7 Agosto 2026 - 7.48

Influencer, starlette, tronisti: perché sono famosi? È colpa tua

C’è una domanda tanto semplice quanto scomoda che ogni tanto dovremmo porci mentre scorriamo distrattamente lo smartphone o ci lasciamo trascinare dell’ennesima polemica social.
Perché queste persone sono famose?
Non parliamo di chi governa un Paese, di uno scienziato che scopre un vaccino, di un imprenditore che crea ricchezza, di uno scrittore o di un artista che lascia un’opera destinata a durare.
Parliamo di influencer, starlette, concorrenti di reality, opinionisti permanenti, personaggi che sembrano esistere esclusivamente perché qualcuno continua a guardarli.
La risposta è tanto brutale quanto disarmante.
Sono famosi perché siamo noi a renderli tali.
Sessant’anni fa il sociologo americano Daniel Boorstin aveva già intuito tutto, definendo la celebrità come “una persona nota per la sua notorietà”.
Una frase che allora sembrava un paradosso, e che oggi descrive perfettamente il nostro tempo.
Per secoli la fama era la conseguenza di un’impresa. Oggi è diventata l’obiettivo.
Non importa perché ti conoscano. Basta che ti conoscano.
È una rivoluzione culturale prima ancora che tecnologica.
La televisione aveva già cominciato a trasformare la notorietà in spettacolo.
I social network hanno completato l’opera, affidandola agli algoritmi, che non premiano il valore di un contenuto, bensì la sua capacità di trattenere il nostro sguardo.
Il principio è semplicissimo.
Più fai discutere, più vieni mostrato. Più vieni mostrato, più esisti. Più esisti, più qualcuno è disposto a pagare perché tu continui a esistere.
E così basta una provocazione, una lite costruita ad arte, un video studiato per indignare, una lacrima in diretta od un balletto ripetuto milioni di volte.
Il talento può attendere. L’importante è che il pubblico non cambi schermata.
La televisione arriva quasi sempre dopo.
Reality come L’Isola dei Famosi o Temptation Island non creano più la notorietà: la certificano.
Si limitano a raccogliere personaggi già confezionati dai social e a trasformarli definitivamente in prodotti commerciali.
Il vero motore, però, non sono i reality.
È l’economia dell’attenzione.
Per secoli la ricchezza nasceva dalla terra, poi dalle fabbriche, quindi dalla conoscenza.
Oggi, sempre più spesso, nasce dalla nostra capacità di catturare gli occhi degli altri.
L’attenzione è diventata la materia prima più preziosa del XXI secolo.
E come ogni materia prima, viene estratta, raffinata e venduta.
Le piattaforme digitali non commercializzano semplicemente contenuti.
Vendono attenzione agli inserzionisti.
Noi crediamo di essere i clienti, ma molto spesso siamo il prodotto.
Ogni clic, ogni visualizzazione, ogni condivisione ha un valore economico. Persino la nostra indignazione viene monetizzata.
Per questo il talento rischia di diventare quasi un dettaglio.
Il talento richiede studio, competenza, disciplina e tempo.
L’attenzione può essere conquistata in pochi secondi. Con uno scandalo, con una provocazione, con una volgarità, con una sciocchezza.
Il problema, allora, non sono le starlette.
Sarebbe troppo facile prendersela con loro. In fondo fanno ciò che il mercato remunera.
Il problema siamo noi.
Ogni volta che clicchiamo su un titolo costruito per indignarci, ogni volta che seguiamo un profilo che non ha nulla da dire, ogni volta che dedichiamo minuti preziosi ad osservare sconosciuti litigare davanti ad una telecamera, stiamo investendo.
Non in cultura. Non in qualità. Ma in traffico pubblicitario.
Naturalmente sarebbe comodo dare tutta la colpa alle televisioni, ai social network o agli editori.
Ma loro fanno semplicemente ciò che qualsiasi impresa fa da sempre: producono ciò che il mercato compra.
Se un’inchiesta rigorosa raccoglie centomila letture e l’ennesimo pettegolezzo su un influencer ne raccoglie due milioni, non serve essere cinici per capire quale contenuto verrà pubblicato domani.
L’algoritmo non possiede una coscienza. Possiede statistiche.
Esiste anche una spiegazione più profonda.
Le fragilità, gli eccessi, e perfino le ridicolaggini, degli altri ci rassicurano.
È una forma di voyeurismo morale. Guardando il peggio degli altri finiamo inconsciamente per sentirci un po’ migliori.
Ma è una consolazione costosa.
Perché una società che scambia la notorietà per il merito finisce inevitabilmente per confondere il rumore con il valore.
E quando il rumore vale più della competenza, la mediocrità smette di essere un incidente. Diventa un modello economico. Diventa un modello culturale. Diventa perfino un modello educativo.
Così il fenomeno non riguarda più soltanto influencer e reality.
Contagia l’informazione, dove il titolo vale più della notizia. Contagia la politica, dove una battuta virale pesa più di una proposta seria. Contagia perfino il mondo della cultura, dove spesso conta più essere visibili che essere autorevoli.
Alla fine il vero potere non appartiene a chi domina TikTok, compare ogni sera in televisione, o riempie le copertine dei rotocalchi.
Il vero potere appartiene a chi decide se guardare oppure no.
Le celebrità del nulla non vivono di talento. Vivono del nostro tempo.
Ed è questa, paradossalmente, la buona notizia.
Perché il tempo, a differenza del denaro, siamo noi a decidere come spenderlo.
Possiamo continuare ad alimentare una gigantesca industria della vacuità oppure compiere il gesto più semplice e, oggi, più rivoluzionario di tutti: smettere di premiarla.
Continuiamo pure a lamentarci della povertà del dibattito pubblico, della superficialità dell’informazione e della mediocrità dei personaggi che occupano le nostre giornate.
Ma finché continueremo a regalare milioni di clic a chi urla, provoca, litiga o si umilia davanti ad una telecamera, avremo esattamente il mondo mediatico che ci meritiamo.
Il mercato della vacuità non ha colpevoli misteriosi.
Ha milioni di piccoli azionisti.
Noi.
Umberto Baldo

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