MPS, l’ultima trincea. Quando la storia diventa uno scudo contro il mercato

C’è un momento, nelle grandi operazioni finanziarie, in cui finiscono i numeri e comincia la poesia.
E quando una Banca entra nella fase in cui si parla più di identità, memoria, territorio e valori immateriali che di capitale, redditività e sinergie, normalmente significa che il conto economico ha lasciato il posto alla liturgia.
È quello che sta accadendo attorno al Monte dei Paschi di Siena, la Banca più antica del mondo, e forse anche una delle più raccontate.
Il Ministero dell’Economia si prepara a vendere l’ultimo 4,86% detenuto nel capitale.
Una quota ormai simbolica per qualsiasi analista finanziario, ma diventata improvvisamente per la Politica Toscana l’ultimo baluardo della sovranità nazionale, quasi una versione bancaria della Linea Maginot.
Perché, si sa, in Italia abbiamo una particolare passione: quando una fortezza cade, anziché chiedersi perché sia successo, ci affezioniamo alle mura.
In prima fila nella difesa dell’indipendenza senese troviamo il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, che richiama il valore storico della Banca come presidio strategico per l’economia italiana e per l’identità regionale.
Ora, con tutto il dovuto rispetto per il Rinascimento e le contrade, viene spontaneo chiedersi: fondamentale per l’economia italiana?
Davvero il PIL del Paese e la stabilità del sistema creditizio nazionale possono dipendere dal destino di un Istituto che per oltre un decennio è sopravvissuto a suon di ricapitalizzazioni pubbliche, salvataggi di Stato e riassetti dolorosi?
C’è qualcosa di quasi poetico nel considerare questo 4,86% residuo non come una quota oramai simbolica, ma come l’ultimo scudo della sovranità economica nazionale.
Ora, nessuno vuole negare la straordinaria storia del Monte dei Paschi. Cinquecento anni di vicende economiche e sociali sono un patrimonio che merita rispetto.
Ma una domanda resta inevitabile: la storia può diventare una categoria del bilancio?
Perché il mercato, nella sua brutale semplicità, ragiona con criteri leggermente meno romantici: capitale, redditività, rischi, crediti deteriorati, capacità di generare utili.
Un investitore non compra una banca per custodire un capitolo di storia medievale. Compra una banca per farla funzionare.
Altrimenti tanto varrebbe trasformare MPS in un museo del credito con biglietto d’ingresso, visite guidate e magari una riproduzione del vecchio consiglio di amministrazione in cera.
Il vero capolavoro retorico arriva quando entra in scena il cosiddetto “valore immateriale”.
Un concetto sicuramente importante, ma che rischia di diventare una sorta di passe-partout universale: serve per difendere il marchio, la sede, il management, l’occupazione, l’autonomia.
In pratica tutto deve rimanere uguale.
Ed è qui che emerge il paradosso italiano nella sua forma più pura: si cerca un compratore privato, ma gli si chiede di comportarsi come se fosse ancora lo Stato.
Bisogna comprare la banca, ma non cambiarla.
Integrare, ma senza integrare.
Creare efficienza, ma senza tagliare nulla.
Fare mercato, ma rispettando una sceneggiatura già scritta dalla politica.
Per me è il trionfo perfetto del Gattopardismo italico: trovare un compratore di mercato affinché nulla cambi.
Nessun taglio, nessuna riorganizzazione, comandi sempre Siena, ed il nuovo azionista si limiti a fare da generoso sponsor della continuità storica.
E pretendere poi che il Governo intervenga per “blindare” queste pretese, dopo che già in passato l’Europa ci ha giustamente censurato per le troppe ingerenze pubbliche, non è politica industriale: è pura fantascienza..
La vicenda ricorda molto da vicino anche quella di Commerzbank in Germania. Anche lì, quando UniCredit ha manifestato interesse, si sono levate barricate politiche in nome della sovranità economica nazionale.
Berlino ha parlato di interesse strategico, di banca tedesca da proteggere, di rischio di perdita dell’identità.
Poi è arrivata la realtà.
E la realtà, in economia, ha spesso il pessimo vizio di non leggere i comunicati stampa della politica.
Quando un azionista arriva vicino al 50% di una società, prima o poi bisogna fare i conti con i numeri. Anche la Germania, patria dell’ordine e della disciplina finanziaria, ha dovuto prendere atto che le regole del mercato europeo valgono per tutti.
Persino per chi vorrebbe essere più uguale degli altri.
A Siena, invece, resiste l’idea che esista una sorta di eccezione geografica alle leggi della finanza.
La richiesta è chiara: mantenere il Management nella città, lasciare la Direzione Generale tute le funzioni di vertice a Siena, garantire occupazione e indotto.
Obiettivi comprensibili, soprattutto per una comunità che ha legato la propria identità alla Banca, e per una politica abituata a vendere ai cittadini i “libri dei sogni”.
Ma c’è una domanda che dovrebbe essere posta con altrettanta chiarezza: se chi compra deve lasciare tutto com’è, perché dovrebbe comprare?
Nessun imprenditore serio acquisisce una società per congelarla nel tempo.
Le fusioni servono a creare valore, eliminare duplicazioni, aumentare competitività. Non sono cerimonie commemorative.
Il Monte dei Paschi non deve essere cancellato dalla sua storia. Sarebbe un errore.
Ma neppure può essere prigioniero della propria storia.
Perché una banca non vive soltanto del passato, per quanto glorioso. Vive del futuro.
E il futuro, piaccia o meno, non si costruisce con le contrade, le bandiere e la nostalgia.
Si costruisce con capitale, capacità manageriale e regole uguali per tutti.
Un’altra considerazione riguarda proprio il ruolo del mercato.
Difendere le regole non significa sostenere necessariamente l’operazione di Intesa Sanpaolo.
Significa accettare che siano gli azionisti, e non la politica, a decidere.
Oggi l’OPAS attribuisce a ciascuna azione MPS un valore di 10,09 euro, mentre ieri il titolo ha chiuso in Borsa a 11,624 euro. Dovranno essere dunque i proprietari della Panca, cioè gli azionisti, a valutare se il prezzo offerto sia adeguato oppure no.
Se il mercato riterrà l’offerta insufficiente, la risposta è altrettanto semplice: chi vuole acquisire dovrà migliorare la proposta, oppure prendere atto che l’operazione non è conveniente e lasciare spazio ad altre soluzioni.
È questa la logica del capitalismo: non esistono offerte sacre né acquirenti predestinati.
Esistono valori, aspettative e decisioni degli investitori. Il mercato può dare torto a Intesa, ma non può essere sostituito da una conferenza stampa della politica locale.
La vera domanda non è quindi se MPS debba conservare la propria anima.
La domanda è se qualcuno abbia ancora il coraggio di spiegare che anche le anime, nel mondo della finanza, devono avere un corpo sano che le sorregga.
Altrimenti il rischio è che il Monte dei Paschi rimanga davvero un monumento.
Solo che i monumenti, generalmente, non fanno credito alle imprese.
Umberto Baldo


















