24 Luglio 2026 - 9.38

Tra la piazza e lo Stato. L’ambiguità che la sinistra non può più permettersi

Machiavellus

L’ultimo capitolo, in ordine di tempo, si è consumato pochi giorni fa a Bologna: immagini di scontri, arredi urbani distrutti,  auto in fiamme usate come barricate, vetrine infrante e forze dell’ordine bersagliate. 

Una fotocopia di un film già visto troppe volte.

Dopo ogni devastazione e dopo ogni poliziotto ferito, la reazione della politica, e in particolare della sinistra e del Partito Democratico, segue ormai un copione quasi liturgico.

Arriva la dichiarazione di rito: “Condanniamo con fermezza ogni forma di violenza.”

Ci mancherebbe altro!

Il problema è che quella frase si ferma sempre un metro prima del punto decisivo.

Manca sempre la capacità, o forse la volontà, di pronunciare la parola che la realtà impone: DELINQUENTI.

Non “manifestanti esasperati”. Non “frange del disagio”. Non “pezzi di corteo che hanno deviato”. 

Chi arriva in piazza con il volto coperto, armato di spranghe, pietre e bombe carta, con l’unico obiettivo di devastare una città ed aggredire le forze dell’ordine, è un delinquente. 

E come tale dovrebbe essere definito, senza perifrasi, senza attenuanti semantiche, senza il consueto vocabolario anestetizzante.

Questa reticenza linguistica richiama un riflesso che l’Italia forse si augurava  di avere archiviato insieme agli anni di piombo. 

Quando una parte della sinistra parlava dei terroristi come di “compagni che sbagliano”, incapace di recidere fino in fondo il filo culturale che la legava a quella violenza.

Ci vollero uomini come Luciano Lama ed Enrico Berlinguer per rompere definitivamente quell’ambiguità, schierandosi senza esitazioni dalla parte dello Stato democratico.

Perché oggi quella chiarezza sembra essersi nuovamente appannata?

Le ragioni sono intuibili. 

La paura di alienarsi il consenso delle componenti più radicali. 

Il timore di “criminalizzare la piazza”. 

La tentazione di ricondurre ogni atto criminale ad un generico disagio sociale, quasi che una vetrina distrutta fosse una forma di terapia collettiva.

Il consolidarsi dell’idea che chi veste una divisa sia un repressore in servizio permanente effettivo (mi riferisco in particolare al PD, perché Alleanza Verdi e Sinistra sembra aver scelto di non occuparsi del tema, arrivando sostanzialmente a negarlo).

Ma chi ambisce a governare un Paese non può vivere di ambiguità.

Così, come non si può chiedere agli italiani fiducia sulle proprie politiche migratorie senza spiegare con chiarezza come si intenda distinguere fra immigrazione regolare e clandestina, allo stesso modo non si può pretendere credibilità sul terreno della sicurezza limitandosi a condanne burocratiche della violenza.

Serve qualcosa di più.

Serve il coraggio di dire che i Black Bloc, gli antagonisti violenti, e tutti coloro che trasformano le manifestazioni in guerriglia urbana non hanno nulla a che vedere con il diritto costituzionale di manifestare. 

Non sono “compagni irrequieti”, non sono “giovani arrabbiati”. 

Sono CRIMINALI.

E se davvero il Partito Democratico considera questi gruppi estranei alla propria cultura politica, allora dovrebbe dimostrarlo con la stessa nettezza con cui condanna il fascismo.

Non basta prendere le distanze dopo ogni devastazione. 

Bisogna smettere di tollerare, anche solo culturalmente, gli striscioni con scritto Polizia assassina”, gli insulti sistematici alle forze dell’ordine, e quella narrazione per cui l’agente in divisa è sempre il sospetto, e chi lancia sampietrini è quasi sempre una vittima del sistema.

Perché è da quel clima che nasce la legittimazione morale della violenza.

Un grande partito democratico dovrebbe difendere per primo chi garantisce ogni giorno l’ordine pubblico, senza però esimerlo dal rispondere individualmente di eventuali errori.

Colpevolizzare un’intera Istituzione è un esercizio tanto ingiusto quanto pericoloso. 

Nessuno accetterebbe lo slogan “Magistrati assassini” o “Giornalisti assassini” come normale dialettica politica. 

Non si capisce perché dovrebbe esserlo quando il bersaglio è la Polizia.

Per non dire che delegittimare sistematicamente chi rappresenta lo Stato significa preparare il terreno culturale sul quale la violenza finisce poi per sentirsi giustificata.

Alla fine il punto è tutto qui.

La legalità non è un valore né di destra né di sinistra. 

È il fondamento stesso della democrazia.

Chi vuole governare un Paese dovrebbe ricordarselo prima che le città vengano devastate, non limitarsi a ripeterlo davanti ai microfoni quando i cassonetti stanno ancora fumando.

Machiavellus

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