Caso Roggero. Quando l’ideologia perde contatto con la realtà

Umberto Baldo
Non pensavo di tornare sul caso Roggero. Eppure era inevitabile.
Una vicenda così simbolica non poteva esaurirsi nelle sentenze dei Tribunali.
Troppo forte il suo impatto sull’opinione pubblica, e troppo prevedibili le sue ricadute politiche. Ma oggi la cronaca interessa meno dei numeri, perché questi raccontano molto meglio dove sta andando il Paese.
Quindi, per comprendere davvero la direzione in cui si sta muovendo il Paese, è necessario superare la barriera delle tifoserie e guardare ai dati concreti sul sentimento dei cittadini.
In questo senso, la recente rilevazione demoscopica condotta dall’istituto demoscopico Noto offre una fotografia nitida e, per certi versi, dirompente del sentire comune.
Il punto di partenza è il consenso quasi plebiscitario attorno ad una delle misure più discusse del nuovo pacchetto sicurezza: lo stop ai risarcimenti economici per i criminali che rimangono feriti o uccisi dalla reazione delle loro vittime durante la commissione di gravi reati.
Questa norma incassa il favore di ben tre italiani su quattro (il 75%).
Se il dato sfiora l’unanimità tra le fila del centrodestra (oltre il 90%), la vera sorpresa arriva dall’elettorato progressista.
A dispetto delle solite incertezze dalle opposizioni, la base elettorale si muove in direzione ostinata e contraria: il 50% di chi vota il Partito Democratico si dice favorevole al provvedimento, quota che sale addirittura al 54% tra i sostenitori del Movimento 5 Stelle.
Questa convergenza trasversale si riflette inevitabilmente anche sul giudizio umano e giudiziario del caso Roggero.
La condanna in primo grado a 14 anni e 9 mesi viene percepita come una sanzione eccessivamente punitiva dalla maggioranza assoluta del Paese (il 56%).
Una percentuale che scende al 23% tra chi la ritiene equa, e ad appena il 13% tra chi avrebbe voluto una pena ancora più dura.
Anche in questo caso, le sfumature politiche raccontano di un elettorato di sinistra tutt’altro che compatto: sebbene tra i Dem prevalga la linea della fermezza giudiziaria, un significativo 34% dei loro elettori reputa la condanna troppo severa, percentuale che schizza al 48% — quasi la metà — all’interno del M5S.
Più sfumato e divisivo è invece il tema di un eventuale provvedimento di grazia (favorevole il 48% contro il 44% di contrari), una polarizzazione legata al fatto che la grazia rimane una misura ad personam, laddove i cittadini chiedono risposte strutturali e leggi ordinarie valide per tutti.
Se a destra l’idea della grazia raccoglie l’80% dei consensi, non va sottovalutato quel 25% di elettori PD e quel 33% di grillini che si dicono comunque a favore.
Ovviamente, la Giustizia non può e non deve essere amministrata a furia di sondaggi, né i Tribunali possono farsi guidare dall’emotività collettiva.
Ciononostante, ignorare la profonda domanda di tutela e di certezza del diritto che emerge da queste percentuali sarebbe un errore politico imperdonabile.
La vicinanza emotiva al gioielliere, e l’approvazione delle nuove norme governative, non sono il frutto di una generica sete di vendetta, ma il sintomo di una crisi ben più profonda che investe il patto sociale tra il cittadino e lo Stato.
Il vero limite strategico dei leader del cosiddetto “Campo largo” risiede proprio nell’incapacità di decodificare questo malessere.
La risposta tradizionale della sinistra si limita da sempre ad invocare stancamente il potenziamento dei presidi delle forze dell’ordine e maggiori investimenti economici nella sicurezza.
Una ricetta burocratica che ormai non sembra più convincere nemmeno una parte consistente del suo stesso elettorato.
L’irritazione profonda della collettività, infatti, non scaturisce semplicemente dalla quantità numerica dei reati quotidiani, quanto piuttosto dall’insopportabile percezione dell’impunità: la frustrazione di vedere i criminali catturati ritornare in totale libertà nel giro di poche ore (i borseggiatori di Venezia ne sono l’esempio più palese).
Ma dietro l’errore politico si nasconde a mio avviso un’incomprensione sociologica ancora più grave, alimentata dalle storiche scorie ideologiche di una certa sinistra radicale.
Esiste infatti un legame mai risolto, una diffidenza atavica, che unisce i settori dell’antagonismo militante e dei centri sociali in un’ostilità preconcetta verso le forze dell’ordine.
Una distorsione prospettica che riemerge ciclicamente nelle cronache e sulle piattaforme social: basti pensare a come, in questi giorni, si sia assistito in Rete ad una proliferazione di messaggi volti quasi a santificare la figura di Carlo Giuliani, dipinto come un martire eroico della “repressione di Stato”, anziché come un ragazzo con il passamontagna colto nell’atto di scagliare un estintore contro un’autovettura dei Carabinieri.
Fino a quando una parte della sinistra continuerà a confondere gli aggressori con le vittime, ed a guardare le divise con sospetto ideologico, non sarà mai in grado di sintonizzarsi con le richieste reali del Paese.
Si continua a tarare il discorso pubblico sulla categoria astratta della “paura del crimine”, senza accorgersi che il vero motore del risentimento popolare è l’indignazione di fronte all’ingiustizia, all’impunità ed alla difesa a oltranza di chi vìola le regole.
È questa rabbia silenziosa che rischia di rendere l’intera opinione pubblica sensibile a pulsioni radicali, o a narrazioni basate sull’idea di un “mondo al contrario”.
La quotidianità dei cittadini è costellata da paradossi in cui la prepotenza sembra avere la meglio sulla legalità e sul buon senso, lasciando l’individuo in una condizione di totale isolamento ed impotenza.
È’ lo scenario deformato di chi delinque ed assurge allo status di vittima meritevole di indennizzo, ma è anche la realtà delle occupazioni abusive di case popolari, dei parchi cittadini ceduti al controllo del narcotraffico, delle violenze subite dagli insegnanti nelle aule, o dal personale sanitario nei pronto soccorso.
Per non parlare dei ricorsi giudiziari contro i verdetti scolastici, della burocrazia opprimente e di una giustizia civile e penale esasperatamente lenta.
In sostanza, le Istituzioni avanzano una richiesta legittima — “rinunciate alla forza, alla sicurezza ci pensiamo noi” — ma poi si rivelano incapaci di tradurre questo monopolio nel rispetto effettivo delle regole ed in una reale protezione dei cittadini.
È’ questo il punto di massima fragilità delle posizioni progressiste e garantiste: si finisce per disarmare i soggetti più vulnerabili in nome della tutela dei diritti, senza avere la benché minima soluzione per evitare che il tessuto sociale si trasformi in una terra di nessuno dominata dai più forti.
Il dibattito sul caso Roggero e sulle riforme penali tocca dunque una corda scoperta che va ben oltre la contesa di parte.
Una democrazia liberale vive di equilibrio tra diritti e doveri, tra garanzie e sicurezza.
Ma questo equilibrio diventa impossibile quando lo Stato dimentica la distinzione più elementare: quella tra chi viola la legge e chi ne è vittima.
È da questa percezione, prima ancora che dalla paura del crimine, che nasce oggi la sfiducia di milioni di cittadini.
In conclusione, il problema non è che gli italiani chiedano più severità.
Il problema è che non credono più che lo Stato sappia proteggerli.
E quando perfino gli elettori progressisti smettono di fidarsi delle ricette progressiste sulla sicurezza, il problema non è più elettorale: è culturale.
Umberto Baldo


















