28 Luglio 2026 - 11.22

L’Ilva ed il feticcio di un acciaio che non c’è più: e se spargessimo il sale?

Umberto Baldo

Ci sono agonie industriali che sfidano le leggi della fisica, della finanza e del buon senso.
L’ex Ilva di Taranto non è più nemmeno una storia industriale o una soap opera di serie B; è diventata un rito pagano, un feticcio ideologico a cui la politica italiana continua a sacrificare miliardi di euro dei contribuenti.
Il tutto per mantenere in vita un cadavere d’acciaio che non produce più nulla se non debiti, illusione e cassa integrazione.
Guardiamo la realtà al di là dei tecnicismi e dei numeri che cambiano a seconda del Ministro di turno.
La logica economica e la storia recente ci dicono una cosa chiarissima: l’Ilva è invendibile.
I tentativi di privatizzazione o di cessione a partner stranieri si susseguono ed abortiscono con regolarità svizzera.
Ogniqualvolta si apre un bando o si intavola una trattativa, gli ipotetici acquirenti si rendono conto della voragine e sfilano via veloci, lasciando lo Stato con il cerino in mano.
E lo Stato cosa fa?
Riapre il portafoglio.
Inietta prestiti ponte che diventano a fondo perduto, stanzia risorse d’emergenza, inventa finzioni contabili al solo scopo di coprire le perdite correnti e pagare gli stipendi del mese successivo.
Siamo di fronte ad un accanimento terapeutico — o meglio, ad un accanimento politico — che ha dell’incredibile.
Nessun Governo ha il coraggio di pronunciare la parola “fine”, terrorizzato dal costo elettorale che, si crede a mio avviso erroneamente, un gesto di realtà comporterebbe.
E così ci si arrampica sui vetri con piani industriali fantasma, promesse di “acciaio verde” che somigliano sempre più a favole della buonanotte, e cordate d’emergenza che sconfinano nel surreale.
Il tutto soggetto alla spada di Damocle della Magistratura, attenta a fare rispettare le regole, anche a costo di chiudere la produzione.
Ma a mio avviso la verità vera, quella che tutti vedono ma pochissimi hanno l’onestà di dire ad alta voce, riguarda il territorio stesso: Taranto, come comunità e come città, quel centro siderurgico non lo vuole più.
Dopo decenni di ricatti incrociati tra lavoro e salute, tra fumi velenosi e occupazione, il legame viscerale tra la città e la sua fabbrica si è spezzato.
Non c’è più orgoglio industriale, non c’è più fiducia nel futuro dell’acciaio tarantino.
E persino sul fronte delle maestranze si è consolidata un’amara assuefazione: anni ed anni di Cassa Integrazione hanno trasformato la fabbrica da sito produttivo ad ammortizzatore sociale permanente.
Per molti lavoratori, comprensibilmente logorati da decenni di incertezza e promesse da marinaio, l’unica speranza residua è che la collettività continui a sprecare denaro pubblico per mantenerli in bolla fino all’ agognato raggiungimento della pensione.
Una situazione umanamente comprensibile, ma socialmente ed economicamente insostenibile.
A questo punto la domanda sorge spontanea e provocatoria, ma sacrosanta: vale davvero la pena continuare questo strazio?
Non costerebbe decisamente meno — a noi contribuenti ed alla dignità di questo Paese — chiudere tutto e spargere il sale sulle macerie?
Se mettessimo a confronto quello che abbiamo speso finora (e che continueremo inevitabilmente a spendere a fondo perduto per i prossimi dieci o vent’anni) con il costo di una chiusura definitiva, bonifica seria del territorio ed accompagnamento garantito dei lavoratori alla pensione od alla riconversione, scopriremmo che spargere il sale ci costerebbe infinitamente meno.
Meno soldi pubblici inceneriti, meno finzione di Stato, meno ipocrisia.
Continuare a buttare risorse in un immenso forno spento non è difesa dell’industria nazionale; è solo una truffa politica per non ammettere che il Re è nudo, e che il modello Ilva è fallito da un pezzo.
È ora di staccare la spina alla farsa
Umberto Baldo

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Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

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