Tra diritto e strada: il dilemma della norma “anti-maranza”

Umberto Baldo
Nel dibattito pubblico l’etichetta è ormai entrata nel linguaggio comune — “norma anti-maranza” — ma l’impatto della modifica annunciata dal Governo Meloni al codice penale va ben oltre lo slogan politico. La riforma punta a stravolgere un perno fondamentale del nostro ordinamento: la valutazione dell’imputabilità per la fascia d’età tra i 14 e i 18 anni.
Fino a oggi la capacità di intendere e di volere dei minori andava dimostrata caso per caso, valutando la maturità psicofisica del singolo ragazzo.
Con il nuovo orientamento, la responsabilità penale SI PRESUME D’UFFICIO; spetterà invece alla difesa l’onere di dimostrare un’eventuale incapacità.
Sul piano strettamente dottrinale e comparato, la misura segna una netta discontinuità con la tradizione europea.
In Germania, Francia o Spagna, la risposta sanzionatoria nei confronti degli adolescenti non cancella mai l’accertamento individuale del discernimento, considerando l’adolescenza una fase di sviluppo in cui la pena deve conservare un’impronta pedagogica.
Le scienze cognitive e la giurisprudenza sovranazionale ci ricordano che un automatismo legale rischia di trattare come adulti soggetti neurologicamente non ancora maturi.
Tuttavia, il diritto non vive soltanto nelle aule di tribunale o nei manuali di giurisprudenza.
Vive soprattutto nelle strade, dove le norme incontrano la vita reale delle persone.
Da chi come me possiede una formazione giuridica è doveroso cogliere la delicatezza tecnica ed i rischi di un’inversione dell’onere della prova.
Eppure, proviamo per un istante a spogliare la questione dell’abito accademico e ad immedesimarci in una scena purtroppo non più così ipotetica: una passeggiata serale con la propria moglie, l’improvviso accerchiamento da parte di una baby gang tra spintoni, insulti e la richiesta perentoria di portafoglio e gioielli.
In quel preciso istante, davanti alla violenza della strada e al terrore nei fatti, ha ancora senso porsi il problema dell’adeguatezza pedagogica della pena?
Ha davvero senso filosofeggiare sull’imputabilità, dicendosi che “in fondo sono solo ragazzi”?
O prevale, in modo del tutto umano e legittimo, il desiderio di potersi difendere, e di vedere puniti quegli aggressori senza sconti o attenuanti di comodo?
C’è poi un altro elemento da non sottovalutare: l’effetto deterrente sulle famiglie.
SAPERE che un figlio di quindici anni rischia una responsabilità penale piena e non più attenuata da automatismi garantisti potrebbe costringere molti genitori ad un salutare cambio di passo, spingendoli a esercitare quel controllo sul dove, con chi e come, i propri ragazzi trascorrono le serate, che oggi spesso viene del tutto omesso o trascurato.
Il dilemma, dunque, rimane aperto.
È preferibile arroccarsi nella difesa di un modello garantista che rischia però di apparire del tutto disarmato e teorico di fronte al degrado urbano ed al nuovo fenomeno dei maranza?
E’ accettabile vedere la sfrontatezza di questi ragazzi, e ragazze, che, forti della propria non punibilità, sfidano ogni norma del vivere civile?
Oppure è arrivato il momento di accettare una stretta punitiva che, pur con tutte le sue rigidità dottrinali, prova a restituire sicurezza ai cittadini e responsabilità alle famiglie?
Una risposta definitiva, forse, non c’è.
O almeno io non ce l’ho.
Ma di certo, quando la sicurezza percepita crolla, le sottigliezze del diritto rischiano di sembrare un lusso che la realtà di tutti i giorni non si può più permettere.
Umberto Baldo


















