Vietnam ieri, Gaza oggi. La storia non si ripete. Ma fa rima

Umberto Baldo
La storia, si sa, non si ripete mai identica.
Certe idee non tornano mai con lo stesso nome. Cambiano bandiera, slogan, colori e perfino Continente; ma il meccanismo mentale resta sorprendentemente identico.
Detta in estrema sintesi; le mode cambiano, le illusioni molto meno.
Chi come me, per questioni anagrafiche, ha memoria degli anni Sessanta e Settanta ricorda bene quale fosse il grande magnete etico e politico attorno a cui ruotava l’intero dibattito occidentale: il Vietnam.
Il Vietnam fu molto più di una guerra: diventò la religione civile del Sessantotto occidentale.
Non c’era manifestazione, assemblea studentesca, concerto o volantino che non risuonasse dei soliti slogan ritmati — da “USA assassini“ fino al celebre “Ce n’est qu’un début, continuons le combat“.
Era una lente d’ingrandimento attraverso la quale un’intera generazione giudicava il mondo, dividendo la realtà con il pennello grosso: l’imperialismo americano da un lato, l’eroismo dei Vietcong dall’altro.
Ma c’era di più.
Per sostenere quella narrazione, le piazze d’Europa e d’America avevano bisogno di altri simboli e miti da altare.
Fu così che la gioventù occidentale finì per glorificare Fidel Castro, Che Guevara e persino il “Grande Timoniere” Mao Tse-tung, trasformando dittatori sanguinari in icone da maglietta, e rivoluzioni fallimentari in favole romantiche.
La narrazione era oramai scolpita nell’emotività collettiva, e poco importava la realtà.
Oggi, guardando alle nostre piazze, alle Università occupate ed ai cortei europei, uno come me prova una forte sensazione di déjà-vu.
Un nuovo uragano emotivo sta attraversando le società occidentali, ed il suo epicentro si chiama Gaza.
Con una differenza sostanziale però; se allora la mobilitazione passava attraverso assemblee, giornali militanti e università, oggi viaggia alla velocità di TikTok, Instagram e X.
Le emozioni non hanno più bisogno di settimane per sedimentarsi: bastano pochi secondi ed un algoritmo.
Ma il meccanismo di attrazione e polarizzazione è pressoché identico.
La tragedia della Striscia è diventata il nuovo grande catalizzatore etico della modernità.
Non è più soltanto un conflitto. È diventata una chiave interpretativa universale: qualunque discussione, dalla politica estera all’identità occidentale, finisce inevitabilmente per passare da lì.
Come per il Vietnam, ci troviamo di fronte ad un fenomeno prevalentemente emozionale, capace di scavalcare la complessità dei fatti con una narrazione binaria e rassicurante per chi la abbraccia.
Nell’universo di questa nuova protesta, lo schema si replica rigido: da una parte c’è l’Occidente — rappresentato dagli Stati Uniti e da Israele, marchiato con la formula definitoria di “Stato genocida” — e dall’altra la causa palestinese.
Un’impostazione che, per alimentare il proprio fuoco, tende a cancellare deliberatamente i contorni più scomodi della realtà.
Il Pantheon e gli altarini sono cambiati, ma il cortocircuito ideologico è lo stesso.
Se cinquant’anni fa si mitizzavano i dittatori comunisti in nome della “liberazione dei popoli”, oggi si preferisce ignorare la realtà quotidiana di Gaza: una popolazione tenuta in ostaggio prima di tutto da Hamas, un movimento fondamentalista i cui valori guida — in materia di diritti umani, libertà individuali, condizione femminile e minoranze — sono l’esatto opposto di quei valori liberali ed europei in nome dei quali i manifestanti dicono di scendere in piazza.
Che Israele abbia commesso errori gravissimi è materia di discussione politica e storica.
Ma trasformare Hamas in un dettaglio irrilevante significa mutilare deliberatamente la realtà.
Così ogni stagione ideologica sceglie accuratamente le proprie vittime, i propri carnefici e, soprattutto, i fatti che preferisce non vedere.
Ieri Mao ed il Che, oggi — in un paradosso ancora più grottesco per la sinistra occidentale — il corteggiamento intollerabile verso l’islamismo radicale e la teocrazia iraniana.
Ma nella tempesta emotiva la coerenza logica è la prima a naufragare.
La causa palestinese è diventata un contenitore ideologico, un simbolo globale di “resistenza” contro l’Occidente, esattamente come la bandiera del Fronte di Liberazione Nazionale Vietnamita cinquant’anni fa.
Accorgersi di questa analogia non significa negare la sofferenza delle vittime civili di Gaza, né assolvere gli errori e le responsabilità dei governi coinvolti.
Significa semplicemente prendere atto che l’Occidente soffre di periodici sussulti di auto sfregio e colpevolizzazione, in cui la ricerca della complessità cede il passo al fascino del dogma.
Allora fu il Sud-est asiatico, oggi è il Medio Oriente.
I nomi cambiano, la geografia pure, ma la tentazione di usare un conflitto lontano per regolare i conti con la nostra civiltà rimane tristemente la stessa.
Concludendo, negli anni Sessanta la protesta era, almeno in parte, alimentata dall’antiamericanismo.
Oggi la rivolta contro Israele è spesso diventata il veicolo di qualcosa di più ampio: una critica radicale all’intera civiltà occidentale.
Non è più soltanto una posizione su una guerra. È una visione del mondo, nella quale l’Occidente è considerato il colpevole per definizione, ed ogni suo avversario tende a beneficiare di una sorta di presunzione morale favorevole.
Morale della favola: le guerre finiscono, le illusioni ideologiche molto meno.
Cambiano le bandiere, cambiano gli slogan, cambiano i volti dei rivoluzionari.
Ma ogni generazione sembra aver bisogno del proprio conflitto lontano da trasformare in una religione civile, nella convinzione che il “Bene” abiti sempre da una parte soltanto.
La storia non si ripete.
Rima.
E, quando smettiamo di ascoltarne la metrica, rischiamo di commettere sempre gli stessi errori.
Umberto Baldo


















