La fine dell’era Netanyahu nasce dentro Israele

C’è un cortocircuito logico e culturale che domina gran parte del dibattito occidentale su Israele. Chi dipinge lo Stato ebraico come una monocultura autoritaria, o peggio immagina gli israeliani come un popolo monolitico e genocida, non solo deforma la realtà, ma dimostra di essere completamente fuori strada.
Israele resta, pur nelle sue drammatiche contraddizioni e nella morsa di un conflitto logorante, l’unica democrazia liberale del Medio Oriente.
E la prova più evidente di questa vitalità democratica non arriva dalle dichiarazioni ufficiali dei diplomatici, ma dalle piazze, dalle aule universitarie e, soprattutto, dai sondaggi che stanno ridisegnando il futuro politico del Paese.
La società israeliana è attraversata da un dibattito interno ferocissimo, sintomo di un corpo sociale tutt’altro che anestetizzato.
La vera scommessa, che molti osservatori internazionali preferiscono ignorare, è che i sondaggi indicano per la prima volta una concreta possibilità che le prossime elezioni possano sancire la fine dell’era di Benjamin Netanyahu.
Una sconfitta che non sarà imposta dall’esterno, ma decretata dagli stessi cittadini israeliani, stanchi di un leader disposto a sacrificare la coesione sociale ed i valori civili sull’altare della propria sopravvivenza politica.
I numeri dell’ultimo sondaggio condotto a metà luglio dal quotidiano Maariv (tramite il Lazar Research Institute) parlano chiaro e fotografano un Paese pronto a cambiare rotta.
Secondo questa rilevazione se si votasse oggi, l’attuale maggioranza di governo crollerebbe a 48 seggi, ben lontana dalla soglia minima di 61 necessaria per governare.
Al contrario, il blocco delle opposizioni balzerebbe a quota 62 seggi, una maggioranza solida ed alternativa.
Il dato politico più dirompente è l’irruzione sulla scena di Yashar! (“Onesto/Diritto”), il neonato partito centrista guidato dal generale Gadi Eisenkot.
Ex capo di stato maggiore dell’IDF (Israel Defense Forces), uomo che ha pagato il prezzo più alto al conflitto perdendo sul campo un figlio ed un nipote, Eisenkot incarna per l’elettorato il rigore morale ed il senso dello Stato che Netanyahu ha smarrito.
Nei sondaggi, Yashar! compie un vero e proprio exploit appaiando il Likud di “Bibi” a quota 22 seggi.
Ma mentre la parabola del premier è in costante discesa, quella del generale è in netta crescita.
Il vero nervo scoperto del Paese riguarda però il prezzo che Netanyahu sta facendo pagare a Israele pur di mantenere in vita la sua coalizione, assecondando ogni richiesta dei partiti religiosi ultraortodossi (Haredi), che più volte hanno minacciato di far cadere l’esecutivo.
I sondaggi mostrano che ben l’83% degli israeliani si oppone fermamente all’inclusione delle forze ultraortodosse nel prossimo governo.
Un dato bulgaro, tanto che persino il partito religioso Shas sembra stia fiutando il cambio di vento, tentando timidi approcci e lodi verso Eisenkot, il quale tuttavia non cede alle lusinghe.
Il risentimento della popolazione non è ideologico, ma concreto.
In un Paese in guerra da tre anni, la maggioranza ha vissuto come un insulto imperdonabile la “legge sulla coscrizione” voluta da Netanyahu, che di fatto blinda l’impunità penale e l’esenzione dal servizio militare per gli studenti delle yeshivot (le scuole religiose).
In un momento in cui le famiglie dei soldati e dei riservisti continuano a pagare il prezzo della guerra, anche piangendo i propri morti, quella legge è stata percepita da una larga parte dell’opinione pubblica israeliana come un messaggio devastante: l’onere della difesa nazionale grava solo su una parte della società, mentre un’altra continua ad esserne sostanzialmente esentata.
A questo strappo si è poi aggiunta una delle ultime contestatissime proposte di legge approvate dalla Knesset con 52 voti favorevoli e 43 contrari: la legalizzazione della “segregazione di genere” (classi separate tra uomini e donne) nei corsi di laurea magistrale e nei dottorati di ricerca.
Una misura spacciata per inclusione, ma vissuta dalla parte più moderna del Paese e dal mondo accademico come un baratto intollerabile con gli Haredim (ultraortodossi) sulla pelle dei diritti civili e delle donne.
Tutti questi “regali”, che Netanyahu ha elargito per sopravvivere alla guida del governo, probabilmente si riveleranno, alla prova delle urne, un suicidio politico.
Storicamente, i partiti ultraortodossi sono stati l’ago della bilancia della politica israeliana, e c’è sempre il rischio che, pur di formare una maggioranza, qualcuno in futuro possa essere tentato di tirarli nuovamente dentro.
Ma lo scenario oggi pare radicalmente mutato.
Israele è una democrazia ferita, stanca e sotto attacco, ma, ripeto, è una democrazia viva.
E la determinazione con cui i suoi cittadini si appresterebbero a punire nelle urne la deriva populista di Netanyahu è la risposta più forte a chi, da fuori, preferisce liquidare questo Paese con slogan superficiali.
Umberto Baldo


















