8 Agosto 2026 - 12.37

E adesso, Francesco, tienici un tavolo ed un’ombra di vino

Ci sono persone che non abbiamo mai incontrato e che, nonostante questo, finiscono per abitare parte della nostra vita.
Non entrano dalla porta di casa. Non conoscono il nostro nome, non sanno delle nostre giornate, dei nostri amori, delle nostre paure.
Eppure ci sono. Da qualche parte, dentro di noi.
Sedute in un angolo della memoria, come vecchi amici che non hanno bisogno di essere chiamati per farsi riconoscere.
Francesco Guccini per me era una di queste persone.
Per questo, quando se n’è andato, ho scritto d’impulso (https://www.tviweb.it/non-e-morto-solo-guccini-e-un-pezzo-di-noi-che-se-ne-va/); poche ore dopo la notizia.
Ho scritto quello che sentivo in quel momento: che con lui se ne andava un pezzo di noi, della nostra giovinezza, delle nostre illusioni, perfino di quel modo un po’ ingenuo e bellissimo che avevamo di pensare che le parole potessero ancora cambiare il mondo.
Pensavo fosse sufficiente.
Non lo era.
Perché qualche giorno dopo mi sono accorto che avevo ancora bisogno di salutarlo.
Non so se sia successo perché quando muore qualcuno che abbiamo amato, attraverso le sue parole la notizia ha bisogno di tempo per diventare vera.
O perché certe morti non arrivano tutte insieme: si depositano lentamente, come la nebbia sulle cose, e soltanto dopo qualche giorno ci accorgiamo che qualcosa nel paesaggio è cambiato per sempre.
So soltanto che l’altra mattina, alle sei, mentre uscivo come al solito per andare a prendere i giornali, ho sentito il bisogno quasi fisico di tornare da lui.
Le sei in agosto sono quell’ora sospesa in cui la notte non ha ancora deciso di arrendersi ed il giorno non ha ancora trovato il coraggio di cominciare.
Ho infilato gli auricolari, ed invece delle solite discussioni su temi storici, ho chiamato Francesco.
La tecnologia, a volte, ha qualcosa di miracoloso. Con un dito puoi spalancare una porta sul passato.
Puoi ritrovare una voce che credevi lontanissima, e improvvisamente quella voce è lì, accanto a te, nel buio dell’alba, come se il tempo non fosse passato.
Ho cominciato con La canzone del bambino nel vento. Auschwitz.
Quelle parole che da ragazzi cantavamo forse senza comprendere fino in fondo la tragedia che contenevano.
Ma la pietà e lo sdegno, quelli sì, li capivamo, li sentivamo.
Ci entravano dentro prima ancora che avessimo gli strumenti per spiegarli.
Poi sono arrivate Le Stagioni, L’Avvelenata, Autogrill. E poi Cyrano, con quella sua orgogliosa, disperata, bellissima sfida al mondo.
Una canzone dopo l’altra. E mentre camminavo, mi sembrava che non stessi ascoltando un disco. Stavo attraversando la mia vita.
Perché è questo il prodigio dei grandi artisti: arriva un momento in cui le loro opere smettono di appartenere soltanto a loro.
Diventano nostre. Si attaccano ai luoghi, alle persone, alle stagioni, ad un amore finito, ad un amico che non c’è più, ad una macchina piena di ragazzi, ad una stanza con le finestre aperte, ad un’estate lontana.
Una canzone non è più una canzone.
È una porta. La apri e dall’altra parte ritrovi qualcuno che avevi dimenticato.
Un volto, una voce, un’età, te stesso.
E allora ho pensato a quel grande, enorme, burbero e tenero «omone» che avrebbe potuto essere una star, se soltanto avesse avuto voglia di esserlo.
Avrebbe potuto vivere di riflettori, di stadi, di televisioni, di passerelle.
Avrebbe potuto accomodarsi nell’Olimpo dello spettacolo e guardare dall’alto il mondo che lo aveva consacrato.
Non lo ha mai fatto.
Guccini è rimasto Guccini.
La barba, la voce, il bicchiere, le parole, le osterie, i libri, i boschi.
La sua “Emilia in odor di Toscana”, la sua montagna, quella Pàvana che non è mai stata semplicemente un luogo, ma una specie di patria dell’anima.
Forse non è un caso che abbia scelto proprio lì di andarsene.
Tra quegli alberi, quelle pietre, quelle case che conoscevano la sua infanzia.
In mezzo a quella terra che non ha mai avuto bisogno di essere raccontata perché gli era entrata nel sangue.
Ci sono uomini che passano tutta la vita a cercare un posto dove sentirsi a casa.
Guccini, quel posto, lo aveva trovato da bambino. E alla fine è lì che è tornato.
Mi ha colpito anche il suo ultimo saluto.
Avrebbero potuto esserci migliaia di persone. Bologna avrebbe potuto stringersi attorno a lui, riempire la piazza di San Petronio, trasformare la morte di Francesco in una grande celebrazione pubblica.
E invece no.
Poche persone.
La sua casa di Pavana. L’aia. I familiari, gli amici più cari.
E sul feretro non l’ennesima corona spettacolare, ma quasi un pezzo di quel bosco: rami, fiori, bacche raccolte intorno alla casa. Un libro. Una fotografia. Le immagini di una vita.
Mi è sembrato il funerale più gucciniano possibile.
Sobrio, terragno, persino un po’ ruvido.
Come lui.
E poi c’era Matteo Zuppi, il cardinale, suo amico, a benedire quel feretro.
Anche questo mi ha colpito.
Perché dentro quella scena apparentemente semplice c’era un’intera storia.
C’era il Guccini che aveva cantato Dio è morto, la canzone che nel 1967 la RAI bacchettona, democristiana e prona al potere, aveva censurato e che invece Radio Vaticana, forse su impulso di Papa Paolo VI aveva trasmesso, riconoscendone la forza spirituale prima ancora che molti altri ne cogliessero il senso.
Forse, alla fine, le strade degli uomini sono meno dritte di quanto immaginiamo.
E forse anche la fede, quando è autentica, sa riconoscere una domanda anche quando quella domanda arriva dalla bocca di un eretico.
Perché Guccini è stato soprattutto questo: un uomo che non ha mai smesso di fare domande.
E qui arrivano le parole di sua figlia Teresa.
Le ho rilette più volte.
Perché dentro quel ricordo fatto di cose piccolissime — un panino con la mortadella al bar Roberto, i giornali letti insieme, le conversazioni, le attenzioni rubate alla quotidianità — c’è forse il ritratto più vero di Francesco.
Non il mito, non il cantautore, non il personaggio.
Ma il padre, l’uomo.
Quello che lascia in eredità non le risposte, ma la voglia di continuare a cercarle.
E forse è proprio qui che sta la grandezza di Guccini.
Non nelle canzoni che conosciamo a memoria, non nei dischi, non nei concerti, non nei riconoscimenti.
Ma in quello che ci ha insegnato senza mai mettersi in cattedra.
A dubitare, ad indignarci, a non fidarci delle verità confezionate, a riconoscere la stupidità quando si nasconde dietro la retorica, a stare dalla parte degli ultimi senza bisogno di proclami, a conservare la tenerezza anche quando la vita ci insegna la disillusione.
E, soprattutto, a non vergognarci della nostalgia.
Perché la nostalgia, in fondo, è una forma d’amore.
È il modo che abbiamo per dire che qualcosa è stato così importante da continuare a vivere anche dopo che è finito.
E allora forse ho capito perché quella mattina avevo bisogno di ascoltarlo.
Non volevo semplicemente ricordare Francesco.
Volevo tornare, per un’ora, nel mondo in cui Francesco c’era ancora.
E mentre camminavo nella luce che lentamente arrivava, con la sua voce nelle orecchie, è successo qualcosa di strano.
Per un attimo non ero più io quello che camminava.
C’erano i ragazzi che siamo stati. C’erano quelli che non ci sono più.
C’erano gli amici perduti lungo la strada, gli amori finiti, le notti interminabili, le discussioni fino all’alba, le chitarre, le osterie, i libri, le piazze, le illusioni.
C’eravamo noi. E c’era lui.
Come se il tempo, per una volta, avesse avuto pietà di noi e avesse deciso di tornare indietro.
Solo per qualche minuto, solo per lasciarci rivedere quello che eravamo.
Poi la musica è finita, è tornato il rumore del mondo, la strada, le macchine, il giornale sotto il braccio, il giorno ormai fatto.
E Francesco non c’era più.
Ma forse è proprio questa la cosa che gli artisti grandi riescono a fare: andarsene senza andarsene davvero.
Perché da qualche parte, ogni volta che partiranno le prime note di Auschwitz, quando qualcuno si ritroverà solo in macchina con Autogrill nelle orecchie, quando una chitarra accompagnerà Cyrano in una notte d’estate, quando qualcuno avrà ancora voglia di arrabbiarsi con il mondo ascoltando L’Avvelenata, Francesco tornerà a sedersi al nostro tavolo.
Con quella barba, quel sorriso appena accennato, quell’aria da uomo che aveva visto abbastanza del mondo da non pretendere più di aggiustarlo, ma non abbastanza da smettere di interrogarlo.
E forse sarà ancora lì anche quando noi avremo dimenticato quasi tutto.
Perché ci sono voci che non muoiono.
Si allontanano, si fanno più basse, diventano memoria.
Poi, una sera qualsiasi, tornano a bussare.
E noi apriamo. E sono ancora loro. Sono ancora le nostre canzoni. Sono ancora i nostri anni. Siamo ancora noi.
Buon viaggio, Francesco.
Vai piano, però.
Che noi, qui, abbiamo ancora bisogno di qualche tua canzone per ricordarci da che parte guardare la vita.
E, se da qualche parte esiste davvero un’ultima osteria, una di quelle fumose e un po’ storte che hai raccontato tante volte, tienici un tavolo.
Prima o poi arriviamo.
Con tutti quelli che abbiamo perso lungo la strada.
E magari, finalmente, avremo ancora qualcosa da discutere.
Umberto Baldo

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