MPS-BPM-INTESA Fantabanca all’italiana: e se la pioggia fosse in francese?

Sia chiaro, prima che qualcuno telefoni agli avvocati: siamo nel campo della pura “fantabanca”.
Ipotesi giornalistiche, indiscrezioni, suggestioni da ombrellone, chiacchiere e retroscena da corridoio finanziario.
Però i temporali hanno una brutta abitudine: quando senti tuonare per giorni, prima o poi qualche goccia cade davvero.
E le nuvole che sembra si stiano addensano sopra il risiko bancario italiano paiono avere un curioso profumo di lavanda e baguette.
Ricostruiamo la scena con la fantasia.
L’ultima voce che circola con insistenza nei salotti milanesi e senesi parla di un imminente, clamoroso matrimonio tra Monte dei Paschi di Siena e Banco BPM.
Non più un’Opa o un’Ops ostile, ma una fusione d’amore e d’interesse tra Luigi Lovaglio e Giuseppe Castagna, pronti a creare il famigerato “Terzo Polo” bancario italiano.
Una grande operazione di sistema, si dirà.
Un baluardo a tutela dell’italianità del credito.
Tutto bellissimo.
Se non fosse per un piccolo, veniale dettaglio: l’elefante nella stanza (o meglio, il coq gauloisnel pollaio).
Il dettaglio si chiama Crédit Agricole.
La Banque Verte controlla già circa il 30% di Banco BPM.
Ora, la prima domanda che qualsiasi osservatore minimamente provvisto di buon senso dovrebbe porsi è: ma quale interesse avrebbero mai i francesi a farsi diluire in questo nuovo maxipolo Mps-BPM?
La risposta potrebbe trovarsi in quella raffinata arte della diplomazia finanziaria in cui i transalpini sono maestri da secoli: la diluizione calcolata.
Anche vedendo ridotta la propria quota percentuale all’interno di un’entità molto più grande, Crédit Agricole rimarrebbe comunque, numeri alla mano, il primo azionista relativo del nuovo colosso.
Con il vantaggio non trascurabile di non doversi caricare l’onere ed i costi di un’integrazione diretta, ma mantenendo un peso specifico determinante su tutte le decisioni strategiche.
In pratica: comandare (o quantomeno contare più di tutti gli altri) spendendo meno e rimanendo elegantemente dietro le quinte.
Ed è qui che la vicenda assume contorni kafkiani.
Tutti ricordiamo la levata di scudi, i proclami infuocati ed il gran polverone sollevato dal Governo per ostacolare le mire di UniCredit su Banco BPM.
In quell’occasione abbiamo assistito a vette di retorica sovrana da spingere qualche analista al limite del neurodelirio: si è arrivati quasi a teorizzare che UniCredit — Banca storicamente radicata a Milano — non fosse abbastanza “italiana” (sic”!).
Ed è qui che il ragionamento rischia di trasformarsi in una commedia dell’assurdo.
Se UniCredit, Gruppo con sede a Milano, milioni di clienti italiani, Vigilanza Europea, ed una storia profondamente intrecciata con il sistema economico nazionale, poteva essere descritta come un corpo quasi estraneo, allora diventa difficile spiegare perché un Gruppo nel quale il primo azionista potrebbe essere Crédit Agricole dovrebbe incarnare meglio l’italianità.
Evidentemente la nazionalità, nel risiko bancario, non è un dato anagrafico: è una categoria elastica.
Forse dipende da chi compra chi.
Ora, la domanda sorge spontanea e maliziosa: che senso avrebbe avuto tutto quel blaterare sulla difesa della “patria bancaria” se poi il fantomatico Terzo Polo nascesse sotto la costante, benevola tutela dei cugini d’Oltralpe?
La contraddizione diventa ancora più vistosa se si sposta lo sguardo sul vero convitato di pietra di tutta la partita: Assicurazioni Generali.
Per mesi ci siamo sentiti ripetere che la priorità assoluta dell’Esecutivo fosse mettere “patriotticamente” al riparo il Leone di Trieste (il vero tesoro degli italiani!) dalle grinfie degli “stranieri”.
E siccome Mps custodisce in pancia, tramite Mediobanca, una quota chiave del 13% del colosso triestino, logica vorrebbe che Mps rimanesse blindatissima sotto l’insegna del tricolore.
Ma se Mps dovesse fondersi con BPM, e BPM ha come primo socio Crédit Agricole (affiancato magari nell’azionariato da altri soci con solidi legami francesi, quali ad esempio la Delfin dei Del Vecchio, legata al Governo transalpino in Essilor-Luxottica), dove finisce lo scudo anti-straniero?
Alla fine della fiera, il chiavistello di Trieste e della finanza italiana rischierebbe di ritrovarsi comodamente appeso nei salotti di Parigi.
Magari resterà tutto nel cassetto delle ipotesi estive.
Magari fra una settimana scopriremo che era soltanto l’ennesimo ballon d’essai fatto filtrare per vedere l’effetto che fa.
Ma se davvero il Terzo Polo dovesse nascere con i francesi nel ruolo di primo azionista più che un ombrello tricolore, ci servirà un parapluie.
Ma se invece questo fosse l’epilogo, qualcuno dovrebbe spiegarci che cosa significavano tutti quei richiami all’italianità, alla sovranità finanziaria ed alla difesa degli asset strategici (persino con un uso discutibile del Golden Power).
Perché a quel punto non sarebbe cambiata la Banca.
Sarebbe cambiato soltanto il metro con cui si misura il patriottismo economico.
E forse scopriremmo che il nazionalismo bancario funziona come certi ombrelli da spiaggia: si apre quando fa comodo e si richiude appena cambia il vento.
Anche se il vento soffia da Parigi.
Come dicevo all’inizio, magari questi sono solo incubi estivi e la “fantabanca” rimarrà il “sogno di una notte di mezza estate”.
Umberto Baldo


















