, e l’altro aveva già optato per la pensione.
Ma il problema non è il curriculum dei prescelti.
Il problema è il curriculum di chi sceglie.
Perché il calcio italiano è riuscito nell’impresa straordinaria di fallire tre qualificazioni mondiali e poi comportarsi come se il problema fosse trovare il nome giusto sulla porta dell’ufficio.
È come se un ospedale avesse un reparto in crisi da anni e il consiglio dei medici si riunisse per decidere soltanto il colore delle tende.
Il malato può aspettare. Prima vengono le tende.
Nel frattempo i dirigenti spiegano che tutto è stato fatto con il “metodo della condivisione”.
Una parola meravigliosa.
In Italia “condivisione” spesso significa che tutti devono essere d’accordo, purché vinca il mio candidato.
È la versione moderna del vecchio manuale della politica italiana: nessuno perde mai davvero, perché chi perde oggi può sempre sedersi al tavolo domani.
Anche il calcio ha imparato la grande arte nazionale: trasformare la responsabilità in un concetto astratto.
Se la Nazionale fallisce, sarà colpa dell’allenatore.
Se non arrivano giovani talenti, sarà colpa dei giovani.
Se gli stadi sono vuoti, sarà colpa dei tifosi.
I vertici invece restano lì, immobili come monumenti.
Solo che i monumenti almeno ricordano qualcuno. Questi spesso ricordano soltanto se stessi.
La cosa più incredibile è che tutto questo avviene mentre il calcio italiano perde terreno ovunque.
La Premier League vola, i club stranieri investono, i giovani migliori emigrano, gli stadi italiani sembrano spesso musei con il prato.
Ma il vero campionato continua a giocarsi nei corridoi.
Lì siamo imbattibili.
Nessuna squadra europea può competere con la nostra specialità nazionale: il posizionamento strategico della poltrona.
Abbiamo inventato il catenaccio.
Poi lo abbiamo applicato anche alle idee.
Tutti chiusi dietro, nessuno responsabile davanti.
Il Mondiale del 2030 resta un obiettivo.
Prima però la Nazionale dovrà superare l’avversario più difficile.
Non sarà la Germania. Non sarà la Spagna. Non sarà la Francia. Non sarà il Brasile.
Sarà il calcio italiano stesso.

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