Le pietre e gli alibi. Chi difende chi ci difende?

Umberto Baldo
C’è qualcosa che non torna nel rapporto che lo Stato ha con se stesso.
Quando un insegnante viene aggredito, si invocano pene esemplari.
Quando un medico viene picchiato al Pronto Soccorso, si parla di emergenza nazionale.
Quando una donna viene perseguitata da uno stalker, si chiedono leggi più severe.
Tutto giusto.
Ma quando, come è accaduto ancora una volta a Bologna ed in Val di Susa, uomini e donne delle Forze dell’Ordine vengono investiti da una pioggia di pietre, bombe carta, bulloni, aste metalliche e fumogeni, improvvisamente il dibattito cambia.
Non si parla più di aggressori e di aggrediti.
Si cercano le attenuanti, si analizzano i contesti, si apre il consueto processo mediatico sulla “proporzionalità” della reazione della Polizia.
Eppure la realtà è ormai da anni sotto gli occhi di tutti.
Da una parte ci sono gruppi organizzati che nulla hanno a che vedere con il diritto costituzionale di manifestare.
Si presentano travisati, equipaggiati con caschi, protezioni, scudi improvvisati, radiotrasmittenti, sampietrini, bombe carta e strumenti d’offesa preparati in anticipo.
Non improvvisano lo scontro: lo pianificano. Conoscono le tecniche della guerriglia urbana e sanno perfettamente come provocare la reazione delle Forze dell’Ordine.
Dall’altra parte ci sono poliziotti, carabinieri e finanzieri.
Persone normalissime.
Padri e madri di famiglia che, con stipendi certamente non proporzionati ai rischi che corrono, vengono mandati a fare da argine alla violenza con un compito quasi impossibile: ristabilire l’ordine senza mai oltrepassare un confine che nessuno ha davvero definito con chiarezza.
Da tempo i Sindacati di Polizia e le rappresentanze dell’Arma ripetono lo stesso appello.
Non chiedono licenza di colpire. Non chiedono impunità.
Chiedono regole d’ingaggio chiare, tutele giuridiche certe, e strumenti normativi adeguati ad una violenza che è profondamente cambiata rispetto a quella di trent’anni fa.
Perché oggi gli scontri di piazza non si combattono soltanto sull’asfalto.
Si combattono anche davanti alle telecamere e sui social.
Le frange più violente conoscono perfettamente le regole del gioco.
Sanno che basta provocare una reazione, isolare dieci secondi di un filmato, postarlo in rete, così trasformando gli aggressori nelle vittime del giorno dopo.
I dieci minuti precedenti, le pietre, le bombe carta, gli assalti ai cordoni di sicurezza ed i feriti tra le Forze dell’Ordine spariscono dal racconto.
Eppure c’è un’altra domanda che continuiamo a evitare.
Perché, dopo quarant’anni, assistiamo sempre allo stesso copione?
Perché a Bologna, come in Val di Susa, spuntano ogni volta gruppi perfettamente organizzati, capaci di mettere in difficoltà perfino reparti addestrati a gestire disordini?
La risposta non può essere soltanto di ordine pubblico.
Dietro questi gruppi non esiste soltanto un’organizzazione.
Esiste anche un clima culturale che, negli anni, ha finito per considerarli quasi una componente fisiologica del conflitto sociale.
Lucia Musti, Procuratrice Generale presso la Corte d’Appello di Torino, ha parlato di una “area grigia”, anche colta e borghese, che guarda con una certa indulgenza a questi antagonisti, fino a trasformarli, nell’immaginario collettivo, nei nuovi partigiani.
È probabilmente l’osservazione più inquietante di tutta questa vicenda.
Perché i partigiani combattevano contro una dittatura ed un esercito di occupazione.
Qui, invece, si assaltano cantieri, si incendiano macchinari, si lanciano pietre e bombe carta contro poliziotti e carabinieri che stanno semplicemente svolgendo il proprio lavoro al servizio di uno Stato democratico.
Mettere sullo stesso piano le due cose non è un’opinione; è una caricatura della storia.
Negli ultimi vent’anni non sono mancati scrittori, artisti, intellettuali e amministratori pubblici che hanno espresso solidarietà al movimento No Tav.
Nulla di scandaloso, naturalmente, se quella solidarietà fosse rimasta confinata alle ragioni della protesta.
Il problema è che troppo spesso non si è voluto tracciare una linea netta tra il dissenso e la violenza.
Come se quest’ultima fosse una spiacevole ma inevitabile appendice della mobilitazione.
Come se, in fondo, un centinaio di agenti feriti fosse il prezzo inevitabile di una causa ritenuta giusta.
Ed è qui che una parte della sinistra italiana non ha mai fatto davvero i conti con la propria storia.
Ha quasi sempre condannato le violenze, ma spesso con un linguaggio burocratico, accompagnato dall’immancabile “però”.
“Però bisogna capire il disagio, però non bisogna criminalizzare il Movimento, però attenzione a non comprimere il diritto di manifestare”.
Argomenti tutti condivisibili, fino al momento in cui quel “però” finisce per attenuare la gravità di chi trasforma una manifestazione in una battaglia campale.
La differenza tra una condanna politica ed una presa di distanza culturale è enorme.
La prima consiste in un comunicato stampa.
La seconda significa affermare senza ambiguità che chi organizza la guerriglia urbana non appartiene più alla sinistra democratica, non rappresenta il mondo del lavoro, non difende l’ambiente, e non esercita un diritto costituzionale.
È soltanto un violento, un criminale.
Nel frattempo resta irrisolta anche una gigantesca contraddizione.
In tutto il mondo gli ambientalisti chiedono di trasferire il traffico dalla gomma al ferro.
In Italia, invece, la battaglia ambientalista più radicale, più ostinata e spesso più violenta, è stata combattuta proprio contro una linea ferroviaria.
Al contrario, la seconda canna del traforo autostradale del Fréjus, inaugurata nel luglio dello scorso anno, ha suscitato contestazioni incomparabilmente più deboli.
Una domanda, dopo vent’anni, sarebbe lecita.
Perché tutta questa guerra contro un treno?
Anche questa è una domanda alla quale il movimento No Tav ed i suoi numerosi fiancheggiatori culturali non hanno mai dato una risposta davvero convincente.
Resta poi il problema delle regole.
Il principio della proporzionalità nell’uso della forza è sacrosanto.
Ma chi stabilisce, concretamente, che cosa sia “proporzionato”?
L’agente che, in mezzo al fumo, con decine di persone che gli lanciano addosso pietre e bombe carta, ha pochi secondi per decidere?
Oppure il Magistrato che magari cinque anni dopo rivede i filmati al rallentatore in un’aula di Tribunale?
Se il legislatore non definisce con maggiore precisione i limiti dell’uso della forza, la proporzionalità rischia di diventare un concetto elastico, affidato ogni volta all’interpretazione del singolo Giudice.
E l’agente lo sa.
Sa che molti dei responsabili delle devastazioni torneranno rapidamente a casa impuniti (magari con l’aureola degli “eroi”).
Ma sa anche che lui rischia anni di processi, spese legali, tensioni familiari, ed una carriera compromessa per una decisione presa in pochi secondi.
Questo è il vero scaricabarile della politica.
Da almeno trent’anni tutti promettono più sicurezza; poi, quando la piazza esplode, tutti fanno un passo indietro.
Se la città viene devastata, si accusa la Polizia di essere rimasta a guardare.
Se la Polizia interviene con decisione, si grida immediatamente allo “Stato di polizia”.
È un doppio binario insostenibile.
C’è infine un confronto che dovrebbe far riflettere.
Chi abbia visto operare le forze di polizia in Francia, Germania o Regno Unito sa bene che, in situazioni analoghe, gli interventi sono spesso molto più energici di quelli italiani.
Da noi, invece, ogni manganellata diventa un caso politico nazionale, mentre troppo spesso ci si dimentica di chiedersi chi abbia lanciato la prima pietra.
È una simmetria artificiale che finisce per mettere sullo stesso piano chi aggredisce e chi è chiamato, per legge, a difendere l’ordine pubblico.
Una democrazia ha certamente il dovere di garantire il diritto di manifestare, ma ha anche il dovere di impedire che quel diritto venga sequestrato da minoranze organizzate che trasformano ogni corteo in un campo di battaglia.
La violenza politica vive di due cose; dei bastoni e di chi la pratica.
Ma anche delle ambiguità di chi, pur non praticandola, continua a considerarla meno grave di quanto sia realmente.
I primi lanciano le pietre; i secondi costruiscono l’alibi morale.
Ed è proprio questo alibi, coltivato per troppi anni da una parte della cultura e della politica italiana, ad aver trasformato la guerriglia della Val di Susa in una sorta di rito periodico, quasi inevitabile.
Uno Stato serio non può limitarsi a pretendere che i propri servitori mantengano l’ordine.
Deve anche avere il coraggio di difenderli, politicamente e giuridicamente, quando fanno il proprio dovere.
Perché uno Stato che manda i propri uomini a fronteggiare la guerriglia urbana senza offrire loro un quadro normativo chiaro, e senza una piena legittimazione politica, non è uno Stato più garantista.
È semplicemente uno Stato che scarica le proprie responsabilità su chi porta una divisa
Umberto Baldo


















