7 Agosto 2026 - 8.00

“Rimpiangeremo questa estate”: l’incubo di un futuro a cinquanta gradi

Qualche giorno fa, sfogliando il sito web di uno dei principali quotidiani italiani, mi sono imbattuto in un titolo che sembrava uscito più da un film dell’orrore che da una pagina di cronaca: “Rimpiangeremo questa estate».
L’ho riletto due volte. Pensavo di aver capito male. Invece era proprio scritto così.
Confesso che mi è venuto quasi un mancamento.
Come sarebbe a dire? Rimpiangere questa fornace? Peggio di così? Ancora più caldo?
È un po’ come andare dal medico con quaranta di febbre e sentirsi dire: «Si prepari psicologicamente, perché questo è il periodo in cui sta meglio».
Purtroppo non era una provocazione giornalistica.
Era la sintesi delle analisi dei climatologi più accreditati.
Quello che stiamo vivendo potrebbe essere soltanto un assaggio di ciò che ci aspetta nei prossimi decenni.
Insomma, tra qualche anno potremmo guardarci indietro con nostalgia e dire: «Ti ricordi il 2026? Che estate meravigliosa… c’erano appena quaranta gradi.»
È una frase che fa sorridere. Poi, però, smette di far ridere.
Il bollettino di questi giorni racconta una realtà ormai familiare: città in bollino rosso praticamente ovunque, ondate africane che si rincorrono da maggio, notti tropicali, termometri che sembrano aver dimenticato come si scende sotto i trenta gradi.
E il famoso “refrigerio”, parola che ormai andrebbe pronunciata con lo stesso rispetto con cui si parla dello Yeti o del mostro di Loch Ness, continua a essere rinviato di settimana in settimana.
Ma il cambiamento più grande non riguarda il termometro.
Riguarda noi.
Noi che abbiamo superato i sessant’anni ricordiamo perfettamente come funzionavano le stagioni.
Marzo aveva ancora il sapore dell’inverno. Aprile portava i primi tepori. Maggio spalancava le finestre. Giugno profumava di vacanze. Luglio e agosto erano il culmine dell’estate mediterranea.
Calda. Talvolta anche molto calda. Ma mediterranea.
Oggi i mesi del calendario continuano a chiamarsi allo stesso modo, ma le stagioni sembrano aver cambiato mestiere.
La primavera appare per qualche giorno, quasi fosse una comparsa pagata a gettone, poi lascia il posto ad un’estate che assomiglia sempre più ad un lungo soggiorno nel Sahara.
Il risultato è che abbiamo completamente cambiato il nostro rapporto con il tempo.
Da ragazzi aspettavamo con impazienza l’estate.
Oggi aspettiamo settembre, se non ottobre.
Una volta contavamo i giorni che mancavano alle vacanze.
Adesso contiamo quelli che ci separano dalla prima perturbazione atlantica.
È una rivoluzione silenziosa, ma enorme.
Anche il simbolo del benessere è cambiato. Per i nostri genitori era l’automobile. Per i nostri figli e nipoti è stato lo smartphone.
Per noi “diversamente giovani” è diventato un condizionatore che continua ostinatamente a funzionare.
L’incubo dell’estate non è più la coda in autostrada. È sentire un rumore strano provenire dall’unità esterna del climatizzatore.
In quel preciso istante tutta la famiglia smette di respirare. Perché una cosa è vivere con quaranta gradi; un’altra è viverli senza aria condizionata.
La casa si trasforma in un forno, il divano in una piastra, il letto in una sauna finlandese. Dormire diventa un’attività estrema. Ci si gira nel letto come polli allo spiedo sperando che, prima o poi, arrivi una folata d’aria.
Naturalmente, in questo panorama non possono mancare gli irriducibili del “è sempre stato così”.
Sono una categoria affascinante.
Riescono a negare perfino il termometro.
Secondo loro non è cambiato nulla. Le estati sono identiche a quelle di cinquant’anni fa. Evidentemente Giulio Cesare conquistò la Gallia con quarantadue gradi all’ombra, Garibaldi sbarcò a Marsala durante una bolla africana ed i dinosauri si estinsero perché avevano dimenticato di fare la manutenzione al climatizzatore.
Con loro discutere è inutile.
È più facile convincere un cubetto di ghiaccio a non sciogliersi.
Poi basta sedersi su una panchina accanto a qualche anziano ed ascoltare.
Provate a trovare una sola persona che abbia superato i sessant’anni e vi dica sinceramente che il clima è rimasto quello della sua giovinezza.
Una sola. Non la troverete.
La verità è che stiamo vivendo un cambiamento che non consiste soltanto nell’aumento delle temperature.
Sta cambiando il nostro modo di abitare le case, di uscire, di dormire, di passeggiare, perfino di desiderare le stagioni.
Un tempo l’estate era la stagione della libertà.
Oggi rischia di diventare quella della reclusione domestica, con le finestre chiuse, il climatizzatore acceso, e lo sguardo rivolto fuori come si guarda un temporale che non finisce mai.
La cosa più inquietante, però, non è immaginare un futuro con cinquanta gradi. È pensare che ci arriveremo lentamente.
Un grado alla volta. Così lentamente da abituarci.
Esattamente come ci siamo già abituati a considerare quasi normale un’estate che, quando eravamo ragazzi, sarebbe finita sui giornali come un evento eccezionale.
Forse è proprio questo il significato nascosto di quel titolo.
Non rimpiangeremo questa estate perché è stata bella.
La rimpiangeremo perché, se gli scienziati hanno ragione, sarà stata una delle ultime che ci sembreranno ancora sopportabili.
Ed è difficile immaginare una frase più ironica.
O più spaventosa.
Umberto Baldo

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